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18 Giugno/ L’ALBERO DEL RANCORE

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Se seghi un albero, getterà di nuovo, se ferisci una persona con una spada, la ferita guarirà dopo un po’, e se qualcuno ti conficca una freccia nel cuore, puoi estrarla, ma la ferita provocata da una parola non guarisce mai. Non si può annullare l’effetto di quella parola. L’albero del rancore che hai piantato getterà radici profonde nel terreno e i suoi rami arriveranno fino alla stella rossa.

KADER ABDOLAH

Calila e Dimna è «uno dei sei o sette libri antichi persiani più im­portanti, la nostra prosa più bella»: così scrive Kader Abdolah, per­siano rifugiato in Olanda per ragioni politiche e da allora scrittore nella sua nuova lingua. Egli ha preso quell’«antico gioiello» della sua terra d’origine (ma dalla genesi antica, indiana e araba) e l’ha offerto ai lettori occidentali. In un caleidoscopio di racconti, che s’intrecciano tra loro come nelle Mille e una notte, affiorano ininterrottamente mo­niti ed esortazioni morali, come quella da noi oggi proposta sull’effi­cacia perversa della parola.

Chi non sa che una frase cattiva, emessa in pochi secondi su impul­so dell’ira, può lasciare tracce che non si cancellano più e che striano di odio per anni anche le relazioni tra fratelli? L’«albero del rancore», lussureggiante nei suoi frutti avvelenati, nasce dal seme microscopico di una parola maligna: essa sembra morta appena detta, il suo suono subito si dissolve, ma la sua energia negativa comincia allora a fiorire dando origine a un male che non si estingue. Per questo dovremmo essere sorvegliati appena apriamo le labbra, come il Salmista che fa questo proposito: «Veglierò sulla mia condotta, per non peccare con la mia lingua, porrò un freno alla mia bocca» (39,2).

Gianfranco Ravasi


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