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14 Giugno/ I NOSTRI DIRITTI E GLI ALTRUI DOVERI

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La morale, che dovrebbe essere lo studio e la pratica dei diritti e dei doveri, finisce per diventare lo studio dei doveri altrui verso di noi.

AUGUST STRINDBERG

Sua madre era una cameriera e il drammaturgo August Strind­berg (1849-1912) ne era rimasto sempre così umiliato e complessato da aver intitolato la sua autobiografia II figlio della serva. Da quel li­bro estraiamo la citazione sopra proposta. La frase, sferzante, ha un indubbio fondamento di verità. Noi siamo inflessibili giudici della moralità altrui, soprattutto quando i vizi del prossimo colpiscono i nostri diritti. Quando, invece, dobbiamo giudicare noi stessi, l’oggettività della morale lascia spazio a un metro molto allentato che può essere tirato come più ci aggrada.

Vorrei porre l’accento sulla definizione che Strindberg dà della morale: essa è «studio e pratica dei diritti e dei doveri». Si noti la du­plicità: non basta la definizione e il riconoscimento di ciò che è bene e di ciò che è male, del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso. La morale è esercizio vitale e personale. Inoltre i contenuti dell’etica ri­guardano sia i diritti sia i doveri.

Facile è premere il pedale sui pri­mi; essi, però, hanno necessariamente un’altra faccia che è quella ap­punto dei doveri ed è solo nell’equilibrio di entrambi i volti che la morale ha senso ed è autentica. Ritorniamo così al punto di partenza ironico di Strindberg: non si possono scaricare tutti i doveri sugli al­tri per tutelare i nostri diritti. Sarcasticamente lo scrittore Oscar Wilde notava che «la moralità è l’atteggiamento che adottiamo verso le persone che ci sono antipatiche»!

Gianfranco Ravasi


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