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A Peschici si fa cultura e se ne accorgono in pochi

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“Serata Viestana” organizzata nel pomeriggio di domenica 2 ottobre a Palazzo della Torre, nel cuore del Centro Storico peschiciano. Le recensioni di “l’Attacco” (testo originale) e “Il Mattino di Foggia”. In calce la relazione sulla tela presentata da Lidia Croce.

 

l’ATTACCO (5 ottobre) = Bella serata di autentica cultura quella organizzata nel pomeriggio di domenica 2 ottobre dalla proprietaria di Palazzo della Torre, nel cuore del Centro Storico peschiciano, donna Grazia Marino della Torre, di recente trasformato – almeno in parte – in una elegante “Dimora di Charme” (B&B). Nel suo patio spagnoleggiante si è svolto un miniconvegno che ha toccato vari aspetti dell’arte. Si è passati infatti, attraverso le “offerte” dei relatori, dalla Storia alla Pittura alla Letteratura con la semplicità tipica dei convivi fra interpreti non spocchiosi e cattedratici, ma in grado di mettere a proprio agio l’uditorio.

Non molto numeroso, per la verità, un po’ per il distacco che sempre si manifesta nel rapporto con certi argomenti, molto per l’assenza della componente principale: la “gens” viestana. Il pomeriggio, nell’ambito della Rassegna culturale estiva 2011, era difatti interamente dedicato a Vieste considerata nei tre aspetti di cui si scriveva più sopra. Assenza ampiamente giustificata, per la verità, data la concomitanza di altri eventi abbastanza importanti per la cittadina garganica. Sarebbe opportuno, in futuro, venire a conoscenza della coincidenza di altre manifestazioni a evitare proprio tali accavallamenti.

Del settore Storia, il protagonista indiscusso è stato il noto maestro Matteo Siena, viestano doc e testimone attento del suo tempo nonché valente ricercatore. Si deve a lui in effetti lo scioglimento di un nodo gordiano che va avanti da decenni: la vera ubicazione della leggendaria Uria citata in tanti documenti dell’antichità. Rifacendosi alle coordinate geografiche del astronomo egizio Tolomeo – autore della teoria geocentrica, ossia della Terra centro dell’universo, confutata in seguito, sulle orme delle leggi di Keplero, dal polacco Copernico assertore della teoria eliocentrica – relative alle varie realtà umane esistenti nel Mediterraneo duemila anni fa: le città di Rodi Egeo o di Salapia o di Siponto o di Apeneste o di Uria, appunto.

Comparando latitudini e longitudini tolemaiche e riportandole sulla cartina dello Sperone d’Italia, avendo come punto di riferimento la Testa del Gargano, le coordinate del matematico egizio corrisponderebbero esattamente con l’attuale posizione geografica della città di Vieste. Prova ne sono i frequenti ritrovamenti di vestigia antiche durante gli scavi necessari a esigenze umane. La esaustiva dimostrazione ha prodotto nei presenti un interrogativo: come mai, ancora oggi, si continua a discutere sia sulla esistenza di una mitica Uria e sia sulla sua effettiva locazione?

Alla prolusione di Siena è seguita l’analisi del nuovo dipinto presentato dall’artista senese-canosina Lidia Croce fatta dal direttore editoriale del giornale on line “Punto di Stella”, Piero Giannini. Intitolata “Navigatore Viestano”, la tela è matrice e suggeritrice di un progetto teso alla produzione di una scultura bronzea da dedicare al nuovo porto della cittadina garganica. L’intera relazione si è basata su un presupposto essenziale: il particolare contribuisce a rendere il tutto, a significarlo, e il tutto è fatto di particolari. E così il relatore ha esaminato, uno per uno, tutti i particolari, caratterizzanti il lavoro della Croce, contenuti nel dipinto interpretandoli e sollevando una serie di interrogativi cui ha dato risposta, al termine dell’approfondito quanto esauriente esame, la stessa autrice.

La Croce, tuttavia, non si è limitata a soddisfare le curiosità dei presenti ma si è lanciata subito dopo nel richiamarne l’attenzione su alcuni volumi in circolazione negli ultimi tempi. In particolare il libro del direttore della emittente viestana “OndaRadio” e della sua appendice sul web, Ninì delli Santi: “La Grande Implosione”. Un libro-analisi dei viestani che mette in risalto la perdita di determinati valori avvantaggiando una sola religione: quella del dio denaro.

Il lungo pomeriggio si è concluso con un nuovo appuntamento, questa volta a Vieste, quanto prima, sicuramente in ottobre, per la celebrazione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia.

“IL MATTINO DI FOGGIA” (5 ottobre) = Domenica 2 ottobre, nella “Dimora di Charme – Palazzo Della Torre”, Centro storico di Peschici, nell’ambito della rassegna culturale “Incontri del patio” organizzati nell’antico palazzo cinquecentesco di donna Grazia Marino Della Torre, che ha salutato i presenti con la lettura di una lirica da lei dedicata alla città di Vieste, culla dei suoi ricordi di bambina, la pittrice e scultrice Lidia Croce ha esposto il dipinto dedicato al “Navigatore Viestano”, raffigurato in veste di moderno Ulisse. Si tratta del progetto della grande scultura in bronzo da collocare nel nuovo porto di Vieste per riportarla ai fasti della potente Uria, la scomparsa città-porto del Gargano settentrionale, menzionata da Plinio il Vecchio e Strabone, che presumibilmente fu fondata nel 1° millennio a.C. (epoca dauna) e successivamente grecizzata durante la seconda colonizzazione greca (secc.VII-V a.C.).

La storiografia ne ha situato l’ubicazione nella zona fra il Lago di Varano e Vieste. La sua massima potenza risale all’epoca pre-romana, quando ebbe un proprio conio: alcune monete con l’iscrizione “YPIA” o “YPIATΩN” o, abbreviato, “YP” sono le uniche testimonianze archeologiche pervenuteci. La città scomparve misteriosamente forse già in età imperiale (secc. I-V d.C.). E’ detto che Uria era là dove si celebrava il culto alla Venere di Atene. Il professor Matteo Siena, della “Società di Storia Patria Puglia”, ha relazionato sulla Grotta di Sant’Eufemia, nell’Isola del Faro in Vieste, dove sono presenti decine di scritte in greco antico, preghiere alla Venere Sosandra (Salvatrice), invocazioni dei naviganti per un fausto viaggio.

Era convinzione di Marina Mazzei, l’eminente studiosa di rilevanze archeologiche, che Uria fosse Vieste, grazie al ritrovamento di monete, vasi apuli, mura megalitiche e sepolcri. Su queste basi, il relatore ha svolto calcoli basati sul sistema di Tolomeo, geografo che considerava passante da Rodi Egea il primo meridiano (oggi è quello di Greenwich) e, incrociandoli con le attuali coordinate, ha individuato il Sinus Urias (golfo di Uria) con longitudine 42° 30’ e latitudine 41° 15’, ovvero l’odierna Vieste.

Lo scrittore Piero Giannini ha quindi guidato i visitatori nella lettura dei simboli di cui è disseminato il grande quadro di Lidia Croce. La vela del suo viaggio è una vela di equazioni: la quadrimensionalità einsteiniana è data dal duplice movimento di partenza e di ritorno. La piccola Venere Afrodite trovata a Punta Santa Croce indossa un peplo in rete in ricordo della testimonianza di Catullo, Carme 36, che piange per l’abbandono della sua Lesbia e farà voti in tutti i templi dedicati alla dea nata dal mare perché l’amata faccia ritorno, anche in Uriosque apertos, fuori dalla terra continentale: un’isola? L’Isola del Faro? (Maria Maggiano)

RELAZIONE SUL “NAVIGATORE VIESTANO” (di Piero Giannini) = Il particolare contribuisce a rendere il tutto, a significare il tutto. Il tutto è fatto di particolari. E di particolari nelle opere di Lidia Croce ce ne sono a iosa. È una caratteristica talmente pregnante dell’artista che non si può prescindere dallo scendere nel particolare osservando una sua opera. Pertanto, davanti a questo “Navigatore Viestano”, ancora una volta siamo stati sollecitati a comportarci così per comprendere a fondo il messaggio caratterizzante del nuovo lavoro della nostra amica.

Innanzitutto, utilizzando i mezzi che la tecnoinformatica ci mette a disposizione, computer e software annessi, abbiamo sezionato – letteralmente – la tela, ovviamente una sua immagine, in due parti, staccando la superiore dall’inferiore. E cominciamo proprio da questa, forse – ma non è detto – la più semplice e meno ricca di peculiarità e segnalazioni. Cosa si vede. Ciascuno di noi può rispondere in maniera diversa. Succede così nel figurativo, dove si rappresentano immagini riconoscibili del mondo intorno a noi a volte fedeli e accurate, a volte altamente distorte. Riguardo alla tela che abbiamo davanti ci troviamo a mezza strada: l’immagine generale è facilmente riconoscibile ma allo stesso tempo distorta. Diremo poi perché.

Comunque, cosa si vede: la raffigurazione di uno spicchio del pianeta? La curvatura terrestre c’è. Una delle tante foto scattate dagli astronauti delle missioni spaziali Shuttle? Un ammasso di nubi osservato da qualche satellite artificiale? La linea della costa di una certa area geografica del globo? Oppure un grosso uccello, un gabbiano, una diomedea, un albatros, che in genere annunciano ai navigatori solitari l’approssimarsi della terraferma? O il riflesso di un improvviso lampo di luce sulla superficie marina? Tutto e forse niente di quanto elencato. Noi, per esempio, ci vediamo il profilo morbido dell’imbarcazione, chissà, di alluminio leggero per essere in grado di opporre riflessi, che rompe le onde azzurre e porta lontano il suo passeggero.

Ma… l’uccello? “E’ un porto!” dissi subito, e me ne è testimone la stessa Lidia Croce che tempo fa mi ospitava con un gruppetto di amici e sfidandoci chiedeva cosa fosse mai. Il suggerimento era venuto dalla serie quasi in parallelo di quello che avrebbe potuto essere il ciuffetto sulla testa del volatile. Un porto. E non un porto qualsiasi. Il porto di Vieste. Allora non potemmo immaginarlo, oggi che conosciamo la destinazione del lavoro – una scultura bronzea da dedicare, enti e istituzioni permettendo, allo scalo portuale della cittadina garganica nostra vicina – riconosciamo la linea costiera che forma l’ansa con i moli per barche da diporto debitamente allineati, la breve falesia dello “spacco di Rosinella” e l’ala di destra che richiama perfettamente “Punta San Francesco”. Abilità dell’autrice confondere le idee con un punto nero prima del becco messo lì a bella posta, riteniamo.

E passiamo alla parte superiore. Il particolare contribuisce a rendere, a significare il tutto e il tutto è fatto di particolari, abbiamo detto in esordio. E in questa sezione della tela ci troviamo dinanzi a una apoteosi di particolari. Tentiamo di elencarli, sicuri che ce ne sono sfuggiti diversi altri che forse qualcuno scoprirebbe, qualcuno più preparato di noi che non siamo critici d’arte ma semplici osservatori estensori di emozioni, le nostre personali.

1. Il personaggio-chiave
2. “I” personaggi-chiave
3. Lo strumento di navigazione
4. L’oggetto del viaggio o la causa della partenza (doppia interpretazione per lo stesso particolare)
5. Lo sdoppiamento della personalità o un duplice desiderio o una lotta interiore per un programma sbagliato (triplice interpretazione per lo stesso particolare)
6. La didattica delle scienze.

Verrebbe quasi da dire: “Cavolo quanta carne al fuoco!”

Abbiamo accennato all’arte figurativa, poco fa. Ma qua non si tratta solo di “figurativo”, qua scendiamo nel metafisico, nel trascendente, nell’ontologico, come d’altronde accade per tutte le opere di Lidia Croce. Esaminiamo allora questi particolari singolarmente.

1. Il personaggio-chiave = In primo piano, struttura possente del corpo, tipica del marinaio aduso a lotte e fatiche, a superare gli ostacoli che gli frappone il mare e obbligato dal fato a portare il pane a casa. Volto determinato, scevro da emozioni, sguardo rivolto all’infinito che non si trova dritto davanti a lui ma leggermente sollevato rispetto alla linea dell’orizzonte. Profilo netto, deciso. Perfettamente greco. Ulisse? Diomede? Uno degli eroi mitici tanto cari alla Croce? O l’allineamento naso-fronte vuole suggerire l’effetto dell’erosione dovuta ai venti e all’azione degli agenti atmosferici? Anche qui una doppia interpretazione. Quante, con questa nostra amica, che ogni volta ci lancia segni, segnali, messaggi, provocazioni e informazioni, nessi e contraddizioni, non per stupirci solamente, piuttosto per costringerci a pensare, a riflettere, a meditare, a non comportarci superficialmente, e sbatterci sul muso la dimensione di quel granello di sabbia che ci contraddistingue di fronte all’assoluto, all’eterno, all’immanente.

2. “I” personaggi-chiave = Sì, perché l’equipaggio di questa barca non si ferma al marinaio in primo piano. Oltre la figura principale, al di là della sua volontà, della sua determinazione, del suo progetto, c’è un’altra figura, più scura (la sua coscienza? il suo “alter ego” viscerale?) – se ne intravedono cosce e glutei, – con il viso rivolto nella direzione opposta, lo sguardo degli occhi chiusi puntato verso il basso, a differenza dell’ipotetico compagno di viaggio, verso la terra appena abbandonata, verso un orizzonte per lui più accessibile. E la testa… ma la testa non appartiene a quel corpo… Diremo poi!

3. Lo strumento di navigazione = Guardando il dipinto nel reale si rivela subito, se ne rileva la presenza con una certa facilità, no? Ma vi assicuro che per “scovarlo” ci sono voluti diversi ingrandimenti. Il timone. Visibile no? Eppure sovrastato dalla determinazione del navigatore, quasi a lui fuso, un tutt’uno col suo torace, a dimostrazione di una, sola, unica volontà: dove vai tu vado io, dove vado io vai tu. Se tu ti perdi io mi perdo, se tu decidi io ti seguo.

4. Oggetto del viaggio o causa della partenza = Abbiamo detto “doppia interpretazione”. Ecco un’altra delle caratteristiche che fanno di Lidia Croce un personaggio enigmatico. Mai nulla di assoluto, totalizzante nelle sue esegesi della realtà umana e sociale, mai niente che indirizzi verso una e una sola soluzione. Ma vediamo qual è l’oggetto della disamina. Eccolo: questa figuretta che si vede qui, di lato, mimetizzata nel sartiame e nell’equipaggiamento dell’imbarcazione, quasi una dotazione anche lei. Chi è, perché è lì, cosa vuole rappresentare e chi rappresenta. E poi: perché vestita di una rete che l’avvolge interamente. Quale significato attribuire a un abito estemporaneo che sa di trappola, di trabocchetti, di violenza, di coartazione, ma anche di sessualità (la femmina è nuda) da esaltare e reprimere, glorificare e dominare, senza soluzione di contrapposizioni.

Non vogliamo contrastare la fantasia dell’osservatore, perché se noi l’abbiamo interpretata in due modi, altri più acuti di noi potrebbero aggiungerne ancora. La donnina è l’oggetto del desiderio del viaggio in cui si stanno cimentando il marinaio e la sua coscienza, una circe che lo ha chiamato in sogno, un sogno dietro il quale sta ora correndo, abbindolato dalle sue arti femminili? E la rete che la veste è la stessa in cui lui andrà a finire una volta raggiunta? O forse la donnina dalle forme adolescenziali è la fanciulla lasciata alla partenza sulla banchina del porto che a lui si offre nuda per ricordargli che lei sarà sempre lì ad attenderne il ritorno e continuare a offrirgli le sue grazie? E la rete il pegno del loro amore, la testimonianza del suo – di lei – essere legata a lui? Del comandamento “nontiscordardime” che rende la loro unione indissolubile? O anche, perché no, la sua – di lui stavolta – fuga da una trappola in cui non vuole più rimanere?

5. Sdoppiamento della personalità-duplice desiderio-lotta interiore = La parte più elevata del corpo umano è la testa. Sappiamo tutti perché sia posizionata in questa maniera. Ed è esattamente a questa altezza della tela che succede di tutto. La fantasia creativa della Croce qui si sbizzarisce. Dopo aver prospettato la presenza di un secondo navigatore, ci si attende la presenza di una seconda testa. E infatti l’artista la disegna, ma questa è come… amalgamata con quella del principale protagonista. Almeno appare così. Non c’è distacco infatti tra le due. Anzi, è proposta quasi si voglia raffigurare il navigatore viestano come novello Giano Bifronte, il dio bicefalo preposto alle porte (‘ianuae’), ai passaggi (‘iani’), ai ponti, e perché no… ai porti, di cui custodiva entrata e uscita sorvegliando le due direzioni con le due facce.

Motivo di tale scelta pittorica? D’acchito si direbbe sdoppiamento della personalità, ovvero in lui, nel “Navigatore Viestano”, al momento di affrontare un interrogativo domani, se ne sono formate due, ben distinte, ciascuna con caratteristiche proprie: una che insiste nel perseguire il fine prescelto – partire – e l’altra che lo trattiene o almeno ci tenta. Quale prevarrà? Non è dato sapere perché – e arriviamo alla seconda interpretazione – sussiste in lui un duplice desiderio: un desiderio di chiarezza (il volto biancastro del navigatore principale) nella propria esistenza, nelle proprie azioni, e un desiderio più oscuro (il volto cupo e tenebroso di quella che abbiamo definito coscienza). Ne viene – ed eccoci alla terza interpretazione – che nel soggetto sia in atto una furibonda lotta interiore: futuro o passato? domani o ieri? incognito o cognito? La risposta, se vogliamo accettarla come tale, è tutta nel sesto punto del nostro elenco.

6. Didattica delle scienze = Se non è stato agevole identificare l’esistenza del timone e quindi comprenderne la funzione nel contesto del quadro, non vi diciamo quanto sia stato difficile scoprire – quindi comprendere – la presenza di alcune formule – una chicca che la Croce predilige – nella parte più alta del dipinto, al di sopra delle teste, quasi a significare il prodotto della mente umana. Così abbiamo individuato sulla spalla destra del protagonista principale la famosissima formula di Einstein (E = mc2 dove ‘E’ rappresenta l’energia totale meccanica di un corpo, ‘m’ la massa in chilogrammi di quel corpo a riposo e ‘c’ la velocità della luce), formula oggi quasi messa in discussione dalla scoperta che esisterebbe qualcosa di più veloce della luce, i neutrini. La teoria del fisico, scienziato e matematico tedesco è chiamata “della relatività” e, senza scendere nello specifico, possiamo riassumerne il concetto generale dicendo che: tutto è relativo, anche la decisione di partire o restare del nostro personaggio, fuggire o rimanere, scegliere fra l’incerto e il certo, lasciarsi adulare da una circe o accettare il più sicuro e comodo rifugio della fanciulla rimasta sulla banchina.

Prima di finire, l’ultima sorpresa, perché con la Croce non ci si può attendere che sorprese: al di sopra delle due teste, altra formuletta, stavolta di Gottfried Leibnitz, padre del calcolo infinitesimale e precursore dell’informatica, a indicare la derivata matematica (fondamentale strumento di lavoro nel calcolo) con dy/dx. Beh, è tutta lì!

Pleonastico aggiungere altro. Ai vari interrogativi proposti ognuno si dia la risposta che più gli aggrada o accetti le spiegazioni dell’autrice. E grazie dell’attenzione.

puntodistella.it

 


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