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11 Marzo/ FUGGIRE E CERCARE

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A chi domanda ragione dei miei viaggi solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quel che cerco.

MICHEL DE MONTAIGNE

«Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà quasi per penetrare in un orizzonte inesplorato che sembra un sogno.» Così nell’Ottocento lo scrittore francese Guy de Maupassant (1850-93) definiva l’esperienza universale del viaggio, vista come un ingresso nel mistero, nell’ignoto, nel «diverso». Noi ora abbiamo, in­vece, rimandato a un’osservazione ancor più simbolica del grande pensatore cinquecentesco francese, Michel de Montaigne.

Essa ben s’adatta al frenetico muoversi dell’uomo contemporaneo che ha a disposizione auto, treni e aerei per i suoi viaggi, i quali alla fine di­ventano una parabola della sua situazione esistenziale.

Egli, infatti, è insoddisfatto della sua vita normale, spesso noiosa e priva di significato, e si affida al movimento, al mutamento di am­biente, alla varietà, alla novità. In realtà il suo non è un itinerario verso una meta, non è un pellegrinaggio verso un luogo santo, è so­lo un cambiare, un fuggire da dove si è collocati.

Non si ha un ap­prodo sicuro; e questa è la vicenda di una ricerca che non trova ri­sposta: «So bene quel che fuggo, ma non quel che cerco», come diceva Montaigne. Anche perché viaggiando molti non sono dispo­nibili a imparare, a interrogarsi, a mettersi in causa. Il nostro Guido Piovene, scrittore morto nel 1974, ricordava infatti che «viaggiare dovrebbe essere sempre un atto di umiltà». E annotava questo pro­prio in un reportage di viaggi, il De America (1953).

Gianfranco Ravasi


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