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PUGLIA/ ELEZIONI NELLE MANI DEL TAR. LA REGIONE: COSI’ NON SI GOVERNA.

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IL NODO: 29 SEGGI O SOLTANTO 27. L’INTERPRETAZIONE DELLA LEGGE ELETTORALE E’ CAMBIATA RISPETTO AL 2015: TUTTO RUOTA INTORNO AI VOTI DELLE LISTE RIMASTE SOTTO IL 4%

Sono 7 i ricorsi contro i risultati delle elezioni regionali che il Tar di Bari discuterà giovedì 14, potendo potenzialmente stra­volgere le decisioni della Corte d’appello. Il tema più importante riguarda il premio di maggioran­za: se cioè il centrosinistra abbia dirittoa29seggi (come ha deciso la commissione elettorale in base a una interpretazione «innovativa» delle norme) o solo a 27 come ac­cadrebbe se, in analogia con il pas­sato, dal totale dei voti della coa­lizione venissero sottratti quelli delle liste che non hanno superato lo sbarramento del 4 %.

Sulla maggioranza a 27 seggi sono incentrati i ricorsi (quasi uguali) di Vito De Palma, candi­dato di Forza Italia, e di Antonio Scalerà (Puglia Domani, civica di centrodestra) ma anche – seppure in via subordinata – quello di Do­menico De Santis, l’ex consigliere del presidente Emiliano (quarto in graduatoria nel Pd di Bari) che, dunque, va al Tar contro i com­pagni di partito: l’accoglimento del suo ricorso costerebbe il posto a Michele Mazzarano e Ruggiero Mennea, ma anche a Peppino Longo, Mario Pendinelli e Francesco La Notte, a favore di De Palma e Conserva.

Il valore politico della vicenda è dunque enorme, perché ne va (po­tenzialmente) della tenuta della coalizione di centrosinistra: con 27 seggi (il 28° è quello di Emiliano) il margine della maggioranza si riduce a 5 voti e l’apporto dei «col­laborazionisti» grillini diventa fondamentale. Per prassi nei giu­dizi elettorali gli enti non si schie­rano per l’una o per l’altra parte, ma si costituiscono solo per de­positare i documenti. Stavolta in­vece la Regione, come accadde già nel 2005 (per Vendola, contro Fit­to) ha preso posizione – tramite l’Avvocatura – applicando una de­libera di indirizzo approvata il 7 dicembre dalla giunta su relazione di Emiliano: siccome l’appli­cazione del premio di maggioran­za ha riflessi sulla governabilità dell’ente – dice l’atto – la Regione deve partecipare al giudizio «per difendere i risultati elettorali». Cioè il premio di maggioranza pie­no a 29 seggi.

La scelta fatta dalla Regione è pienamente legittima, per quanto – anche questo va detto – la tesi della «governabilità» finisce per coincidere con l’interesse del suo presidente Emiliano che, invece (il termine scadeva ieri sera) ha scelto di non prendere parte per­sonalmente ai giudizi ammini­strativi che si discuteranno da­vanti alla Terza sezione. In fase di scrutinio Emiliano si era invece costituito in proprio davanti all’Ufficio centrale elettorale, con una memoria (del suo delegato, il professor Giuseppe Morgese) che insisteva proprio sui 29 seggi.

Il premio di maggioranza pieno (29 seggi), secondo la legge elet­torale pugliese, spetta alla coali­zione che supera il 40% dei voti. Ma il punto è su come debba essere calcolato quel 40%: una decisione dell’Adunanza plenaria del Con­siglio di Stato del 1997 dice infatti che nei sistemi proporzionali con premio di maggioranza le soglie di sbarramento «non possono che ri­levare ad ogni effetto, ovvero per qualsiasi riparto in cui si articoli il procedimento di attribuzione dei seggi». Tradotto: i voti delle liste che non hanno superato il 4 % non concorrono al calcolo della percentuale di coalizione.

Questo principio è stato appli­cato, ad esempio, nel 2015, ma an­che nei calcoli del ministero dell’Interno (quelli che appaiono sul sito Eligendo dopo le elezioni, e che non hanno valore ufficiale). Stavolta l’Ufficio centrale regio­nale (la Corte d’appello di Bari) non ne ha tenuto conto: diversa- mente Emiliano si sarebbe ferma­to al 29% e dunque avrebbe avuto 27 seggi. Spetta ai giudici ammi­nistrativi sbrogliare la matassa.

MASSIMILIANO SCAGUABINI

gazzettamezzogiorno


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