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IL LIBRO DELLA SETTIMANA/ QUESTIONE DI VITA O DI MORTE DI ANGELO CHIARAMONTE

 Nel suo romanzo d’esordio pone un tema di stretta attualità: il fine vita.

Ci sono esordi che cercano un tema piccolo per trovare una voce. E poi ci sono esordi che fanno esattamente il contrario: scelgono una questione enorme, controversa, e provano a trasformarla in una storia.

Angelo Chiaramonte, per il suo debutto narrativo sceglie la seconda strada. Nel suo romanzo Questione di vita o di morte (Scatole Parlanti, 2026) immagina una società nella quale il suicidio assistito è diventato una pratica regolamentata e affidata ai Centri di Fine Vita.

Il protagonista, Alex Montini, giovane medico appena rientrato nel Gargano, comincia a lavorare proprio in uno di questi centri. Il suo compito è entrare nelle case di persone che hanno scelto di morire e accompagnarle fino alla somministrazione del farmaco.

È una premessa forte, che non consente al lettore di rimanere comodamente spettatore.

Ma Chiaramonte non trasforma il romanzo in un trattato sul fine vita. Non dimostra una tesi precostituita: porta una questione etica fuori dall’astrazione e la restituisce alle singole persone.

La domanda, allora, non è più soltanto: siamo favorevoli o contrari al suicidio assistito?

Diventa: che cosa succede quando davanti a noi c’è una persona reale che vuole morire?

È una differenza decisiva.

La forza dell’idea

L’idea narrativa è senza dubbio l’elemento più originale del romanzo. Chiaramonte prende un tema del dibattito contemporaneo e lo sposta in un futuro abbastanza vicino da risultare plausibile.

La morte volontaria è diventata una procedura. Ed è proprio questa normalizzazione a generare inquietudine. Il protocollo, con le sue regole e le sue garanzie, dovrebbe rendere tutto più razionale. Ma la vita delle persone continua a essere fatta di affetti, ripensamenti, solitudine, paura e amore.

Qui si trova una delle intuizioni più interessanti del libro: un protocollo può organizzare una decisione, ma non può prevedere l’imprevisto umano.

La prefazione dello scrittore Laurent Gaudé (Premio Goncourt 2004) individua proprio questo punto quando osserva che l’autore presenta «un sistema che sembra funzionare» per poi gettare «un piccolo sassolino in questa macchina ben oliata». E quel sassolino, scrive Gaudé, «si chiama amore».

Un medico che racconta la morte

C’è un elemento che rende l’esordio di Chiaramonte particolarmente interessante: la sua formazione professionale.

Il protagonista è un medico e l’autore lo è nella vita reale. La medicina non è soltanto un’ambientazione, ma uno degli strumenti attraverso i quali il romanzo guarda all’esistenza.

Gaudé insiste su questo aspetto nella prefazione, ricordando la lunga tradizione dei medici-scrittori e sostenendo che chi esercita la medicina si confronta precocemente con «le profondità della sofferenza umana».

È una delle chiavi di lettura del romanzo.

La professione medica porta infatti con sé una contraddizione potente: curare significa combattere la malattia, alleviare il dolore, difendere la qualità della vita. Ma cosa accade quando la volontà del paziente chiede al medico non di prolungare o migliorare l’esistenza, bensì di contribuire alla sua conclusione?

Chiaramonte mette il proprio protagonista esattamente davanti a questa frattura.

E il fatto che Alex sia giovane, appena tornato nella propria terra, rende il conflitto ancora più interessante: mentre professionalmente entra nelle vite di persone che hanno deciso di uscirne, personalmente sta cercando di rientrare nella propria.

Il Gargano non è un semplice sfondo

L’altro volto del romanzo è il territorio.

Il Gargano non viene utilizzato soltanto come scenografia, ma come luogo della memoria e dell’appartenenza. Alex ritorna in una terra dalla quale si era allontanato e ritrova persone, amicizie e paesaggi.

È un contrappunto significativo alla sua attività nei Centri di Fine Vita: da una parte persone che interrompono il proprio rapporto con il mondo, dall’altra un uomo che ricostruisce il proprio rapporto con il luogo da cui proviene.

Personaggi: il rischio della tesi

La struttura prevede una serie di incontri tra Alex e persone che hanno scelto di morire. È una soluzione efficace perché permette di moltiplicare i punti di vista.

Ma la vecchia Elvira, Nenè, Valentina e gli altri personaggi devono però rimanere persone prima che «argomenti» del romanzo.

È significativo che Gaudé sottolinei proprio questo aspetto, scrivendo che «tutti i personaggi esistono pienamente». Il romanzo funziona, infatti, se riescono a sottrarsi alla funzione di esempi e diventano individui imprevedibili, con le proprie contraddizioni.

Il merito più importante: non dare una risposta

La parte più convincente del progetto è la scelta di non trasformare il libro in una requisitoria.

La prefazione di Gaudé insiste su questo punto: Chiaramonte affronta il tema «senza preconcetti, senza attivismo», utilizzando «il potere della narrativa».

Su un argomento come questo, il rischio di scrivere un libro a tesi è infatti altissimo. Il lettore potrebbe sentirsi confermato nelle proprie convinzioni oppure invitato a cambiarle. In entrambi i casi, la letteratura perderebbe una parte della propria forza.

Perché il suicidio assistito, quando passa dalle dichiarazioni di principio alla concretezza di un volto, non è più una questione astratta. Entrano in gioco la solitudine, la famiglia, la malattia, la dignità, la paura, il dolore, il senso di essere un peso, la possibilità di cambiare idea.

E soprattutto entra in gioco il tempo. Il tempo che ancora rimane.

Un esordio ambizioso

Questione di vita o di morte è un esordio interessante di questo giovane autore.

La sua idea di partenza è originale e contemporanea; il rapporto tra medicina e narrativa offre al tema un punto di osservazione credibile; il ritorno di Alex nel Gargano introduce una dimensione personale e territoriale che impedisce alla storia di ridursi a una semplice disputa bioetica.

Il punto sul quale il romanzo si gioca davvero tutto è però la capacità di trasformare le idee in vite.

Se i personaggi rimangono persone prima che simboli, il romanzo acquista profondità. Se invece le loro storie diventano soprattutto strumenti per illustrare una tesi, la sua ambizione rischia di diventare il suo limite.

Perché un buon romanzo non ci convince necessariamente di qualcosa. Ci convince, prima di tutto, che quella domanda merita di essere posta.

Alla fine, la domanda più inquietante non è forse nemmeno se una persona abbia il diritto di scegliere la propria morte. È capire se noi, come individui e come società, siamo davvero capaci di lasciare spazio all’imprevedibile.

Gaudé lo sintetizza nella sua immagine più bella: «nessun protocollo, nessuna politica dovrebbe mai distruggere il tesoro dell’inaspettato».

È probabilmente lì che il romanzo trova il suo centro: tra una procedura pensata per governare la morte e una vita che, fino all’ultimo istante, continua ostinatamente a voler cambiare.

Teresa Maria Rauzino

Angelo Chiaramonte è nato nel 1993 a San Giovanni Rotondo (FG), dove vive tuttora. È un medico chirurgo specializzato in Medicina fisica e riabilitativa. Questione di vita o di morte è il suo primo romanzo, edito da Scatole Parlanti.