I centri storici diventano grandi tavolate all’aperto, le piazze si trasformano in set fotografici permanenti e i borghi vivono una stagione di straordinaria attrattività. Ma il vero rischio non è il turista. È il modello di sviluppo che si sceglie di adottare.
Già nel 2000 il manager Franco Tatò, di origini barlettane, pubblicava il saggio Perché la Puglia non è la California, nel quale descriveva una regione frenata da problemi strutturali: «Ordine pubblico, infrastrutture fatiscenti, cantieri interminabili, una burocrazia che affligge, quando non soffoca, l’iniziativa imprenditoriale. Piaghe entrate nel codice genetico locale come una malattia cronica alla quale non si fa più caso».
Diciassette anni dopo, nel corso di un incontro a Otranto dedicato alle prospettive del Mezzogiorno, Flavio Briatore fu ancora più netto: «Masserie e casette, villaggi turistici, hotel a due e tre stelle vanno bene per chi vuole spendere poco, ma non attireranno chi ha grandi disponibilità economiche». Secondo l’imprenditore, il turismo di fascia alta richiede strutture extralusso, porti turistici per grandi yacht e un’offerta di intrattenimento adeguata.
Ma è davvero questa la risposta?

Il dibattito che oggi attraversa la Puglia, e che riguarda da vicino anche Vieste e il Gargano, non può essere ridotto alla semplice contrapposizione tra turismo di massa e turismo d’élite. La questione centrale è un’altra: come evitare che il successo turistico finisca per snaturare i luoghi che lo hanno reso possibile.
L’overtourism, infatti, non coincide soltanto con il sovraffollamento. È un fenomeno più profondo, capace di modificare i paesaggi, alterare gli equilibri sociali e trasformare i centri storici in prodotti da consumare. Città e borghi rischiano di diventare spazi dove si soggiorna, si fotografa e si spende, ma sempre meno comunità in cui si conservano tradizioni, relazioni e identità autentiche.
Da anni lo storico dell’arte Tomaso Montanari mette in guardia contro la trasformazione del patrimonio culturale e ambientale in semplice merce turistica. «Le città storiche non sono parchi tematici», ripete spesso. Il pericolo, secondo il rettore dell’Università per Stranieri di Siena, è che l’ossessione per i grandi numeri finisca per sacrificare la funzione civile e identitaria dei luoghi.
La Puglia rappresenta un caso emblematico. Nel 2024 la regione ha superato i 20,7 milioni di presenze turistiche e i 5,9 milioni di arrivi, registrando una crescita vicina al 10 per cento rispetto all’anno precedente. Ancora più significativo il dato relativo ai visitatori stranieri: +22,6 per cento negli arrivi e +21,9 per cento nelle presenze. Una tendenza che è proseguita anche nel 2025, con incrementi a doppia cifra e una domanda internazionale ai massimi storici.
Numeri che raccontano un successo economico indiscutibile. Ma che impongono anche una domanda scomoda: fino a che punto un territorio può crescere senza consumare sé stesso?
Il caso di Barcellona è ormai diventato un simbolo. Nel giugno 2025 migliaia di cittadini sono scesi in piazza contro quello che definiscono un modello economico insostenibile. Gli slogan erano eloquenti: «Mass tourism kills the city», il turismo di massa uccide la città. Le proteste denunciavano l’aumento dei prezzi delle abitazioni, la perdita di servizi per i residenti e la progressiva cancellazione dell’identità dei quartieri. Secondo gli organizzatori, la città viene modellata sempre più sulle esigenze dei visitatori e sempre meno su quelle di chi la vive quotidianamente.
Il problema, dunque, non è il turista. È il modello.
Quando il successo di una destinazione viene misurato esclusivamente attraverso il numero di arrivi e presenze, si rischia di ignorare il costo invisibile della crescita. Le botteghe storiche lasciano spazio ad attività standardizzate, le abitazioni diventano affitti brevi e le piazze si trasformano in scenografie per selfie e aperitivi. Il risultato è una progressiva perdita di autenticità.
L’antropologo Marc Augé definiva «non luoghi» quegli spazi privi di relazioni, memoria e identità. È una definizione che oggi potrebbe descrivere il destino di molti centri storici. Conservano la loro bellezza architettonica, ma rischiano di perdere la vita che li rende unici. Restano le facciate, scompaiono le comunità.
Anche il paesaggio paga un prezzo elevato. Nuove strutture ricettive, consumo di suolo lungo le coste, pressione crescente sulle aree naturali e sui borghi dell’entroterra. Sempre più spesso è il territorio ad adattarsi alle esigenze del mercato turistico, e non viceversa. Una forma di colonizzazione dolce che non distrugge immediatamente i luoghi, ma li modifica lentamente fino a renderli irriconoscibili.
Parlando dei risultati record del turismo pugliese, l’allora assessore regionale Gianfranco Lopane sottolineò la necessità di accompagnare la promozione con una più efficace governance dei territori. Ed è proprio questa la sfida che attende località come Vieste e l’intero Gargano.
L’obiettivo dei prossimi decenni non sarà attrarre semplicemente più visitatori, ma governare la crescita in modo sostenibile, preservando ciò che rende questi luoghi speciali. Perché il patrimonio culturale e paesaggistico non è una risorsa infinita. E quando una destinazione perde la propria anima per inseguire i numeri, il rischio è che resti soltanto una splendida scenografia vuota.
fonte, gazzettamezzogiorno



