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26 Maggio/ NON È PER SOLDI

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Se qualcuno vi dice: «Non è per soldi, ma per una questione di principio», state pur certi che è per i soldi.

«The New Yorker»

È una delle battute che avevo trovato qualche tempo fa sulla rivi­sta americana «The New Yorker» e il suo realismo cerca di dissolve­re il velo di ipocrisia che avvolge tante dichiarazioni di principio. Ri­torniamo, così, su una realtà, quella del denaro, nei cui confronti si fa tanto i distaccati o gli schizzinosi, mentre in verità costituisce sempre una specie di morsa che non molla mai né mente né cuore.

Alla fine, se si lascia via libera a quella stretta, si diventa egoisti e ot­tusi, gretti e persino crudeli. A Martin Lutero si attribuisce questa af­fermazione: «La ricchezza è la cosa più effimera che Dio possa dare a un uomo. Per questo il buon Dio la concede in genere agli asini più grandi ai quali non intende dare altro».

La Bibbia, quando parla dell’idolatra, dice che diventa come l’og­getto che adora (Salmo 115,8). Si ironizza di qualcuno dicendo che nelle sue pupille si intravede stampato il segno del dollaro o dell’eu­ro, tanto il denaro è l’unico oggetto del suo desiderio.

Questo è un po’ vero per tutti: quanto più ci si attacca a una cosa, tanto più essa ti plasma l’anima e persino il corpo. Se la realtà amata sono i soldi, è inevitabile che si diventi sempre più freddi calcolatori, insensibili agli altri, custodi implacabili del proprio tesoro.

Aveva ragione lo scrittore cattolico scozzese Bruce Marshall (1899-1987) quando defi­niva il denaro come «la misura dell’incapacità dell’uomo di amare il suo prossimo come se stesso». Basta guardare i ricchi e i loro compor­tamenti. Finisco, allora, con un’altra battuta del «New Yorker»: «Vuoi sapere cosa pensa Dio del denaro? Guarda la gente a cui lo dà!».

Gianfranco Ravasi


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