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STORIA DELLO SCOGLIO E ALTRE NUMEROSE PROVE SULLA REMOTA CITTÀ DI VIESTE QUALE INCONTESTABILE PATRIA DI OMERO, IL PIÙ GRANDE POETA DI TUTTI I TEMPI E DEL MONDO. (3)

(…) Triangolare isola Italia che nasce dall’isola triangolare Thyrrenia, che prende il nome da thura, o turah, porta, che spiega l’improvvisa scomparsa della superba biblica Tiro di Ezechiele ed Isaia. Porta della Madre Terra viestana divinizzata sia con il re viestano Pilunno, portone, altro modo per inneggiare Vieste come Divina Porta della Madre Terra già presente in iscrizione su pietra.

Sia nell’identità di Portuno, o Portunno come divinazione del porto continentale del Pantanella. Sia col divino Giano che con il suo epiteto di matutino diventa la personificazione della funzione di Vieste, figlia del Mattino e che da ianua è una porta e da ianus è un passaggio, anche da e per il mare verso l’Aurora, nell’identità di uno stretto marittimo, lo stesso di una rotta, o di una via senza via di Virgilio, da individuare con l’Ellesponto diretto da Omero verso l’Aurora, lo stesso di mattino dichiarato nel suo epiteto di matutino.

Come pure nel successivo nome di Laurento di Livio come via stretta che è di fatto presente nella via maestra di Agylla, altro temporaneo nome di Vieste. Come pure il nome sia di Puglia, dal greco pulhe-ia: porta unica e sia di Apulia, da a-pulhe-ia: senza porta-unica, esteso come sempre all’intera regione pugliese. Ma isola triangolare Italia che, per continuità, prende il nome dal greco I-thaly(z) che sta per un’isola lussureggiante, in fiore, qual è l’isolato e abbondante d’acqua Montarone talvolta scambiato pure da Omero con un’isola (Itaca e Trinachia). Anche se come alternativa il nome Italia, poiché gridato per prima da giovani immigrati al loro approdo nel porto aperto all’onda orientale (Virgilio) qual è il Pantanella, può scaturire anche dal greco I-talis indicante un’isolata fanciulla, che si trova pure nel gr. pòlos indicante una pulzella, o una isolata fiorente sposa promessa, che porta direttamente al gr. òria da cui Uria per Vieste, che da oria indica il suo essere confine, estremità, lo stesso del greco orion come limite, confine, termine, della Terra nell’identità del Montarone come Pizzomunno.

Il greco òria porta a una bella fanciulla da marito che dal greco Orheia conduce a Oria per Vieste nei panni della fanciulla Uria che nella originaria leggenda viestana viene legata con le catene dalle Sirene e trascinata sul fondo del mare per gelosia del suo innamoramento con il bel pescatore Pizzomunno. Un modo leggendario, intelligente per gli antichi tempi, per ricordare lo sprofondamento della Troia di Omero che coincide con quello di Uria nell’identità col Montarone, o con lo Scoglio, della cui duplice identità con la confinante Troia si è già riferito.

Questa fanciulla pronta per il matrimonio, ma non sposata, come la deceduta nubile Giulia figlia del principe di Uria del Del Viscio, genera il nome della Daunia come territorio originato sempre da Vieste, anche perché la figlia di Dauno di nome Euippe = la buona cavalla, sposa una figura poetica qual è Diomede in seconde nozze, data l’infedeltà della sua prima moglie, con la conferma etimologica che daunia da dau(ò)-nyo(s) conduce a una dormiente sposa, cioè una donna talmente dormiente, o distratta, da rimanere vergine e che come Madonna Distratta viene tuttora venerata dagli abitanti dell’antica acquosa (acca) Accadia, nata dai Teutoni, che solo miticamente combatterono sotto le mura di Troia, perché non citati da Omero, dopo la loro fuga dal monte Ida, il che significa un popolo generato dalla ricca di acqua Vieste dato che l’Ida è un monte dominante la pianura viestana di Merino, la stessa di Troia. Un nubilato che per continuità e riverenza trae origine da quello della greca dea Estia, poi romana Vesta, entrambi nomi di Vieste, nei panni di dèe rimaste sempre vergini, malgrado le continue “avances” di Zeus, che secondo Omero tutto vede e tutto ascolta, sinonimo del latino Dieus, lo stesso del latino Deus, del romano Iovis, poi Iuppiter per Giove che come protettore del vento favorevole alla navigazione veniva identificato come Urios, Urio, lo stesso di Viestano: Ma Zeus o dieus e sinonimi sempre in riferimento all’attuale Sole, anche perché la reale ventosità di Vieste come estremità della Terra viene ultimamente esaltata dagli abitanti di Montesantangelo che indicano il Vento di Vieste quando sulla loro cittadina giunge il freddo vento di Greco-Tramontana. Un nubilato trasmesso alle Vestali, costrette ad essere illibate per 30 anni e tuttora in via perenne alle suore monastiche cristiane.

Per tornare agli Umbri che dopo avere scacciato storicamente gli Uriatini da Vieste vennero a loro volta scacciati dai Lidi che poi furono Thyrreni, da cui l’isola triangolare Thyrrenia pure nell’identità di Etruria, nome significante la parte residua, il lato opposto di Uria suo primitivo vertice orientale marittimo, che con un po’ di immaginazione è lo stesso della loro nascita da Vieste come città Pizzomunno anche per gli abitanti della Liguria, nome che sta per il piegamento del territorio (golfo) di Uria. Ma Umbri,gr. Ombricoi, che non prendono il nome dall’ombra, come tuttora viene scioccamente divulgato come se ci stessero degli alberi che non proiettassero ombra sul sottostante terreno, ma dal gr. ombreò che sta per l’emettere acqua delle sorgenti delle correnti viestane che si pensava affiorassero dopo un percorso sotterraneo di 130 stadi (Polibio in Strabone), pari a circa km 21, quindi erroneamente immaginate come provenienti dal territorio della attuale Foresta Umbra, ignorando l’origine fisica del fenomeno carsico.

 Ma senza considerare che questa emissione d’acqua di ombreò si trova pure nel gr. oureò di Uria per Vieste, sia pure per l’emissione di urina, (il piscio del Del Viscio) in realtà acqua salmastra, ma urina che per i popoli indeuropei e latini come pure attualmente è lo stesso di acqua. Tutto questo per significare che gli Umbri e la Foresta Umbra, oltre ad avere confine Merinum fin dall’Adriatico (Strabone), traggono origine da Vieste nell’identità di città che fa sgorgare dalla Cinta Acqua Sorgiva nelle iscrizioni in lingua greca arcaica interpretata dal Petrone e dai racconti sia delle due lavandaie al Beltramelli, sia di Polibio e sia di Omero, di cui si è già riferito.

Per tornare alla funzione mitologica di questo Scoglio viestano pure come Arca, certamente degli omerici Deucalione e Pirra dopo il Diluvio Greco di nove giorni di pioggia, che è lo stesso Diluvio responsabile dello sprofondamento di Troia. Come pure Arca dei biblici Noè e Vesta dopo il Diluvio Universale di quaranta giorni di pioggia descritto nella Bibbia e rinverdita dal Giuliani, facendolo pervenire da testimonianze scritte, ma senza immaginare che quest’Arca ha le dimensioni di m 146 di lunghezza, m 25 di larghezza e m 15 di altezza (Bibbia), che sono le stesse approssimative dell’ispiratore Scoglio di fronte al quale c’è la città di Vesta, fondata da Noè in onore di sua moglie morta all’approdo (Bibbia). Da Vieste partono pure alcuni altri eventi biblici riguardanti la sua improvvisa sparizione col nome Thura (Tiro – di Ezechiele ed Isaia) indicante Vieste come Divina Porta della Grande Madre Terra, o città Pizzomunno.

 Mentre l’identità dello Scoglio come culla diventa pure il riferimento diretto al mitico luogo di nascita prima di Afrodite Citèrea, divinità che insieme a suo fratello Apollo furono partoriti dall’omerica Latona,incinta di Zeus,su uno scoglio errante. Come pure culla di Venere Sosandra, poi Venere Appulius, cioè senza porta, quindi viestana come Uria aperta, divinità entrambe presenti in iscrizioni nella grotta di questa isoletta del Faro, che sia pure come sostenitrici di naviganti forti e valorosi diventano una Venere senza porta, o aperta, di seconda maniera, presente in Apulia, senza porta, e nei suoi veneratori Uri Aperti del Gargano di Catullo (ep. 36).

Apertura che parte da Vieste pure per il tuttora sconosciuto Continente Apeira, aperta, di Omero, senza considerarlo sinonimo dell’attuale Europa, vasta vista. Venere Sosandra che è lo stesso di Venere Citerea con l’ausilio di quanto scrive A. Russi (Miscellanea greca e romana): “E’ su questo isolotto, brullo e ricurvo, di cui s’ignora persino l’esatta denominazione (di S. Eugenia per alcuni, di S. Eufemia per altri), che si apre una grotta, le cui pareti sono tutte tappezzate di iscrizioni antiche, medievali e moderne, incise direttamente sulla roccia … , per lo più di dediche di marinai a Venere Sosandra. La grotta, quindi, aveva svolto nell’evo antico, almeno a partire dal III sec. a.C., a giudicare dall’iscrizione più antica in greco, le funzioni di luogo sacro al culto di quella dea. In seguito deve aver subito modificazioni notevoli per essere adattata a luogo di culto cristiano, come attestano le numerose epigrafi di età medioevale“.

 L’epiteto Citerea proviene dal greco cytos che tra l’altro sta per una carena, capovolta di una nave quale sembra una volta del tutto spogliato questo Scoglio che nel 1435 il portolano Benincasa di Vieste scrive: “chananzi un piccholo schollietto ebbasso chome una galea pare lontano“, come pure una cavità, o una brocca, o un ciato, strumento per attingere acqua, per quella potabile del Pozzo della Chiatà, usato dagli acquaioli che la vendevano per le strade viestane fino al 1955, ubicato in omonima località adiacente il Pantanella con la corrente d’acqua buona al suo interno chiamato “Canale della Chiatà”. Che dal gr. cyathos quasi simile al cytos da cui deriva il nome dei Celtici per ipopoli quivi sbarcati e trasferitisi in territorio europeo, tra cui principalmente i Galli francesi che passati da Vieste in quanto figli dell’Aurora, orario in cui i pennuti galli cantano, come pure l’identità dei  popoli Citei, o Cittei per i Pugliesi e gli Italiani.

E sia infine con la funzione di tomba: di Giasone capo degli Argonauti imbarcati sulla nave Argo; di Diomede in quanto isola disabitata delle due Diomedee mentre l’altra falsa isola assume il nome di Teuthria (Strabone) come altra identità del Montarone che Diomede avrebbe voluto tagliare per renderlo una vera isola ma che non riuscì per sua sopravvenuta morte. Come pure tomba di Vesta, moglie di Noè che, dopo il Diluvio Universale, muore durante l’approdo e in onore di lei, Noè fonda la prima città della nuova Terra con il suo nome. Vesta (Bibbia). Della nascita da Vieste in quanto Troia nella funzione di culla, oltre Roma ci sono pure Trojanova, primitivo nome di Londra, e Paris, dal troiano Paride, per Parigi.

Queste diverse identità dello Scoglio viestano non sono altro che degli aspetti presenti nel nome Eugenia, laddove per quello religioso è più vicino alle esigenze spirituali dell’uomo, anche se va considerato che certamente Vieste in quanto Uria è stata pure la culla: sia degli Urani, nati praticamente da menti umane da una fantomatica vampata di fuoco celeste e che, andando oltre il capostipite Urano, il Cielo, e Gea, la Terra che autonomamente partorisce Urano e dal cui successivo accoppiamento nascono gli Urani, soprattutto perché Gea è di fatto presente nel toponimo viestano “la Gioia”.

Località da cui aveva realmente origine la Terra nell’identità del vecchio Continente e di Vieste come Pizzomunno. A cominciare dal Continente detto Apeira, aperta, con capitale Skeria di Omero, a seguire con il Continente Atlantide, infaticabile, di Platone, tuttora cercato vanamente nell’Oceano Atlantico. Senza minimamente considerare la sinonimia di atlante col pizzo di Pizzomunno e la sua infaticabilità derivante dalla potenza del Montarone e dalla forza dell’indeuropeo fes, o ves, di Vesta, la stessa del greco adros, forte, di Adria per Vieste da cui il Golfo Adriatico. Continente ora Europa, vasta vista, sinonimo di aperta, ma senza che nessuno conosca la sua origine che per continuità parte sempre dal Montarone nell’identità di Pizzomunno e anche perché l’omerica Europa è la figlia di Fenice, capostipite dei Fenici che realizzarono l’orologio solare, o meridiana, sulla facciata della Cattedrale di Vieste 2.800 anni fa secondo F. Innangi.

Ma Urani che indubbiamente prendono il nome dall’indeuropeo ur: fuoco, radice del polivalente e polifunzionale nome Uria, che pure dal latino uro indica il fuoco che in un primo tempo è servito a Omero per far bruciare Troia per poi farla sprofondare in una notte e un giorno dalla confluenza di tutti i fiumi della zona e che viene ricordata dal sac. Viestano T. Masanotti quando sugli scavi di Merino scrive: “In questo scavo si scovrirono le sommità degli edifizi, osservandosi su di essi canaloni per gitto di acqua: oltreciò, vichi, strade soffocate di terra, ed altro; argomenti son questi di non essere stata distrutta Merino, ma sibbene sotterrata da un’alluvione; stantochè là confluiscono tutti i canali dei boschi circonvicini“.

Ma per l’acqua presente nel greco ouron in riferimento a quella presente abbondantemente nel nome Uria per Vieste in quanto Divina Porta della Madre Terra (che) fa sgorgare dalla Cinta Acqua Sorgiva anche se il nome Uria venne imposto adeguatamente alla sua importanza per motivi tattici dai Romani in sostituzione di Vesta. Le cui monete venivano coniate nella zecca dell’autonoma Vieste ed effigiate alla maniera indeuropea con la scritta retroversa “ru” (Giuliani). Quindi prima ancora della successiva maniera greca, per antica, ur, indicante fuoco, anche nell’identità di focolare, di casa che vale per Vieste come Estia, Vesta e Uria.

E sia nell’identità dello Scoglio come culla di tutti gli altri dèi chiamati Urani, da quelli primordiali in quanto figli di Urano, il Cielo, e Gea, la Terra, a quelli successivi, i quali dovettero avere origine sempre da Vieste in quanto Uria, che da ur significa fuoco, località in cui nei tempi remoti e secondo Omero gli dèi amavano farsi notare tra la gente viestana col nome di Feaci, abitanti di Skeria. Città di Skeria che Omero definisce “isolata nel mare grandi flutti e all’estremo del mondo” con l’entrata stretta in riferimento a quella del Pantanella e forse pure all’istmo dell’isolato Montarone nella identità di Pizzomunno. Ma poetica Skeria che deriva dall’indeuropeo sker (gr. sceriptò) indicante “approdo” nel porto con la reale entrata stretta del Pantanella che pure dal greco skeros si specializza come porto realmente generato dalla continuità delle rupi del Montarone che dal loro quasi incontro determinavano la famosa, favoleggiata, mitizzata, poetica e storica sua entrata stretta. Entrata stretta direttamente presente nel nome della “Tagghia du Pantaniddel’apertura del Pantanella che sta per l’interruzione della continuità delle sue contrapposte rupi.

Da una parte la Chianghe dell’Orne, per la remota presenza dell’ornello, e dall’altra la Chianghe de l’Onne, per una roccia levigata dalle onde, tra le quali continua a scorrere il Canale della Chiatà e da cui l’entrata stretta dei porti di Skeria, capitale del Continente Apeira, del porto di Atlantide città e di Vieste nell’identità di “sinus incinctus nomine uria, pleraque asper accessu” di P. Mela.

 Infatti Urano venne mitologicamente evirato con la falce, in rappresentanza della cornuta Luna nelle sue fasi intermedie, da suo figlio Crono, perché incoraggiato da sua madre Gea per la vita disagiata nel Tartaro, l’attuale Inferno, costretta a fare dal loro padre per una parte dei loro tanti figli. Crono sposa sua sorella Era, metatesi di Rea, la Terra, dando alla luce Estia, o Istia, primo nome ufficiale di Vieste per essere originario altare di Myrina e punto fermo di una passaggio stretto principalmente dell’Ellesponto con tutti i suoi altri appellativi; Demetra, presente come damatira in alcune iscrizioni in greco arcaico su pietre viestane e divinità implicitamente e tacitamente festeggiata tuttora a Vieste il giorno di S. Giorgio; Era, altra dea della Terra che sposa suo fratello Zeus; Ade, destinata per sorteggio al Regno dei Morti, presente in Vieste in località Necropoli della Salata in cui ci sono tuttora tre anonime sorgenti che confluendo danno origine al finale canale che tuttora sfocia nel mare. Sorgenti dette da Omero e qui elencate in ordine di origine: Stige nel quale sfociano le acque del Cocìto e che una volta insieme si fondono con quella del Piriflegetonte che tuttora sgorga alla base di una rupe, ricordata da Omero, dando origine al finale Acheronte che tuttora sfocia nel mare di Scialmarino.

Questo Regno dei Morti viene visitato da Odisseo una prima volta in nave per conoscere la sua sorte finale su invito di Circe, che avendo una casa fatta di pietre lisce è da ubicare in località viestana Mattoni-Calcari nella quale c’è tutto quanto descritto da Omero. A cominciare dalla lingua di spiaggia, determinata dalla prima e seconda corrente di Drète u Ponde, Dietro il Ponte, sulla quale Odisseo e compagni, incuriositi dal luogo, in un primo momento, per esplorarlo, ormeggiano la loro nave che in un secondo momento viene spostata con l’aiuto della profondità dell’ottava corrente in una grotta tuttora esistente.

Grotta nella quale sgorga tuttora questa ottava corrente salmastra, ora identificata come la Corrente Caruse, che origina da subito dopo che questa grotta è stata totalmente riempita d’acqua da questa sorgente tuttora sgorgante al suo interno e che, dopo l’attraversamento di tutto il restante tratto pianeggiante incontra l’opposta punta del promontorio della greca Catharel: sorgente pura, ora italianizzata come Gattarella, ripiegando necessariamente verso il mare in cui sfocia. Dentro questa grotta tuttora colma d’acqua Omero fa abitare delle Ninfe e nella quale viene ormeggiata per due anni la disalberata nave di Odisseo.

Ma anche perché da questo luogo (Ex camping Marino Pinetamare) dopo la restituzione da porci a figure umane dei compagni di Odisseo, metamorfosi derivata da una mistura preparata dalla maga Circe e fatta bere a tutti, secondo Omero, anche se senza alcun effetto per Odisseo perché anestetizzato da una dea. Uno di loro, Elpenore = vera speranza, ora capo di Buona Speranza situato erroneamente sul Corno d’Africa tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano, precipita dalla sua casa e muore per aver battuto la testa perché, mezzo ubriaco per la conseguente festa, aveva dimenticato di aver tolto la scala la sera prima. Per dare sepoltura ad Elpenore, Odisseo e compagni si recano sulla punta del promontorio, ora Punta della Testa del Gargano anche per il resto, per scavare la fossa e piantare sul tumulo un remo per ricordare ai passanti di essere tutti mortali.

Dopo aver precisato che il nome Gargano è di origine greca che da gar-ganos (ganoò), oltre il perché, o per davvero splendente ora per continuità Montagna del Sole, è pure ciò che reca gioia proveniente dalla naturale ubertosità del territorio viestano identificato come “la Gioia”, latino Gaia, gr. Gea, anche per la presenza delle sorgenti d’acqua che favoriscono la fertilità dell’iniziale terreno viestano, si aggiunge che il viaggio di Odisseo prosegue per giungere alla città di Skeria, per la poetica Vieste e, quindi, provenendo dalla Punta della Testa del Gargano, luogo di sepoltura di Elpenore, la sua nave doveva obbligatoriamente passare davanti alle due isolette viestane di Lamican, toponimo che dal greco lami(e)-can(akeò), latino cano-is, conduce a un “mostro marino avente il volto di donna e la coda di pescecane-che canta”, quindi l’isola della Sirena come tuttora appare fisicamente il più piccolo di questi due scogli visti dalla limitrofa spiaggia.

Sirene che, oltre ad adulare con canti Odisseo per convincerlo a rimanere e che al contrario di tutti i suoi compagni aveva evitato di turarsi le orecchie con tappi di cera, facendosi legare con sicurezza all’albero maestro della nave, di fatto intervengono per logica continuità nella leggenda viestana sullo sprofondamento della bella fanciulla Uria. Questo particolare scoglio di Lamican viene incontrato precedentemente da Odisseo e compagni provenienti dalla Punta della Testa del Gargano che Omero dapprima vede con le sembianze di un polmone marino, che è la stessa identità di uno scheletro di gabbia toracica individuata per la sua realtà ancora attuale in un primo momento dallo scrivente.

La seconda volta Odisseo da Itaca, quindi da Vieste, si reca a piedi all’omerico Regno dei Morti in compagnia di suo figlio Telemaco, del bovaro Finezio e del fidato porcaro Eumeo, nativo di Vieste: sia col nome Sirìe, situata sotto Ortigia, dov’è il calare del Sole, secondo Omero, che sta per Vieste come punto orbitale, o sisto, o aestus come punto fermo del passaggio del Sole poiché in periodo estivo dopo l’attraversamento sul mare del Sole che dopo avere raggiunto verticalmente il punto più alto del cielo su Vieste esattamente a mezzogiorno, per rendersene conto basterà guardare a quest’ora la massima riduzione dell’ombra del proprio corpo sul terreno, un attimo dopo inizia il suo percorso discendente, l’origine dell’occaso o del tramonto del Sole; sia perché Eumeo, figlio del re di Siria, con la complicità di una lusingata loro inserviente venne rapito dai trafficanti d’uomini Fenici, che di fatto realizzarono a Vieste un orologio solare, detto pure meridiana, fatto risalire da F. Innangi a 2800 anni fà e tuttora presente su una parete della Cattedrale viestana, tempo addietro definita pure <Tempio dei Tropici del Sole>.

Fenici che prendono il nome dall’omerico Fenice, padre di Europa, da cui la possibile e finora ignota origine anche mitologica dell’attuale nome dell’Europa, vasta vista, lo stesso di Apeira: aperta; sia perché Eumeo venne acquistato da Odisseo perché venduto come schiavo a Itaca, sempre Vieste. I predetti quattro personaggi omerici itacesi infatti prima di incontrare Laerte, padre di Odisseo, si recano a piedi al Regno dei Morti da Itaca, sempre Vieste, per i due corni sui quali è ambientata la città di Itaca, per Vieste situata sui corni del Montarone.

Ma anche per la dedica del porto di Itaca al dio Fòrches, presente negli scogli sottomarini detti i “Forche” distanti sei miglia a nord di Vieste, e per la corrente d’acqua dolce all’interno del porto di Itaca chiamata Aretusa per il viestano Canale della Chiatà. Canale d’acqua dolce utilizzato da Omero direttamente in altri tre porti dell’Odissea tra i quali quello dei Lestrìgoni, il cui porto aveva, similmente a quello di Skeria, un’entrata stretta, per quella del Pantanella, con all’interno la corrente Artachia, sempre per il Canale della Chiatà, mentre dalla città di Telepilo Lestrigonia, situata su una rupe adiacente questo porto, per il Montarone e il Pantanella, col significato di lontana porta di Telepilo, preso da Vieste come Divina Porta della Madre Terra, e che diventa la leggendaria città di origine dei Romani col nome della mai più realmente trovata Albalonga: alba lontana; il porto dei Ciclopi con un’anonima sorgente d’acqua buona al suo interno e con la tuttora presente grotta di (S.) Nicola che da nike la(os) sta per la Rupe della Vittoria per ricordare quella ottenuta da Odisseo su Polifemo e per il vittorioso approdo dei viandanti per mare nel porto dall’entrata stretta del Pantanella; infine il porto dell’Isola di Trinachia, dalle tre punte, qual è la quasi isola triangolare del Montarone indicato proverbialmente col nome di Trica, tre parti, detta pure delle Vacche del Sole che, secondo Omero, veniva traboccato d’acqua dolce, anche se poi confusa con l’Isola di Trinacria, dai tre angoli, con la Sicilia.

Ai figli di Crono e Gea si aggiunge Poseidone, dio dei cavalloni e delle tempeste marine rappresentato con le corna sulla testa per esprimere la sua potenza al pari del cornuto possente Montarone e che, per farla breve, nei racconti di Omero Poseidone ha forgiato l’intera falesia dello stesso Montarone con un rabbioso colpo di tridente generato per fare sprofondare Aiace di Oileo, mentre era seduto sulle omeriche Rupi Girèe, cioè dalla forma girevole quali sono quelle viestane semicircolari di “Drète la Ripe”, Dietro la Rupe, all’inizio delle “Murge Scuffelète”, o Instabili per le Rupi Erranti di Omero.

In particolare mentre era seduto sullo scoglio di forma cuboide di “Sotte la Ripe”, Sotto la Rupe, rimasta sul posto, secondo Omero, e tuttora esistente perché spezzato in due per fare sprofondare Aiace di Oileo con la parte mancante della falesia, perché colpevole di aver mentito affermando in pubblico di essersi salvato da un naufragio senza alcun aiuto; ha affondato e pietrificato la nave dei Feaci quando era già in vista di Skeria, generando lo Scoglio di fronte a Vieste; minacciato di alzare un monte per nascondere la città dei Feaci dalla vista dal mare, per la parte soprelevata del Montarone visto dalla spiaggia della Scialara; minacciato di vomitare sul fianco di Skeria un bastione di pietra, “u Puz-mume”, il Puzmomo, per punire i suoi Feaci dopo l’accompagno di Odisseo a Itaca senza chiedere alcun permesso. Da Crono e Rea infine nasce Zeus, il Sole in Cielo, pure rappresentato con le corna sul capo che esprimevano la sua potenza al pari del cornuto e possente Montarone e che diventa il principale dio che sposa sua sorella Era, dea della Terra, divinità sempre presenti in Omero perché dal loro letto situato sull’alto del monte Ida con furbeschi inganni decidevano le sorti della guerra di Troia, sempre secondo Omero.

Nella località di Sotte u Ponde, Sotto il Ponte, nome che proviene dal greco ponheto indicante la Pena presente come La Pena in due mappe del 1600 (Magini e Johannes Blaeu) che parte, o prende il nome, da quella sofferta per sette lunghi anni da Odisseo, che soffriva dura pena, versava largo pianto, seduto su un piccolo scoglio isolato che si trova tuttora appena dentro l’adiacente battigia del mare di Sotte u Ponde. Dentro il tuttora presente ampio andro, alto fino al cielo se visto dalla base, Omero situa Calypso colpevole di aver tenuto in ostaggio per sette lunghi anni il nostalgico di casa Odisseo.

Alla base di quest’andro Omero cita quattro piccole sorgenti che analogamente al suo racconto fino agli anni 1960 non si dirigevano direttamente verso il mare, ma verso la vicina sesta corrente della Scialara, detta anticamente “u Chjtrone” che dal greco cithra, o kytra, indica una pentola, piena d’acqua, anche se il dialettale chitre indica un’anguria, o un cocomero, un mellone d’acqua. Correnti che provengono da sorgenti della località adiacente la Scialara avente il toponimo di Masuliane, che da ma(ter)solayno sta per la madre dei canali da cui, per la vicinanza del mare, in effetti nascono tutte le altre sei storiche correnti tutte di acqua salmastra e che trova realtà nella identità di Vieste come Porta della Grande Madre Terra (che) fa sgorgare dalla Cinta Acqua Sorgiva su pietra interpretata dal dr. Petrone. Anche se ora per la presenza a Sotte u Ponde di uno stabilimento balneare l’originaria situazione deve essere stata modificata.

Prof. Giuseppe CALDERISI, nato a Vieste il 01.02.1943

Il lettore è consigliato di conservare questo contenuto per una lettura integrale

La foto di copertina è frutto di elaborazione tecnica. All’epoca non c’erano aerei. Vieste nell’Ottocento.Il Faro fu costruito nel 1867. Si nota la Torre di Punta S.Croce.