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28 DICEMBRE/ IL SERPENTE NELL’ERBA

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Ci sono tempi in cui non si può sollevare un filo d’erba senza che ne esca un serpente.

MARCELINE DESBORDES-VALMORE

È stata una docente di letteratura francese a suggerirmi un giorno questa frase che appartiene all’epistolario di ima poetessa che non avevo mai sentito nominare, Marceline Desbordes-Vaimore, nata nel 1786 e morta a Parigi nel 1859. A distanza di molto tempo mi ritorna in mente per questa giornata che il calendario dedica alle piccole vitti­me della violenza brutale di Erode, i Santi Innocenti. È facile depreca­re questi atti infami, eppure essi non sono eccezionali e la storia ce lo insegna. Anzi, la stessa quotidianità ci riporta sistematicamente di fronte alle violenze, le più atroci e innominabili, sui bambini e, più in generale, sui deboli e sugli inermi.

L’immagine della poetessa è, forse, un po’ forte, ma coglie un’ani­ma permanente di verità: anche in chi è «normale» e apparentemen­te buono c’è almeno un filo di violenza, di odio, di malizia. Lo si po­trà teologicamente spiegare in tanti modi, ma il «peccato originale» col suo grumo oscuro di male e di perversione insidia ogni coscien­za. È per questo che l’invocazione paolina alla grazia divina affinché ci sostenga è indispensabile. È per questo che l’impegno della nostra libertà e volontà a custodire atti e parole dev’essere serio e severo. Affermava quel capolavoro della spiritualità che è l’Imitazione di Cri­sto: «Siamo sempre pronti a dare gran peso a quello che gli altri ci in­fliggono, ma quello che essi sopportano da parte nostra non ci tocca in nessun modo». E così lasciamo che i serpenti si moltiplichino…

Gianfranco Ravasi


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