E’, quella nella foto, un “prototipo” della “carrozza” che così chiamavano e definivano i ragazzi di Carpino del 2° dopoguerra e fino agli anni ‘60. La autocostruivano e autoproducevano da soli ed era tra i loro giochi preferiti dell’epoca, unitamente a quelli come il nascondino, i ferri (bisognava toccare qualsiasi cosa in ferro che si incontrava, per cui chi inseguiva non poteva toccarti ed acchiapparti), le biglie di vetro, mosca cieca, e altri tre conosciuti quasi esclusivamente col nome dialettale locale come “lu pulp” (il polipo, un po sadico: si mettevano delle pietre in un fazzoletto e lo si picchiava su una mano di chi giocava), “savza ‘n’godd” (il saltare sulle spalle degli altri compagni piegati e in fila sulla strada) e “li mazz’ a curt’” (il saper colpire al volo da terra, con un bastone, una piccola asta pure di legno e farla arrivare il più lontano possibile, ponendo attenzione a non colpire dei passanti, altrimenti erano guai); salvo altri.

Ma quello preferito era, appunto, “La Carrozz’”. Essa la si doveva innanzitutto “costruire”, e allora i ragazzi dell’epoca di Carpino dovevano girare lungo il paese tra le officine di falegnami, fabbri e meccanici soprattutto, al fine di procurarsi, gratis ovviamente, gli elementi più essenziali alla realizzazione della carrozzella, ad iniziare proprio dai quattro cuscinetti (che si possono notare anche nella foto, e dove se ne potevano trovare anche di più grandi). Era questo un gioco che lo si poteva esercitare tutto l’anno, ad eccezione se c’era cattivo tempo, in quanto la “Carrozza” era solo “decapottabile” (o “cabriolet”, se si preferisce); dipendeva poi dalla grandezza della tavola se sopra vi poteva prendere posto 1 o 2 ragazzi, insomma una sorta di bob che si vedono negli sport invernali…
Tale gioco lo si praticava, inoltre, “liberamente”, cioè a proprio rischio e pericolo, sicuramente quasi inconsapevolmente e da incoscienti da parte di quei ragazzi, col senno di poi (e chi scrive era tra questi). Infatti, tale “mezzo” lo si poteva guidare, ovviamente, senza il patentino, senza targa, senza casco, senza bollo, senza assicurazione, ma soprattutto senza FRENI; nelle discese questo mezzo prendeva velocità e allora, per non andare a sbattere, si doveva forzatamente “frenare” coi piedi, risultato: bisognava, dopo un po, portare le scarpe dal calzolaio, oppure andare direttamente al negozio di scarpe, con l’ira dei propri genitori!
Carpino all’epoca, come a tutt’oggi, è un paese che presenta molte discese, spesso anche ripide, che poi bisognava risalire, magari con la Carrozza sopra le spalle (che tanto leggere poi non erano, anzi…). “Le discese ardite e le risalite…” viene in mente ricordando e parafrasando Lucio Battisti che così cantava in un suo famoso brano “I Giardini di Marzo”, non molto distante dall’epoca delle “Carrozze”.
Oggi il mondo si è riempito di MONOPATTINI che sfrecciano nei paesi e nelle città, ma che non hanno nulla a che fare con le “carrozze” di una volta…
Si può affermare, senza alcun ombra di dubbio, che a Carpino in quell’epoca circolavano più “Carrozze” dei ragazzi che non vere e proprie automobili.
Mentre oggi, in questa cosiddetta era moderna e tecnologica in cui viviamo, dove, tra l’altro, sta entrando sempre più prepotentemente anche l’I. A., la maggior parte dei ragazzi e ragazze “giocano” – se così si può dire – in modo “statico” con i loro computer, tablet, telefoni cellulari, videogiochi e quant’altro (a torto o a ragione), e questo spesso già dall’età dai 10 anni (a volte anche meno) in su. I ragazzi di oggi, se notassero loro coetanei giocare con i giuochi che venivano praticati negli anni ‘50 e ‘60 (ora tutti ovviamente in disuso, ma perché non rivisitarli a cominciare dalle scuole?…) questi ultimi verrebbero sicuramente presi in giro e derisi…
Questi antichi giochi dei ragazzi qui descritti, non erano una prerogativa solo di quelli di Carpino, è ovvio, ma si può affermare ed immaginare che venivano esercitati un po ovunque, anche negli altri paesi del Gargano e non solo.
mimmo delle fave



