Storia, devozione, leggende e identità di una terra racchiuse nelle GioJe della designer orafa di Peschici alla conferenza stampa “I Gioielli della Daunia – Intrecci di storia”, svoltasi presso il Senato della Repubblica.
C’è un modo particolare di raccontare un territorio: non soltanto attraverso le parole, le fotografie o i monumenti, ma attraverso ciò che può essere custodito nel palmo di una mano.
È quello scelto da Giovanna Iervolino, designer orafa di Peschici, che attraverso le sue creazioni trasforma la memoria del Gargano in materia preziosa. Nei suoi gioielli il territorio non è semplicemente rappresentato: diventa racconto, simbolo, memoria da indossare.

È questo il filo conduttore della sua ricerca artistica, approdata anche alla conferenza stampa “I Gioielli della Daunia – Intrecci di storia”, svoltasi il 1° ottobre 2026 nella sala “Caduti di Nassirya” del Senato della Repubblica, organizzata dalla senatrice Annamaria Fallucchi e dedicata al patrimonio dell’arte orafa dei Monti Dauni e del Gargano. L’iniziativa ha messo in evidenza il rapporto fra cultura, storia, archeologia e artigianato orafo di un territorio nel quale il gioiello ha rappresentato, per secoli, molto più di un semplice ornamento.
Ed è proprio all’interno di questa storia che si colloca il lavoro di Giovanna Iervolino.
Una famiglia, una bottega, una scelta
Iervolino appartiene a una famiglia che opera nel mondo del gioiello dal 1958. Dopo la formazione universitaria, ha approfondito le tecniche dell’oreficeria frequentando la scuola orafa del Tarì di Caserta e studiando, tra l’altro, incastonatura, gemmologia, disegno e storia del gioiello. Nel laboratorio di Peschici ha quindi sviluppato una propria ricerca, affiancando alla tradizione artigiana una sensibilità progettuale contemporanea.

Ma il suo percorso non sembra muoversi nella direzione di una gioielleria semplicemente decorativa.
La sua idea è un’altra: far riaffiorare attraverso il gioiello le storie, le leggende e le bellezze della propria terra. Lo ha dichiarato raccontando il progetto “GioJe del Gargano”, una collezione nella quale compaiono riferimenti a Peschici, Vieste, Vico del Gargano, Monte Sant’Angelo e alle tradizioni religiose e popolari del Promontorio.
Il gioiello diventa così una sorta di piccola pagina di storia.
Gli ori del Gargano: quando il monile raccontava la vita
Per comprendere la ricerca di Giovanna Iervolino occorre guardare indietro.
L’oreficeria popolare garganica costituisce infatti una parte significativa della cultura materiale del territorio. Gli studi di Anna Maria Tripputi e Rita Mavelli, raccolti nei volumi Ori del Gargano e Oreficerie del Gargano, hanno restituito dignità artistica a una produzione che per lungo tempo era stata considerata un’arte “minore”.
Nel Gargano l’oro accompagnava i momenti fondamentali dell’esistenza: battesimo, cresima, fidanzamento, matrimonio e altri passaggi della vita. Il gioiello poteva essere ornamento, dono, memoria familiare, segno sociale e, nello stesso tempo, oggetto carico di significati simbolici e devozionali.
All’inizio del Novecento questa tradizione aveva già attirato l’attenzione degli studiosi. Alla Mostra di Etnografia Italiana del 1911, a Roma, furono presentati manufatti dell’artigianato orafo delle diverse regioni italiane; per la Puglia, una parte significativa dei materiali proveniva dall’area garganica. Le vie dei pellegrinaggi, della transumanza e i rapporti con altri territori contribuirono inoltre alla circolazione di modelli e forme provenienti anche dalla Campania, dall’Abruzzo e dalla costa dalmata.
Nel Gargano, dunque, il gioiello è stato per lungo tempo un linguaggio.
Ed è proprio quel linguaggio che Iervolino sembra voler riportare nel presente.
Da Diomede alla Presentosa del Gargano
Nella sua produzione il passato non viene riprodotto semplicemente come un reperto. Viene reinterpretato.
Il riferimento a Diomede, legato al mito delle Isole Tremiti e alle leggendarie Diomedee, diventa materia di ricerca artistica. In una delle sue creazioni dedicate a questo universo mitologico, la designer ha trasformato la figura della Diomedea in una piccola scultura preziosa, utilizzando anche un diamante naturale per l’occhio dell’uccello, simbolo di un orizzonte di libertà.
Nella stessa direzione si colloca l’Anello di Diomede, nel quale il mito viene trasportato dalla dimensione della leggenda a quella intima e quotidiana del gioiello.
È un passaggio significativo: ciò che appartiene alla grande narrazione del territorio può diventare qualcosa di piccolo, personale, quasi segreto.
Ancora più evidente è il dialogo tra territori nella Presentosa del Gargano.
La Presentosa è storicamente un gioiello tradizionale dell’area abruzzese e molisana, legato alla dimensione del dono e dell’affetto. La versione ideata da Iervolino ne conserva il riferimento alla filigrana, ma lo rilegge attraverso simboli garganici. Al centro compare il trabucco, mentre la stella a dodici punte e la spirale assumono nuovi significati legati al tempo, alla ciclicità della vita e alla continuità fra passato, presente e futuro.
La Presentosa del Gargano diventa così un incontro fra due patrimoni: quello della tradizione orafa abruzzese e quello paesaggistico, culturale e simbolico del Gargano.
Non una semplice copia di un gioiello antico, dunque, ma una trasposizione identitaria.
La Madonna Orante di Kalena: il gioiello come memoria
E poi c’è Kàlena.
Tra le creazioni di Giovanna Iervolino, la Madonna Orante di Kàlena occupa un posto particolare, perché qui il gioiello supera ancora più chiaramente la dimensione dell’ornamento e diventa uno strumento di conoscenza e di tutela della memoria.
L’ispirazione nasce dalla visita all’antica abbazia di Santa Maria di Kàlena, a Peschici. Iervolino è stata profondamente colpita dalla bellezza e dalla storia del luogo e di aver voluto trasformare quell’emozione in un’opera capace di far conoscere un patrimonio che rischia di rimanere nell’ombra.
Al centro del ciondolo compare la Madonna Orante, raffigurata nel bassorilievo che si trova sulla parete orientale del campanile.
La lavorazione, eseguita a mano con l’antica tecnica del bulino, riproduce alcuni degli elementi scultorei e dei graffiti presenti nell’abbazia. La Vergine viene racchiusa entro tre quadrati concentrici, richiamando la cosiddetta triplice cinta sacra; intorno compaiono altri segni lapidei ispirati al complesso dell’abbazia di Kàlena.
È qui che il lavoro di Iervolino acquista una particolare intensità.
Perché non si limita a dire: questa è la Madonna di Kàlena
Dice piuttosto: questa è una storia che merita di essere conosciuta.
Il gioiello diventa quindi una piccola architettura portatile. Una parte dell’abbazia, della sua iconografia e della sua memoria viene sottratta all’immobilità della pietra e affidata a una forma che può viaggiare, essere guardata, raccontata e tramandata.
La Madonna Orante non è soltanto un’immagine sacra trasformata in prezioso: diventa un messaggio di memoria.
La materia preziosa come racconto
È forse questa la caratteristica più interessante della ricerca di Giovanna Iervolino: la capacità di mettere in comunicazione dimensioni apparentemente lontane.
Il mito e la devozione.
Il mare e la montagna.
L’archeologia e il design.
La memoria familiare e l’identità collettiva.
La bottega artigiana e la progettazione contemporanea.
Ogni gioiello sembra nascere da una domanda: che cosa di questo territorio può essere salvato attraverso la forma?
La risposta non è mai soltanto nell’oro.
È nella storia che l’oro contiene.
Da Peschici alla Daunia
La partecipazione di Giovanna Iervolino a “I Gioielli della Daunia – Intrecci di storia” assume quindi un significato che va oltre la presenza di una singola artista all’interno di una manifestazione.
Il suo lavoro si inserisce in un racconto più ampio, quello di un territorio nel quale l’oreficeria è stata per secoli parte della vita quotidiana e della devozione, e nel quale il gioiello ha conservato memorie di famiglie, comunità, pellegrinaggi e tradizioni.
La chimera, la chatelaine sannita e l’archetipo, il gioiello che unisce l’elemento maschile della chimera e femminile
La conferenza romana ha messo in relazione il patrimonio dei Monti Dauni con quello del Gargano, sottolineando proprio la necessità di leggere questi territori non come realtà isolate, ma come parti di una storia fatta di scambi, percorsi e contaminazioni. “Grazie all’invito dell’assessora alla cultura Daniela Cafano, – ha sottolineato Giovanna Iervolino – ho avuto l’opportunità di partecipare all’inaugurazione del MAC di Carlantino, un luogo che, pur trovandosi geograficamente in Daunia, conserva una cultura profondamente legata alla tradizione sannita.
All’interno del museo, due reperti archeologici hanno particolarmente catturato la mia attenzione: il cardiofilax, elemento riconducibile alla sfera maschile, e la chatelaine, legata invece alla sfera femminile.
Dopo un breve periodo di studio e di osservazione, ho deciso di riprodurli utilizzando antiche tecniche orafe, come lo sbalzo e il cesello, e lavorando il filo di bronzo.
Il monile che ne è nato è oggi presente all’interno del MAC.
A partire da questi due elementi ho poi voluto creare un nuovo gioiello, nel quale ho fuso simbolicamente la componente maschile e quella femminile. L’ho chiamato “L’Archetipo” perché racchiude due principi originari e complementari.
Da una parte troviamo l’elemento femminile della chatelaine, con le sue spirali, simbolo di ciclicità, di trasformazione e di vita. La spirale è una forma profondamente legata alla natura e alla nascita, è infatti una delle forme che ritroviamo anche nelle prime fasi della vita embrionale.
Dall’altra troviamo l’elemento maschile della chimera, figura che richiama la forza e che, nella sua valenza simbolica, assume anche una funzione apotropaica, quella di allontanare il male e proteggere.
Ho voluto incorniciare questi due elementi da un filo di peridoto, scelto per il suo significato simbolico di rinnovamento, trasformazione e forza.
Nasce così un monile che non vuole essere soltanto bello da indossare, ma che recupera quella dimensione simbolica e protettiva che apparteneva anche al gioiello popolare della tradizione garganica.
In questo contesto, la ricerca di Iervolino acquista una sua precisa identità. La sua non è soltanto un’arte del prezioso. È un’arte della memoria. E se un tempo gli ori del Gargano e del Subappennino Daunio accompagnavano le donne nei momenti decisivi della vita, oggi le sue creazioni possono accompagnare nel viaggio attraverso la storia di queste terre: la chimera, la chatelaine sannita e l’archetipo; Diomede, il trabucco, Peschici, Kalena, San Michele, la Sirena del Gargano, le leggende del mare; le figure della devozione.
Frammenti diversi di un unico grande racconto. Un racconto che Giovanna Iervolino prova a racchiudere nella forma più piccola e, forse, più potente che l’artigianato conosca: un gioiello.
E tra tutti, la Madonna Orante di Kalena sembra rappresentare perfettamente questa filosofia: non soltanto un’immagine da indossare, ma una memoria da custodire e, soprattutto, da far conoscere e salvare.
Teresa Maria Rauzino



