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VIESTE/ VIAGGIO NEGLI ANNI DAL 1943 AL 2013 – IL CENTRO VACANZE PUGNOCHIUSO (18)

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Preliminari

Correva l’anno 1961 quando il vento dell’ENI arrivò nella nostra città portato da una delle società più importanti del gruppo, la SNAM progetti.

Nell’autunno di quell’anno, giungeva al Comune una lettera della Snam che chiedeva di poter acquistare i terreni comunali chiamati Valle della Fossetta e Porto Greco, 240 ettari, confinanti con i 2000 ettari che aveva già comprato da privati proprietari.

Lo scopo? Creare un insediamento turistico di notevole dimensione ed elevata qualità.

L’intervento della SNAM sul Gargano aveva preso le mosse da un colloquio tra il presidente della Cassa per il Mezzogiorno Gabriele Pescatore e il presidente dell’ENI Enrico Mattei. La Cassa, sorta nel 1950 per volontà del Governo De Gasperi, aveva tra i suoi scopi anche le “opere d’interesse turistico”. L’ENI, con il villaggio turistico già realizzato a Borca di Cadore, aveva dimostrato di saper bene operare anche in questo settore. Perché, dunque, argomentarono alla Cassa, perché non impegnare la forza propulsiva di quell’ente per attivare nel Meridione un’iniziativa turistica di grande respiro, capace di stimolare le potenzialità insite nel territorio e fare da battistrada all’imprenditoria locale?

Dal dire al fare, per Mattei, non ci fu di mezzo il mare. Messi al lavoro i suoi esperti, la scelta cadde sul territorio di Vieste, che va, lungo la costa, dalla Testa del Gargano fin quasi al confine di Mattinata.

I terreni comunali sunnominati erano, e sono, in parte boscosi e in parte pascolativi e cespugliati, inframmezzati qua e là da radure. Quotizzati e dati in affitto, su di essi, venticinque trenta famiglie avevano esercitato la pastorizia e un po’ d’agricoltura, benché entrambe le attività fossero scarsamente produttive. Ma, in mancanza di meglio, allora bene o male ci campavano.

Nei primi anni ‘50, il Comune invitò gli occupatori a chiedere di poterne acquistare la proprietà. Ricevute le domande, deliberò la legittimazione, la sdemanializzazione e la vendita dei terreni agli aventi titolo. dietro pagamento dei piccoli importi, previsti dalla legge.

Alla fine degli anni 50 il complesso iter burocratico degli esami e delle approvazioni, era concluso. Nel frattempo, la situazione economica generale del nostro Paese era migliorata e i detti pastori-contadini, salvo quattro o cinque, avevano abbandonato quei terreni. C’era chi aveva cambiato mestiere e chi era emigrato. Non avendo più interesse, quando vennero chiamati a firmare le carte per accatastarsi la proprietà, non si presentarono.

La discussione in Comune

I consensi alla richiesta della SNAM furono subito pressoché generali. Non sfuggiva a nessuno l’importanza dell’essere venuto questo gigante dell’industria italiana ad investire sul nostro territorio.

Della questione si discusse molto in consiglio comunale, vale a dire dei tempi di attuazione e del prezzo da richiedere per il Comune (ritrovatosi titolare della nuda proprietà, non avendo gli occupatori firmato l’atto di acquisizione). Circa il compenso spettante agli occupatori per la rinuncia al diritto di superficie, questo fu lasciato da convenirsi direttamente tra la Società e ciascuno degli interessati. Durante tutte le fasi della discussione, decisamente favorevoli a concludere la trattativa, furono i consiglieri comunali democristiani, socialisti e socialdemocratici. Favorevoli con riserve i consiglieri comunisti e i monarchici-missini. Nessun contrario.

Nella seduta del 26 marzo 1962 il Consiglio Comunale approvò la vendita dei terreni alla SNAM, dei 29 consiglieri presenti, 20 votarono a favore, 9 si astennero (gli anzidetti comunisti e i monarchici-missini). La Snam pagò a due padroni: al Comune la nuda proprietà e agli occupatori il diritto di superficie.

I pastori-contadini, in base alla superficie ceduta, presero da 4/5 milioni di lire fino al doppio. Quanto valevano allora quelle somme? Faccio un esempio: con 3 milioni, 3 milioni e mezzo si comprava un appartamento di 100 metri quadrati di nuova costruzione.

Il Comune incassò 60 milioni di lire, che investì, come per legge, in titoli del Tesoro, e poi spese per costruire il primo lotto del pronto soccorso e poliambulatorio che abbiamo alla Coppitella.

La città tutta ebbe il suo tornaconto nella nuova importante fonte di lavoro che si veniva a creare.

La costruzione e l’apertura

Scomparso tragicamente Enrico Mattei nell’ottobre del ’62, si temette che l’iniziativa da lui avviata a Vieste potesse bloccarsi.

L’opera invece seguì il suo corso, grazie all’impegno del collaboratore di Mattei, l’ingegnere Raffaele Girotti, il quale anzi diede un forte impulso all’attuazione del progetto. Difatti, la Snam, operando con una tempestività impressionante, realizzò nel giro di tre anni il primo lotto dell’insediamento, cioè l’Hotel del Faro con 220 camere, piscina all’interno, comfort vari e tutte le opere di urbanizzazione primaria.

Nasceva così, e nel luglio del 1965 iniziava la sua attività, il Centro Vacanze di Pugnochiuso, portato rapidamente all’attenzione nazionale. Un fiore all’occhiello della ricettività turistica della Puglia.

Nel volgere di un decennio, furono realizzati ancora l’Hotel degli Ulivi, 180 camere, più nuclei di casette, la piscina all’aperto e un edificio, detto dalla forma, “Piramide”, attrezzato a mo’ di piazzetta del villaggio con bar, negozietti, altre attività e sala convegni e spettacoli.

E si operò anche a favore del patrimonio naturalistico. Che venne non solo salvaguardato, ma pure incrementato con il rimboschimento delle aree spoglie di vegetazione e il ripopolamento della fauna con la destinazione di circa 800 ettari a riserva di caccia. Detta riserva adesso è dismessa.

Degli uomini dell’ENI che accompagnarono e sostennero il progetto Pugnochiuso, insieme al citato ingegnere Girotti, va ricordato un altro uomo di vertice, l’ingegnere Mario Limiroli per l’efficienza espressa dapprima alla guida della SNAM e poi, per molti anni, come presidente della SEMI (la società cui fu affidato il complesso), che gestì con mano sicura e prestigiosa. E ancora il deputato, poi senatore, Vincenzo Russo, di Foggia, che sostenne l’iniziativa, e dopo che il complesso fu realizzato e attivato continuò a seguirne le vicende, fin quando la privatizzazione non toccò pure all’Eni.

Per un trentennio la Semi gestì Pugnochiuso direttamente, e con successo, arrivando a contare sino a 100 mila presenze nelle migliori stagioni e non molto al di sotto nelle altre, e dando occupazione a circa 70 dipendenti fissi e intorno ai 300 nei mesi di maggior lavoro. Il suo contributo diretto e lo stimolo che derivò all’imprenditoria locale produssero nuove entrate e un incremento dell’economia cittadina, consolidatasi col passare degli anni.

Poi giunse il tempo in cui, contro la gestione pubblica in generale, si prese a glorificare quella privata, e Pugnochiuso fu affidato a ditte private. Uscì del tutto dal settore pubblico negli anni Novanta, ceduto all’industriale di Lombardia Emma Marcegaglia, cui appartiene tuttora.

A prescindere dal pro e il contro i cambiamenti avvenuti, rimane indiscussa per il turismo di Vieste e della Puglia l’importanza rappresentata ancora oggi dal centro vacanze Pugnochiuso.

La visita, mancata, del Capo dello Stato

Alla cerimonia inaugurale dei lavori doveva partecipare il Presidente della Repubblica Antonio Segni. Che il giorno fissato, domenica 31 marzo 1963, giunse a Foggia con l’aereo, alle ore 11.30. Quella mattina già da verso le ore 9, la popolazione di Vieste aveva cominciato a uscire di casa per vedere il Presidente, e si era riversata sul corso Fazzini e sue adiacenze. Anche dai paesi vicini era arrivata gente e da Foggia forze di polizia, parte in divisa e parte in abiti civili. C’era l’atmosfera delle grandi attese, lo si percepiva anche dalle brevi frasi che le persone, incrociandosi, si scambiavano, tipo: “Che si dice?”, “Si sa niente quando arriva?”. Verso mezzogiorno arrivò, invece, la doccia fredda: il Presidente Segni non sarebbe più venuto. Causa il forte vento, l’elicottero che doveva portarlo qui non poteva mettersi in volo.

Inutile dire della delusione che si diffuse tra la gente. Le forze dell’ordine, ripartirono subito, alla spicciolata. I cittadini non lasciarono tutti la piazza, parecchi rimasero a passeggiare, a commentare l’accaduto. Da Foggia arrivarono in macchina l’ingegnere Girotti e l’onorevole Russo.

Ecco alcune righe di tre primi commenti della giornata. Dal giornale IL GARGANO del 5 aprile 1963, così iniziava la sua ampia pagina il direttore Giuseppe D’Addetta: “Se per una deprecata fatalità le condizioni atmosferiche non l’avessero impedito, per la prima volta il Promontorio Arcangelico avrebbe avuto l’onore di ospitare il Capo dello Stato italiano. E non poteva essere occasione più nobile e significativa della inaugurazione del primo nucleo già in atto di una grande opera che forse segnerà l’inizio di una vita nuova sulla nostra terra”.

E Mimmo Aliota chiudeva il suo articolo sull’avvenimento affermando d’essere “una gran fortuna che ad intraprendere questa colossale opera sia un’Azienda di Stato, l’ENI, la quale per solidità, capacità imprenditoriale e soprattutto per finalità, dà le più ampie garanzie che l’immenso patrimonio (l’ambiente naturale) non andrà sciupato”.

Da parte mia, nell’incontro della sera sul municipio con amministratori, cittadini e le personalità avanti nominate, dopo aver espresso il rammarico per la mancata visita del Presidente Segni, sentii di poter aggiungere: “Ci rimane la soddisfazione per l’interesse creatosi intorno all’insediamento di Pugnochiuso, i cui lavori sono già iniziati, e la certezza che il compiersi dell’opera aprirà nuove prospettive di sviluppo e di progresso per Vieste e per il Gargano tutto.

Doveva essere una giornata memorabile. E lo fu, ma a double face. Da una parte il rammarico per la mancata visita del Capo dello Stato, dall’altra il piacere per la pubblicità comunque venuta all’iniziativa in corso.

Ludovico Ragno


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