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LA FAMOSA PORTUALITÀ DELLA CITTÀ DI VIESTE, INCONTESTABILE PATRIA DI OMERO, IL PIÙ GRANDE POETA DI TUTTI I TEMPI E DEL MONDO, NELLA LETTERATURA MODERNA E ANTICA.

In seguito all’ennesimo naufragio verificatosi qualche decennio fa e che ha provocato l’affondamento nelle acque del molo viestano di un paio di pescherecci, riferendosi a questo molo del tutto scoperto ai violenti venti da Ovest-Nord, qual è il forte Ponente, che in caso di sola previsione degli anziani marinai diventati esperti metereologi i pescatori viestani erano costretti a riparare spesso i loro pescherecci nel porto di Manfredonia, il viestano padre gesuita V. Ruggieri scriveva: “riferito a Vieste, l’uso della parola porto non pretende di avere una accezione tecnica”, rivelando come sia scomparsa ogni traccia della identità di Vieste come importante e capiente remoto porto anche come riferimento storico, geografico e demografico dell’antico Continente, ora Europeo.

Infatti, nella più citata delle iscrizioni presenti nella grotta dell’isoletta del Faro di Vieste, si legge che da Venezia nel Settembre del 1003 Pietro Orseolo si recò in aiuto di Bari, assediata dai Saraceni, sostando nel porto di Vieste con cento navi. Mentre dall’aggiunta fatta al primo testo dal Domino Presbitero, si deduce che anche al ritorno la stessa vittoriosa flotta aveva nuovamente sostato per un mese in questo porto.

Il Rizio scrive che l’uccisione del catapano Ciriaco (Bennato) avvenne nel 1066, presso Viestecittà della Puglia nel porto del Gargano. Il Sarnelli riferisce che, al tempo del XXI° vescovo di Siponto, in Viestes’imbarcò Papa Alessandro III alla volta di Venezia, come ricordano pure E. Bacco e P. Collenuccio. Il viestano Giuliani, riportando questo episodio, racconta come ben tredici Galee furono messe a disposizione del Papa Alessandro III dal Re Guglielmo, che lo accompagnò fino a Viesti, dovendo sostare per un mese nel porto di Vieste in attesa che il mare si placasse; a testimonianza della sosta di questo Papa è stata recentemente eretta una lapide su una parete rocciosa situata alla radice del primitivo molo viestano.

Il Giuliani ricorda ancora che nel 1240 i Veneziani saccheggiarono alcune città, tra cui Vieste, suscitando la vendetta di Federico II che spedì contro di loro ben 150 galee e 20 vascelli,dislocati nel porto di Vieste. Il Villani, tramanda che nel Luglio del 1333 Carlo Umberto, re d’Ungheria, con molta baronia sbarcò in Puglia nel porto di Bostia, cioè Vieste. S. Mazzella riferisce che la città di Vieste, rivolta al levante del Monte Gargano, ha un bel porto.

Il Parrino scrive del sacco della città di Vieste e della presenza di un porto naturale in questa città e, ricordando che Dragut Rais giunto con le sue navi la prese in sette giorni, mentre altri furono necessari per compiere le decapitazioni sulla Chianga Amara degli inabili alla schiavitù, la distruzione della città, la cattura e la deportazione di migliaia di abitanti, lasciando intendere che questo pirata dovette ormeggiare le sue sessanta galee in questo porto sicuro e tranquillo. Il predetto V. Ruggieri presenta tutta una serie di documenti redatti da vari portolani e cartografi dai quali si acclara la presenza di un porto in Vieste e, soprattutto, l’assenza di altri porti in altre località del Gargano, poichè dopo Vieste indica il riparo naturale costituito dalle isole Tremiti per poi passare a Buci, l’odierna Termoli.

Il Bacco (Regno di Napoli diviso in dodici Provincie – 1618) tramanda che un tempo i Vestani furono molto potenti per mare e fondarono città, avendo sia una fiorente attività marinara con centinaia e centinaia di barche per la pesca delle sarde, sia una attività mercantile con Venezia, con la Marca di Ancona e con la frontale Illyria, regione che dal greco ille diventa di fronte a Yria, cioè di fronte a Vieste.

In quel predetto libro E. Bacco dedica uno specifico capitolo intitolato: “Descrizione della città di Vesta”, riferendo notizie che sia pure succintamente troveranno vivo riscontro. Specie quando, oltre la fondazione di nuove città tra cui, secondo lo scrivente, Giulianova per una Nuova Troia (Ilio da cui Giulia) del tutto simile a Trojanova, primitivo nome di Londra; Senigallia per un seno rivolto a Oriente qual è il Pantanella; l’Aquila, che prende il nome da un’antica pietra scolpita con su la scritta laqu, termine indeuropeo che sta per il greco laccos, latino lacus, lo stesso di lacuna qual è il Pantanella, come pure a una veste, altro antico nome di Vieste; Pescara fondata dai Vestini e Marrucini e, per farla finita, Francavilla a Mare i cui abitanti consideravano per lungo tempo i Viestani come loro progenitori (Giuliani).

Il Bacco aggiunge che Vieste, sita all’estremità del Gargano era una cittàmolto attaal dominio del mare Adriaticoe che i vicari degli Imperatori greci, che certamente si muovevano con navi e con adeguato seguito, venivano spesso in questa città per soggiornare. Ne “Il Compasso da Navigare” edito da B. R.  Motzo (Cagliari 1947) dal cod. Hamilton del sec. XIII nel paragrafo dedicato a “Lo Monte SanctoAngelo” a pag. 29 scrive: “Del Monte SanctoAngelo e Bestij, che è en capo de lo dicto monte da ver greco, V millara. Bestij è bom porto”. Nel 1420 il portolano Magliabecchi scrive: “lisola (bestia) e buon surgitoio e puoi entrare da ponente (e da leuante) e puoi stare a anchora e prodese alli pali”, sottintendendo la presenza di due porti a Vieste, uno al suo levante l’altro al suo ponente.

Ma dell’istmo del Montarone su cui poggia l’antica Vieste con le sue abbondanti sorgenti d’acqua, in particolare quella più grande di acqua buona del porto del Pantanella e dei pozzi della città e privati. Nel 1490 più dettagliatamente il portolano B. Rizo, riferendosi ai predetti due porti naturali e alla difficoltà dell’entrata delle navi con l’aiuto di una grande corrente interna al Pantanella, scrive: “Bestie e cita e sia per tramontana do ixole che li fa porto. la sua intrada si e di leuante e perche la bocha da ponente e pizola et iui per esserui picol fondi usa grandissima chorente de aque pero darai li prodexi in terra ale ixole e le anchore in fondi verso la terra”.

Questi due portolani dimostrano che in realtà Vieste ha avuto due porti naturali che, oltre il Pantanella, con una piccola bocca munito di una grande corrente d’acqua buona detto Canale della Chiatà usata pure per l’entrata e l’uscita delle navi, c’era un altro porto identificato in un paio di occasioni da Omero come “piccola roccia grandi flutti trattiene” che era presente sul lato orientale dell’istmo del Montarone.

La cui presenza è confermata dalla realtà dei luoghi tra cui quella di una roccia, da poco interamente divelta, con sopra alcune bitte rocciose per legare le navi e da alcune testimonianze documentali. Per inciso va detto che Bernardino Rizo era un portolano che conosceva bene il tratto di mare che va da Vieste all’attuale città croata di Dubrovnik.

Ciò si deduce da una lettera da lui scritta in lingua volgare da Dubrovnik, datata 8 Giugno 1430 in cui si apprende che un certo “Luca Marini de Bona veniva incaricato di reclutare per fina pedoni trecento Italici … et arivar in Manfredonia dove dobiati trovar et essere cum Rizo, condutor e cavo de fanti a pede” (l’Adriatico e il Gargano. Centro di Cultura Uriatinon di Rodi Garganico. 1988, pag. 61).

Il declino dei porti naturali viestani inizia con il bradisismo negativo che nel 1600 ha interessato la costa adriatica innalzatasi fino a insabbiare pure il porto di Brindisi, e si completa nel 1627 con il devastante maremoto che ha interessato alcune città interne della Puglia settentrionale, compresa Vieste.

Infatti, dopo il 1600 non vi sono più tracce di un porto funzionante a Vieste, pur trovandosi nel 1923 notizia del porto del Pantanella “ora interrito” (Michele Petrone: Note di storia antica Garganica e Viestana) dai lavori di bonifica consistente nella sua insabbiatura, durata dal 6 Settembre 1868 al 5 Giugno 1874, resasi necessaria per la putrefazione della sua poca acqua interna divenuta letale per molti abitanti (Alfonso Perrone: Giornali domestici) dopo che oltre un secolo prima, nel 1680 circa, il Pantanella “aveva picciola profondità ed era incapace di contenere grandi vascelli” (V. Giuliani. Memorie Storiche di Vieste).

Occorre ritornare al 1500 per trovare nei registri Angioini e nel Codice Diplomatico Aragonese che Vieste è ancora un importante Arsenale e Cantiere Navale, grazie al suo porto e alla presenza di idoneo legname facilmente reperibile nella limitrofa Foresta Umbra e nel vicino Bosco. Anche se, in realtà, la vita del cantiere navale viestano risale ai tempi più antichi se si pensa che Livio scrive che i Viestani, chiamati Uriti, inviano ben quattro navi trireme a sostegno della flotta degli alleati Romani. Tracce di fucine navali sono emerse nei recenti scavi delle fondamenta di un fabbricato in via XXIV Maggio.

Dei due porti viestani quello di levante, le cui ultime tracce erano visibili su un grande scoglio abbattuto oltre un ventennio fa per fare posto a un albergo, era situato nell’ansa rupestre a levante dell’istmo del Montarone ed era accessibile quando spiravano i forti venti di ponente, i boreali e i grecali. L’altro porto, situato a ponente del predetto istmo, è il Pantanella che invece era accessibile con i venti rovinosi di levante dai quali era riparato dalle “do ixole”, per la penisoletta del Montarone con i suoi due corni marini e dall’isoletta del Faro.

Il Pantanella, toponimo di origine greca che da panta-ne(a)-el(os)-la(às) diventa un “completamente-nave-approdo-rupe (o monte)”, venendo delimitato da colline la cui forma craterica viene completata da una scogliera bassa e piatta. Scogliera formata da una parte dal rialto tuttora presente sul fianco della Scuola Media Spalatro anticamente detta “la Chianghe del l’Onne”, cioè una roccia levigata dalle onde, e dall’altra l’ora smussata “Chianghe de l’Orne” resa famosa perché qui, novella Poppea, faceva il bagno nel latte Donna Peppinella Mafrolla (Giuliani), ma così chiamata per la presenza dell’ornello.

Prominenze rocciose, forse pure le do ixole del Rizo, che situate davanti all’entrata del Pantanella restringevano la sua bocca al punto da richiedere la spinta a mano delle navi sia alla necessaria entrata di poppa, e sia all’uscita con l’ausilio della profondità della grande corrente di acqua buona che tuttora sgorga e scorre, ora canalizzata in tubazioni sotto terra, chiamato Canale della Chiatà che, passando infine tra le due predette Chianghe, veniva utilizzato secondo le indicazioni non soltanto del Rizo.

La realtà del Montarone, toponimo di origine greca che da mo(u)n(az)-tauro(s)-onem porta a un “peduncolo isolato ma non distaccato – avente la forma di corna di un toro – possente”, cioè una quasi isola munita di due corni marini possenti perché resistenti ai marosi, rivelando inoltre che i due predetti porti sono separati da quello che, prima della crescita dei suoi fianchi con il millenario accumulo delle sabbie trasportate dai venti, l’attuale esistente e abbondante crusta da cui pure il toponimo di “Renazze”.

Sabbie che venivano depositate sul più basso istmo che unisce il Montarone, sede dell’antica città, al restante territorio perciò considerato pure come isola, a cominciare dal poeta Omero. Oltre che dalla reale orografia del sito dell’antica città di Vieste, la presenza dell’istmo è testimoniata sia dal toponimo di Montarone, sia dalla presenza di antiche mura che fungevano da fortificazione e da banchina marittima.

Infatti, antiche mura, di fattura micenea sono emerse sia sul fianco orientale dell’istmo, nel tratto che va da sotto al Castello alla Chiesa di S. Maria delle Grazie, dove si “scavarono molte pietre grandi ben lavorate di 9 palmi lunghe (altezza) palmi 4 di testa (larghezza) e palmi 2 di altezza (spessore) insieme con resti di palizzata e si riconobbe di essere stata ivi la porta principale della città (Giuliani)”, sia sul fianco occidentale dell’istmo del Montarone dove per le abbondanti piogge del 1665 emerse un lungo e alto muro, fatto di grandi massi di pietra bene squadrati e lavorati lunghi palmi 7 e larghi 4, venuti fuori durante lo scavo della vigna di tale Abatantuono, detto Incantasorci, e che si allungava dai piedi della collina del Carmine fino alla discesa di via della Fontana Vecchia (G. Pisani. 1660), ora via Giovanni XXIII.

Su questo stesso lato dell’istmo è venuta fuori dopo abbondanti piogge un’altra lunga e alta muraglia fatta di pietre squadrate di cui le più grandi avevano dimensioni di palmi 9 lunghe (alte), 2 di fronte (spessore) e 4 di testa (larghezza), emerse nel 1800 nello scavo di una vigna in località Allegorizie (sac. T. Masanotti), sotto l’ex convento dei Cappuccini.

A questi si aggiungono alcuni massi di pari misura ritrovati intorno all’anno 2000 durante lo scavo delle fondamenta per l’ampliamento dell’Hotel Mediterraneo, che si trova davanti la Chiesa della Madonna della Libera, sul cui fianco sono stati accatastati.

La penisola del Montarone che gli antichi, a cominciare da Omero e finire ai portolani che a volte lo identificano come isola, unitamente al porto del Pantanella diventa geograficamente importante, venendo identificato come l’isola posta davanti alla bocca dell’Adriatico, che significa originato da Adria, dal gr. adros: forte, altro nome di Vieste e da cui il Golfo Adriatico che secondo alcune fonti iniziava da Vieste a volte col nome Merinum.

Il vescovo viestano pure di nascita,N. Cimaglia, il 6 Maggio 1752 scrive: “la città ora Vestana .. è situata .. alla bocca del mare Adriatico”. L’origine da Vieste del Golfo Adriatico è presente già nel geografo-matematico Tolomeo (VII sec. a.C.) che scrive: “nel mare Ionio Salapia, Siponto, Apeneste 42,50,40, il Monte Gargano 42,20,41 e adiacente (iuxta) il mare Adriatico, Hyrium”. Mentre tutti gli autori di storia, non solo viestana, hanno pensato a numeri di versi, trascurandoli, ma ignorando che Tolomeo è stato un geografo matematico per cui questi numeri diventano coordinate geografiche che vanno corredati rispettivamente con gli indici: ° gradi, ‘ primi e ‘’ secondi. Coordinate che fanno capo geograficamente a Vieste sia come Apeneste, col significato di estremità (gr. apene (uthe) orientale (gr. este) del Monte Gargano e ultima località del Mare Ionio, e sia come Hyrium adiacente, quindi all’origine del Golfo Adriatico, che in realtà origina (gr. tico da ticto) dal possente Montarone nell’identità di rupe rupe marinara col nome della forte Adria.

Dalla differenza di questi numeri di Tolomeo si ricavano pure i 300 stadi (x m 160), pari a km 48, di prospicienza sul mare del Gargano alla cui estremità c’è Uria (Strabone) che pure in questo caso porta questa contestata città esclusivamente a Vieste.

A questo si aggiunge che il sito viestano è importante anche per quanto viene tramandato da Polibio (II sec. a.C) che, dopo avere ricordato che: “l’Italia ha la forma di un triangolo”, aggiunge: “l’angolo che si piega a oriente è delimitato dallo Stretto Ionico e subito di seguito dal Golfo Adriatico”. Polibio, quindi, identifica Vieste sia come l’angolo orientale della triangolare isola Italia e sia come punto di origine dello Stretto Ionico.

Ovvero di un sentiero marittimo, una rotta, che funge da spartiacque tra il Mare Ionio e il Goffo Adriatico che, quindi, iniziano entrambi da quest’angolo, anche se in realtà sono un unico mare che, però, veniva già diviso dal “sentiero del largo, vasto e alto mare” chiamato Ellesponto da Omero. Inoltre, se si considera che la navigazione unicamente a vista degli antichi tempi veniva fatta a remi o, nel migliore dei casi, a vela, lo Stretto Ionico, lo stesso di Ellesponto, si identifica con la rotta marittima percorsa dai Viestani che ancora un secolo fa si recavano nell’allora frontale Dalmazia, ora Croazia, certamente la frontale Dubrovnik, come si può dedurre dalla lettera del Rizo.

Questo sentiero del vasto, largo e alto mare dell’Ellesponto di Omero, infatti, da una parte è favorito e abbreviato dalla prospiciente penisola della croata Sabbioncello da cui ha origine il Canale di Mèleda, e dalla parte opposta dalla prospicienza per 300 stadi, km 48, sul mare del Gargano di Strabone e dalla differenza degli indici geografici di Tolomeo.

Ma sentiero marittimo protetto dalla ordinata presenza delle isole intermedie di Pelagrosa, Lagosta, per due necessarie soste notturne dei tre giorni di navigazione sul sentiero del vasto, largo e alto mare verso l’Aurora nel pescoso Ellesponto minacciato dall’indispettito Achille, per arrivare infine all’isola di Mèleda vicinissima a Dubrovnik.

Alcune volte il porto del Pantanella assume nomi che identificano la stessa città di Vieste. Così avviene con il Sarnelli quando scrive: “nel 920 Papa Giovanni X creò re d’Italia Ugone Conte di Orliens, il quale per prima bruciò le navi dei Saraceni nel Porto Matino”.

Il Porto Matino si identifica col Pantanella se si considera che nel 1600 il Pisani su questo stesso episodio scrive: “prima li Saraceni nell’anno 914, entrando in Italia et sconfitti da Papa Giovanni X, se restrinsero in detta falda di monte et città di Viesti et fortificati ivi se fermarono per grandissimo tempo con danneggiare il Regno“.

E anche perchè Vieste, dal greco Ui-este tra l’altro significa figlia del mattino come pure del Greco, poiché soprattutto nel giorno del solstizio d’Estate (21 Giugno) i primi raggi del Sole il cui disco, non la sua generica luce, si vede spuntare sul mare lontanamente da dietro la punta nordoccidentale dello Scoglio del Faro avente come toponimi (S.) Eufemia, la bene famosa, per la sua storia, o (S.) Eugenia, la buona genìa, che essendo lo stesso attribuito alla punta sinistra del Montarone visto da terra, a ben pensare diventa un sinonimo di Pizzomunno per il Montarone da cui in effetti tutto ha avuto origine. Poiché dalla vista in questo giorno del Disco Solare nasce l’antichita, o grecità, specificamente per la figlia del Greco città di Vieste, i cui Viestani autoidentificantisi come V(i-a)est(u)sane (le lettere tra parentesi diventano un’acca dentale quasi muta) prendono il nome dal latino aestus (leggi estus) col significato di figli dell’aestus più alto, o più antico, quindi pure greco, presente nel “sentiero solstiziale estivo” che vale pure sia per la direzione dell’Ellesponto e sia per il trovarsi in mezzo al mare grandi flutti e all’estremo del mondo della Skeria di Omero in riferimento ai grandi flutti che si infrangono continuamente contro i corni del Montarone nell’identità di Pizzomunno.

Un richiamo astrologico, quindi inequivocabile, che esclude la grecità dell’attuale Grecia da identificare come barbara unicamente perché si trova geograficamente al di sotto del predetto sentiero solstiziale estivo, ma qualifica valida anche come nazione usurpatrice della nascita di Omero di cui ben sette città si vantano di avergli dato i natali, mentre è il poeta più grande di tutti i tempi e del Mondo certamente Viestano, poiché il suo storico territorio funge da unità di luogo, di tempo e di azione di tutti i suoi Inni e soprattutto dei suoi poemi che sono poesie di grandi dimensioni.

Città di Vieste in cui vanno condotti il Monte Olimpo, sede delle maggiori divinità ora dato con il monte più alto della Grecia tra la Macedonia e la Tessaglia, mentre è da individuare con un monte viestano, probabilmente la collina della Chiesiola, toponimo di cui, ad eccezione dello scrivete, nessuno si è mai occupato, o della limitrofa Coppitella, e il Monte Ida, diventato un Monte della Misia, mentre è un monte dal quale i vicendevoli inganni di Zeus, che senza farsi notare parteggiava per gli Achei, ed Era, che sfrontatamente parteggiava per i Troiani, decidendo le sorti della guerra di Troia, secondo Omero. Quindi da situare nel viestano Piano della Battaglia. 

Antichi documenti rivelano che nel tempo il Pantanella assume ancora altri nomi. Così avviene nel Codice Diplomatico del Monastero Benedettino di S. Maria di Tremiti dove si legge che nel 1155 “la Chiesa di S. Lorenzo è fondata sulla punta medesima sopra il porto Aviane, che si trova dalla parte dove si vede la punta della chiesa rupestre di S. Eugenia (Petrucci)”, o di S. Giacomo (Giuliani), di cui tuttora compaiono rovine alla punta del Corno Grande del Montarone, detta pure punta della Banchina e della Mancina.

Toponimo che sta per le indicate dai pescatori viestani Acque di Fore, Cioè Acque di Fuori mano, o di sinistra, per il mare detto da Omero esperion: occidentale, a Vieste per il Golfo Adriatico. Mare che veniva dai ragazzi Viestani distinto, e quindi separato alla maniera di Omero, di Tolomeo, di Strabone e di Polibio dal Mère Granne, il Mare Grande, per il Mare Ionio, dal greco e omerico eonion: orientale, a Vieste.

Stante la sua precisa ubicazione viestana, il nome Aviane cela fatti importanti, perché dal greco arcaico auo-ana assume il significato di emissione di un forte lamento, o del grido più alto, che nasce dal tipico rumore del continuo movimento del mare e dei venti che si infrangono contro le rupi viestane, ma che richiama sia il lamento dei compagni di Diomede per la sua morte (Strabone) e sia il grido Italia fatto per prima da giovani immigrati al loro approdo (Virgilio).

Infatti, premesso che Diomede è stato uno dei tanti fondatori di Vieste (E. Bacco) città nella quale in realtà è poeticamente nato con Omero col nome di Argo: bianco, per le bianche rupi del Montarone, da cui pure i suoi Argivi, si aggiunge che il suo monumento chiamato Timauon (Strabone. Italia), nome che proviene dagli etimi greci tim(ao)-auo(n) che significa l’essere onorato con lamento, che sintetizza la leggenda dei compagni di Diomede trasformati in uccelli (gabbiani!) che onorano l’eroe con lamenti sull’isoletta disabitata destinata a sua tomba (Strabone. Italia; Plinio.

Storia Naturale) per l’isoletta del Faro. Tale identità è tanto più vera sia perché Diomede avrebbe voluto tagliare un canale per far diventare il bianco calcareo Montarone col nome di Teuthria: biancasta, una vera isola, quella abitata delle due favoleggiate Isole Diomedee, certamente ideate dalla presenza dei blocchi di pietra sull’istmo del Montarone di cui si è riferito, ma che sono già presenti ai tempi di Omero che le segnala all’arrivo di Odisseo a Skeria. E sia perché tra gli altri elementi del Timavo Strabone enumera un solo porto e sette correnti di acqua salmastra che tuttora scorrono sul litorale viestano della Scialara, di cui una sola di acqua buona per il Canale della Chiatà che tuttora sgorga e scorre, ora canalizzato, sfociando all’interno del porto del Pantanella, o porto Aviane, sfociando tuttora nel mare interno dell’attuale porto artificiale.

La presenza della grande corrente di acqua buona, la cui profondità veniva utilizzata per l’entrata e l’uscita delle navi nel Pantanella, come ricorda il portolano Rizo, è molto importante perchè rivela che questo porto ha avuto ancora altri nomi che consentono un ulteriore salto millenario a ritroso nel tempo.

Nella letteratura garganica il più noto dei nomi di Vieste è l’imposto dai Romani polivalente nome di Uria, in sostituzione dell’impronunciabile, pena di morte, Vesta loro primitiva venerata dea e antico nome di Vieste, venendo questa Uria tramandata da alcuni antichi scrittori tra cui Plinio, che annota con preciso ordine alfabetico fatti e nomi di cui viene a conoscenza nei suoi (presunti!) viaggi e che a volte cita lo stesso luogo con nomi diversi, facendo pensare a diverse realtà, come avvenuto per Apeneste e Hyria di Tolomeo.

In particolare citando i popoli Dauni, Plinio scrive: “di qui l’Apulia dei Dauni, dal nome del duce suocero di Diomede, in cui la città di Salapia .: Siponto Uria ., Porto Aggasus, la punta del Monte Gargano, che dista 234 miglia dal Salento o Japigo, comprendendo in questa distanza il periplo del Gargano, il porto Garnae, il lago Pantano”.

Da una lettura superficiale di questo passo pare logico pensare a porti e posti situati in luoghi diversi, generando come sempre confusione e pretese di altre città, ma se si legge con attenzione si scorge che cita lo stesso porto con nomi diversi poichè oltre a Uria nomina il Porto Aggasus, la punta del Monte Gargano .. comprendendo in questa distanza … il periplo del Gargano, il porto Garnae e il lago Pantano.

In realtà il Portus Aggasus, punta del Monte Gargano e il porto Garnae hanno lo stesso significato e ubicazione di Uria, la cittadella che Strabone situa sul punto in cui si doppia il capo del Gargano davanti al quale si trovano le (due) isole Diomedee che quindi sono Viestane, che non è lo stesso di “nel mare vicino a Luceria” come in un diverso momento scrive sempre Strabone.

Espressione che ha dato adito di pensare alle Isole Tremiti, che anticamente erano identificate come “Le tre Molinas”, cioè le tre secche sottomarine da cui fuoriescono le attuali cinque isolette. Infatti Uria, che dal greco ouros è un <alveo con canale per trarre le navi da e per il mare> come riportato dal Rizo, che equivale ad Aggasus ben oltre la precisazione di punta del Monte Gargano.

Il nome Aggasus, dal greco aggos è una gola, un vaso, o un’urna funeraria (di Diomede e altri), o un utero (di Gea, la Terra) che emettendo urina, lo stesso indeuropeo e latino di acqua, porta a Uria, dal gr. oureò, e alla gola del Pantanella. Anche perché Gea è tuttora presente nel toponimo <la Gioia> appartenente al sito che parte dal limite più profondo del porto del Pantanella chiamato Coppa Cardille, che dal greco cardias indica un cuore, che in questo caso pompa acqua, o un orifizio dal quale tuttora sgorga acqua.

Ma località “la Gioia” dalla quale inizia la Terra, greca Gea, per il vecchio Continente Europeo. E se, oltre il vaso, o la gola, si considera l’uso del canale per l’accesso delle navi nel Pantanella si scorge che, oltre l’ubicazione, Garnae non è dissimile da Aggasus. La derivazione del nome Garnae da gar-nae, va dal perché–navale, o monte-navale, fino a una gola con canale, derivante dalla fusione degli etimi indeuropei gara-arna (F. Innangi), che si trova pure nel significato greco di ouros di Uria.

L’identico significato di tutti questi nomi trova riscontro in Pomponio Mela quando scrive: “.. e il Monte Gargano: (c’) è un seno incinto dalla continuità del litorale apulo, di nome Uria, con un’entrata stretta e per lo più tormentata. Fuori Siponto”. Del pliniano lago Pantano, pure viestano sia per il già da tempo disseccato lago in località Pantano-S. Lucia di cui ha scritto il Giuliani nel 1680, sia per il più certo Pantanella che lo stesso Giuliani identifica come Pantanino, ma che su una recente rivista di architettura appare come il Lago della Vittoria che nasce dal nome dell’adiacente Grotta di (S.) Nicola che dal greco nike-laàs conduce a una rupe della vittoria.

Che, oltre quella di Odisseo su Polifemo di cui si dirà, vale anche per l’esultanza di gioia manifestata all’arrivo nel Pantanella da tutti gli immigrati indeuropei e dell’Asia Minore quivi giunti via mare nei tempi remoti per poi disseminarsi in Europa (Seneca).

L’annunciata nascita di Vieste da Diomede e l’identità dell’isola viestana come capo dello Stretto Ionico di Polibio, che è lo stesso dell’Ellesponto di Omero e del Ponto Eusino (da Eòs, sentiero verso l’Aurora) di Cicerone, citato con diversi altri nomi di passaggi e vie da altri scrittori, mettono in grado il lettore di individuare il locus, scoglio, isola con cui Seneca (IV sec. a.C.- alla madre Elvia V-VII) indica il particolare luogo strategico in cui sbarcano tutti i popoli di immigrati, oltre a “Enea, Antenore, Diomede e tutti gli altri eroi che la guerra di Troia disseminò i vinti e i vincitori”.

Il riferimento di Seneca anche ai reduci di Troia consente a sua volta di individuare nel Pantanella il porto di sbarco di Enea descritto da Virgilio (Eneide III,521) che scrive: “un porto che si curva ad arco verso l’onda orientale, con gli scogli avanzanti che grondano spuma e spruzzi salmastri, ma esso è al riparo: in doppio bastione allungano i bracci le rupi turrite e il tempio, dedicato a Minerva, arretra da riva comparendo sulla vetta“, come è tuttora nella realtà, considerato che in vetta al cornuto, anche nel senso di potente usato dai popoli antichi, Montarone c’è tuttora la basilica viestana, edificata sulle rovine dell’antico tempio di Vesta (E. Bacco). Dea che sostituisce il nome greco di Estia col significato di sacrario, specificatamente della Myrina di Omero, ma dèe che entrambe si sincretizzano pure con le romane Venere prima maniera, con l’epiteto di Sosandra, cioè ausiliatrice degli uomini veri, forti che appare tuttora su un’epigrafe nella grotta sul Faro di Vieste, e Minerva per la loro comune e perenne verginità.

L’esatta descrizione di luoghi e fatti Viestani di Virgilio, poeta ma anche storico assai scrupoloso, consente di risalire ulteriormente nel tempo. Infatti, se si considera che: 1 – della triangolare isola Italia, la stessa di Thyrrenia che prende il nome da Vieste identificata come Thyra: porta, la stessa del greco pulhe, porta, dell’attuale Puglia, Infatti, Polibio identifica la punta della Tirrenia con quella del Gargano come l’angolo che si piega a oriente; 2 – l’oriente, l’est(e) da Eòs, l’Aurora, identifica l’eterno punto di origine del disco del Sole e della vita, assumendo anche un valore cronologico da cui Vieste come la greca Megale Ellas, latina Magna (grande per età) Greca da cui, per estensione, la Magna Grecia per l’isola triangolare della Tyrrenia, poi Italia; 3 – da sempre, e pertanto a ragione, i Viestani identificano la loro città come Pizzomunno, cioè pizzo, angolo, atlante del Mondo, da cui Vieste come la città-Atlantide poiché, oltre la sinonimia di pizzo con atlante, da questi fatti si può infine affermare che il porto dalla entrata stretta del Mela e difficoltosa (pure del Rizo) del Pantanella è la stessa entrata stretta del porto di Atlantide descritto dal filosofo ateniese Platone (429-348 a.C.) nel Crizia e la stessa entrata stretta del porto dei Lestrìgoni unitamente alla bocca e sorgenti d’acqua di altri tre porti di Omero (forse X sec. a.C.) facenti capo al Pantanella del Mela e di Vieste come buon surgitoio del Rizo.

Prof. Giuseppe CALDERISI, nato a Vieste il 01 Febbraio 1943

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