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3 Aprile/ UN FIORE ALPESTRE

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L’arte ha bisogno o della solitudine, o della miseria, o della passione. È un fiore alpestre che vuole vento aspro e terreno rude.

ALEXANDRE DUMAS FIGLIO

Impressiona sempre la forza nascosta di una stella alpina che resi­ste al gelo, alle sferzate dei venti, alla compressione delle rocce per offrire la pallida testimonianza della sua bellezza. Agli occhi di Alexandre Dumas figlio – l’autore del celebre romanzo, divenuto poi dramma (1852), della Signora dalle camelie – il fiore alpestre, percosso da «vento aspro» e situato su «terreno rude», è un simbolo della vera arte che richiede ascesi, purificazione, fatica e persino sofferenza. In realtà potremmo dire che questa è anche la legge della virtù. Es­sa non fiorisce nelle serre troppo comode del benessere, del lusso, della vanità, della superficialità, del vacuo chiacchiericcio.

Ha biso­gno del severo esercizio della rinuncia, del distacco, dell’impegno. Già l’antico sapiente cinese Confucio nei suoi Dialoghi ammoniva che «belle parole e aspetto insinuante sono raramente associati con l’autentica virtù». È per questo che anche Cristo ricorre all’immagine del­la via o della porta stretta o a quella autobiografica del portare la cro­ce: Luca, come è noto, citando questa frase di Gesù, aggiunge la specificazione del portare la croce «ogni giorno», ammonendo sulla necessità di una paziente, costante e quotidiana fedeltà.

Il Venerdì santo – che è di solito collocato cronologicamente in questo periodo dell’anno – è, allora, iscritto nella storia di tutti coloro che desiderano vivere seriamente. Un Venerdì santo fatto di solitudine, sofferenza, passione ma anche di speranza nell’alba della luce pasquale.

Gianfranco Ravasi


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