La lettera arriva nel pieno della vertenza aperta dalla Fondazione San Pio da Pietrelcina. I firmatari chiedono al Pontefice una parola prima che le decisioni diventino irreversibili.
Non Le chiediamo una promessa. Le chiediamo una parola”. È l’appello diretto che una rappresentanza dei sacristi della Fondazione San Pio da Pietrelcina ha rivolto a Papa Leone XIV, nel momento più delicato di una vertenza che mette a rischio 38 posti di lavoro nel santuario di San Giovanni Rotondo.
La lettera, datata 1 ottobre 2026, porta direttamente all’attenzione del Pontefice il caso dei dipendenti impegnati da anni nell’accoglienza, nel servizio d’ordine e nella gestione quotidiana degli spazi frequentati dai pellegrini di San Pio.
A firmarla non sono tutti i lavoratori interessati dalla procedura di licenziamento collettivo, ma una rappresentanza di sacristi della Fondazione.
La procedura è stata avviata il 28 settembre. Nella lettera i firmatari riferiscono che la Fondazione avrebbe motivato la scelta richiamando, tra gli altri elementi, l’impatto economico del contratto collettivo dei sacristi e una contrazione dei flussi di pellegrini.
“Ma dietro questi 38 posti di lavoro non ci sono numeri. Ci sono 38 persone. Ci sono 38 famiglie”, scrive la rappresentanza.
I firmatari raccontano che molti di loro si sono avvicinati al santuario da giovanissimi, inizialmente come volontari, trasformando poi quel servizio in un lavoro durato decenni.
“Da oltre vent’anni lavoriamo ogni giorno nei luoghi di San Pio, accogliendo i pellegrini, custodendo il Santuario e rendendo possibile quella vita ordinaria che, agli occhi di chi arriva, spesso appare semplicemente naturale”.
Poi uno dei passaggi più intensi: “Siamo cresciuti qui, in questo Santuario. Questo Santuario è anche casa nostra”.
Dietro i 38 posti di lavoro, sottolineano, ci sarebbero “anni di servizio, di devozione, di dedizione, di cura e vite costruite intorno a quel salario”.
La scelta di rivolgersi direttamente a Leone XIV viene legata dai firmatari anche alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa.
Nella lettera viene richiamata la figura di Leone XIII e la Rerum Novarum, indicata come una pagina fondamentale della riflessione cattolica sulla dignità del lavoro e sulla condizione dei lavoratori.
La rappresentanza richiama quindi alcune parole pronunciate da Leone XIV sul lavoro, sulla stabilità e sulla centralità della persona e della famiglia.
“Santità, quelle parole le abbiamo ascoltate. E le abbiamo conservate. E oggi parlano di noi. Parlano del nostro lavoro. Parlano delle nostre famiglie”.
Il messaggio rivolto al Papa è chiaro: i principi affermati dalla Chiesa sul lavoro vengono oggi richiamati dai dipendenti di una realtà ecclesiale nel momento in cui il loro futuro occupazionale è diventato incerto.
La lettera, però, non riguarda soltanto i licenziamenti.
I firmatari sostengono di attendere da anni gli arretrati derivanti dal precedente contratto collettivo e la piena applicazione economica del nuovo contratto sottoscritto nel giugno scorso.
Richiamano inoltre una pronuncia della Corte d’Appello dalla quale, secondo la loro ricostruzione, discenderebbe il vincolo della Fondazione all’applicazione del contratto collettivo.
“Ci chiediamo come sia possibile che, mentre da una parte il costo del contratto collettivo venga richiamato come elemento della situazione economica che conduce alla procedura di licenziamento, dall’altra la sua applicazione continui a non trovare piena attuazione, nonostante quanto stabilito in sede giudiziaria”.
La posizione viene sintetizzata in quattro richieste: “Non chiediamo privilegi. Chiediamo il rispetto di un contratto. Chiediamo il riconoscimento di quanto maturato. Chiediamo che una decisione giudiziaria trovi concreta applicazione”.
Nel documento compare anche un richiamo alla Prima Lettera ai Corinzi.
“Non sapete che quelli che compiono il servizio sacro mangiano di ciò che è del tempio, e quelli che servono l’altare partecipano dell’altare?”, scrivono citando San Paolo.
Un passaggio che i firmatari collegano direttamente alla natura del proprio lavoro all’interno del santuario.
“Per noi questo servizio non è soltanto una funzione. È l’impegno attraverso il quale, ogni giorno, cerchiamo di rendere possibile l’accoglienza dei pellegrini e la vita ordinaria di questi luoghi”.
Tra gli aspetti più rilevanti della lettera c’è anche la riorganizzazione prospettata dalla Fondazione.
Secondo quanto riferito dai firmatari, nel nuovo assetto sarebbe prevista l’eliminazione dell’attuale servizio d’ordine interno e l’affidamento di questa attività a un istituto di vigilanza specializzato.
La rappresentanza precisa di non voler giudicare le scelte organizzative della Fondazione, ma pone una domanda sul significato di una sostituzione che riguarderebbe lavoratori presenti da oltre vent’anni nei luoghi di San Pio.
“Non possiamo non chiederci quale significato assuma una riorganizzazione nella quale i sacristi di un Santuario vengono sostituiti, per una parte delle loro funzioni, da un servizio esterno di vigilanza specializzata”.
“Noi siamo, in primo luogo, devoti, persone che amano il Santuario. Persone che curano i suoi spazi, rispettano i suoi ritmi e conoscono le sue esigenze. Persone che accolgono i pellegrini, le persone anziane, i malati, le famiglie, i gruppi che arrivano da lontano”.
“Può essere considerato così facilmente sostituibile il nostro ruolo?”
È proprio su questo punto che la lettera assume una dimensione che va oltre quella sindacale.
I firmatari chiedono al Papa se possa essere considerato facilmente sostituibile il ruolo di chi, da oltre vent’anni, svolge quotidianamente attività di accoglienza in uno dei luoghi simbolo della devozione a San Pio.
“Noi non pretendiamo di avere la risposta, ma ci affidiamo alla Sua paterna saggezza”, scrivono.
Il richiamo è anche alla figura dello stesso San Pio e ai valori di carità, prossimità e attenzione verso chi è più fragile.
La lettera evita volutamente di chiedere al Pontefice di intervenire direttamente nella procedura o di prendere posizione sul piano giuridico.
“Non Le chiediamo di sostituirsi alle parti, né di entrare nel merito delle responsabilità giuridiche della procedura avviata”.
“Le chiediamo di ascoltarci. Le chiediamo di non abbandonarci. Le chiediamo di accompagnare, con la Sua sensibilità pastorale, quanti hanno responsabilità nella nostra vicenda, prima che decisioni oggi annunciate divengano irreversibili”.
E ancora: “Le chiediamo di ricordare che dietro a questa procedura di licenziamento ci sono persone. Che dietro una voce di bilancio c’è una vita”.
“Domani le luci del Santuario si accenderanno ancora. I pellegrini arriveranno ancora. Le porte si apriranno ancora. Noi vorremmo poter essere ancora lì”.
I firmatari spiegano di voler continuare a svolgere lo stesso lavoro di sempre: “accogliere, custodire, servire”.
Poi la definizione con cui scelgono di presentarsi al Papa: “Siamo sacristi. Siamo lavoratori. Siamo persone. E siamo parte della comunità silenziosa che ogni giorno serve la Chiesa”.
La lettera si chiude con un ultimo appello a Leone XIV: “Non Le chiediamo una promessa. Le chiediamo una parola. Non Le chiediamo di scegliere una parte. Le chiediamo di aiutarci a non perdere la speranza. Oggi noi affidiamo alle Sue mani il nostro lavoro e il nostro futuro”.
A sottoscrivere il documento è “una rappresentanza di sacristi della Fondazione San Pio da Pietrelcina”.
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