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11 Aprile/ I GIUNCHI A MACERO

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L’abate Arsenio, romano, vissuto alla corte di Costantinopoli, teneva nella sua celletta nel deserto egiziano un catino coi giunchi a macerare, quei giunchi che gli servivano per preparare canestri e sporte nel suo lavoro quo­tidiano. E, sentendo quell’odore aspro e acre, diceva: «Nella mia vita giova­nile ho odorato grandi profumi alla corte di Costantinopoli; ora voglio mor­tificare il mio senso odorando questi cattivi odori».

GIOVANNI VANNUCCI

È il frate servita e scrittore mistico Giovanni Vannucci (1913-84) nei suoi Esercizi spirituali a rievocare questo episodio della vita di Arsenio (IV-V sec.), diacono della Chiesa di Roma, precettore degli imperatori di Costantinopoli, ritiratosi nelle solitudini del deserto egiziano. Il commento elaborato da padre Vannucci, fatto salvo il rispetto che si deve all’esperienza ascetica e alla convinzione personale, non è però favorevole e a ragione: «Se io ho odorato e amato un profumo in gio­ventù, non è necessario che ora annusi il cattivo odore per mortificar­mi. Il passato è passato, ormai altri sono i profumi che cerco».

Detto in altri termini, una vera ascesi non è autopunizione maso­chistica. Il distacco dal passato non deve condurti a una sorta di af­flizione che ti rende quasi sadico con te stesso, immalinconito, sempre in guardia contro ogni realtà terrena. Il vocabolo «ascesi» in greco significa «esercizio»: è, quindi, impegno positivo, proprio co­me quello dell’atleta che fatica, suda, si spossa ma per raggiungere un livello di creatività, di successo, di bellezza e vigore. Ritroviamo, allora, il rigore, la disciplina, l’autocontrollo, non come fine a se stes­si ma perché ci rendano più forti, più liberi, più sereni. Il volto di chi digiuna – ci ammoniva Gesù – non dev’essere sfigurato e truce ma bello e radioso (Matteo 6,16-18).

Gianfranco Ravasi


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