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Il mondo parla di libertà, ma non dei liberati.

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A una tra le tante, coinvolta e solitaria…

Sabato, a Roma, piazza San Giovanni riuniva più di 30 mila anime, le quali condividevano un unico progetto: la dignità dell’essere umano, primo valore politico, sociale e culturale. C’è ancora speranza nella persona umana!

Alla voce «libertà», tu, che eri così bella, ti commuovesti: la commozione ti rese persino più incantevole. La parola «libertà» scatenò nelle tue viscere un sentimento, e dalla sobrietà passasti all’ebrezza entusiastica; eppure, se ti avvessi chiesto di descrivermi il tuo fremito, avresti potuto incontrare solamente due risposte: il silenzio balbuziente o un qualche concetto sulla libertà – costruito e ripetuto. La prima, senza alcun dubbio, sarebbe stata quella più autentica: come possono le parole spiegare ciò da cui le parole sono originate?

Mi domandai da dove traesse sostentamento la tua bellezza e da quali mondi fosse nutrita la tua commozione. Certamente l’urlo di libertà esclamato dalla piazza risvegliò in te un lontano ricordo di ciò che è la libertà; tuttavia, essa non era la libertà in se stessa, ma una sua eco remota, un riflesso recondito, pulviscolo della prima luce. Da dove trae sostentamento la tua commozione? In quella piazza, ti sentisti partecipe, per un attimo libera; chinasti senza controllo la tua fronte come fa un filo d’erba al richiamo dello scirocco. «Liberi» dichiaravano gli oratori; «libertà» celebravano i partecipi. Giacchè la parola, da sè, nel mondo delle forme, sa mostrare tracce del suo valore più intrenseco, quale sarebbe la sua potenza ed il suo significato nella matrice stessa in cui essa è scaturita?

Lo schiavo si commuove al suono della libertà; d’altronde schiavi siamo, basta accettarlo senza vergogna. La schiavitù estrinseca, quella dei poteri alti, della finanza, del marketing politico, delle multinazionali, delle guerre, della pornografia, della pubblicità, della velocità, esiste e deve essere contrastata. Concedetemi un paio di riflessioni tecniche e figurative: l’eccesso di produzione può essere limitato mediante la rieducazione del desiderio del consumatore, una sorta di politica di austerità, differente dal suo significato acquisito dalla politica neoliberale, con i tagli alle spese pubbliche (l’economia congiunturale non è una guida per gli uomini); il libero mercato in realtà è una guerra di tutti contro tutti. Si potrebbe pensare di intraprendere la decolonizzazione dell’immaginario collettivo dello sviluppo economico: il lobrico va lento, il serpente va veloce, ma chi dei due progredisce? Che cos’è il progresso? D’altro canto, la primavera viene da sé.

Ad ogni modo, l’attività della vita (l’azione sociale, politica, le relazioni interpersonali, persino il bere, il mangiare ed il dormire) non è la vita in sé: la vita è dietro, emanatrice della sua stessa attività. L’impegno sociale, dunque, non conduce alla piena libertà: la pace non è assenza di guerra e, a maggior ragione, non è la stesura di un accordo politico.

L’altra schiavitù è quella intrinseca, dell’ira, dell’avidità, dell’indolenza, della paura e in definitiva dell’attaccamento alla vita: questa molto più radicata, più presente e quindi più difficile da combattere. Ma, mentre la vita si sostiene da sé e non è legata alla propria attività, questa attività senza il suo motore resta smarrita. Si tratta di saper armonizzare entrambe le dimensioni: azione e contemplazione. Per questo i filosofi insistevano circa l’attenzione, la continenza, il dialogo, il silenzio, l’empatia….

«Poco importa que una ave esté asida a un hilo delgado que a uno grueso, porque, aunque sea delgado, tan asida se estará a él como al grueso, en tanto que no le quebrare para volar. Verdad es que el delgado es más fácil de quebrar; pero, por fácil que es, si no le quiebra, no volará.» (Poco importa che un uccello sia legato a un filo sottile o grosso; anche se sottile, finché sarà legato, è come se fosse grosso, perché non gli consentirà di volare. È vero che è più facile spezzare il filo sottile; ma anche se facile, finché non lo spezza, non vola). É un aforisma di San Giovanni della Croce. Lo stesso sabato, 14 dicembre, si celebrava la sua ricorrenza: Giovanni della Croce, patrono dei mistici e dei poeti. Lui, oltre a lottare per la libertà, fu un uomo libero: bruciò il filo sottile, poté volare. Fu un libero pensatore nonché un rivoluzionario che seppe trascendere la dicotomia della schiavitù esterna ed interna, portando l’uomo verso la totale libertà. Perciò condivideva il medesimo progetto: la dignità dell’essere umano. Ma sciaguratamente, in quella piazza, nessuno ha parlato di lui: ecco un altro santo utile solo per i festeggiamenti dell’onomastico, mentre il mondo parla di libertà e non ci parla dei liberati.

Persino l’ideologia rende vigorosa la mente degli uomini, ma il suo terreno è sterile nonché pericoloso. La storia della politica e dei partiti politici, di destra e di sinistra, ci insegna che essa, l’ideologia, anche quella dei sentimenti più nobili – libertà, amore e fratellanza – non può essere né la causa né l’ espressione delle azioni di ogni singolo individuo. L’ideologia, in tutte le sue forme, – religiose, politiche e sociali- è una macchina inesistente, manipolatrice delle proprie credenze: una lunga via che allontana gli adepti da se stessi.

Restiamo vigili per non enfatizzare né il collettivismo, che attraverso il primato della totalità sulle parti tende ad emarginare le qualità e l’autenticità del singolo individuo, né l’individualismo, con la sua illusoria autonomia, causa dell’arrivismo e della competitività egoistica. Prestiamo attenzione alla liberazione integrale della persona, al suo triplice movimento: verso il trascendente, primo motore e realtà ultima; verso «l’altro», il prossimo, l’alter o l’altro aspetto di me stesso; verso dentro, luogo in cui dimorano tutte le cose.

Francesco D’Accia


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