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15 Giugno/ COME UN ARABO CIECO

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Come un arabo cieco che si scuote dal sonno / in una tenda isolata ascolto la tua voce, / mia amata, ma non è la tua, e non sei lì, tu. / Allora la bolla fon­de nell’aria vuota /e nel desiderio senza speranza io senza pace dispero.

SAMUEL T. COLERIDGE

L’autobus fermo a un semaforo permette a me e agli altri passeg­geri di seguire l’uscita, da una chiesa della città, di una coppia di neosposi, circondati dal solito becero rituale del riso. È una bella e giovane coppia a cui si può augurare tutta la felicità possibile. Ma un guizzo mi attraversa il cervello: vorrei immaginarli fra vent’anni, con l’usura del tempo e i rischi di uno stile di vita che tutto consuma e infrange. Io purtroppo, come tante altre persone, potrei stendere una mia lista non breve di coppie (forse anche da me stesso unite in matrimonio) ora «scoppiate».

Ho preso, allora, tra le mani una piccola e bella antologia curata dal poeta Roberto Mussapi. S’intitola E tacque attorno a te il silenzio (2005) ed è ima scelta di vari poeti romantici «per giovani innamora­ti». Quella che ho citato è dell’inglese Samuel T. Coleridge (1772- 1834). Provate a immaginare la scena amara dipinta nei versi: si cer­ca, nel buio di una casa, quella voce tanto amata, sembra di sentirla e invece, «non sei lì, tu».

Ecco, allora, mancare quasi l’aria, ecco lo spegnersi della luce, ecco il fiore terribile della disperazione che sboccia dalla solitudine, dall’amore spezzato perché forse non ben custodito e alimentato, non ben difeso e ravvivato. Dilaga, allora, nell’anima il gelo della solitudine. Essa ha due volti: può essere una sorta di dieta purificatoria dell’anima, ma è anche, come scriveva il poeta latino Ovidio, un’esperienza amara: Tristis eris si solus eris, «sa­rai triste, se sarai solo» (Rimedi d’amore, v. 583).

Gianfranco Ravasi


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