Depositata la sentenza del processo al gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre. I giudici ricostruiscono il dominio criminale tra Manfredonia, Mattinata e Vieste.
Una sentenza monumentale, 3.375 pagine di motivazioni per ricostruire anni di mafia sul Gargano, dalle guerre di sangue alle estorsioni, dal controllo della pesca agli interessi nell’agricoltura, fino ai rapporti con altre organizzazioni criminali. È il documento con cui la Corte d’Assise di Foggia spiega il verdetto del processo “Omnia Nostra”, uno dei procedimenti più importanti celebrati negli ultimi anni contro la criminalità organizzata garganica.
Le motivazioni, firmate dal presidente Antonio Diella e depositate nelle scorse ore, arrivano a quasi sei mesi dalla sentenza del 30 aprile, quando furono inflitti complessivamente circa 180 anni di carcere agli imputati, a fronte degli oltre 240 richiesti dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari.
Al centro del processo c’è il clan Lombardi-Scirpoli-La Torre, organizzazione radicata tra Manfredonia, Monte Sant’Angelo, Mattinata e Vieste, storicamente contrapposta al gruppo dei Li Bergolis-Miucci, i cosiddetti montanari.
La conclusione dei giudici è netta sull’esistenza dell’associazione mafiosa. Ma il provvedimento non si limita a confermare l’impianto accusatorio: esamina singolarmente le responsabilità, distingue i comportamenti degli imputati e, in alcuni casi, arriva a conclusioni differenti da quelle sostenute dalla Procura.
Dalla faida del Gargano a una nuova organizzazione mafiosa
Per spiegare che cosa sia diventato il clan, la Corte ripercorre una storia criminale che affonda le radici nella faida garganica e nei precedenti processi “Gargano” e “Iscaro-Saburo”.
Il passaggio decisivo riguarda la rottura dell’antico equilibrio tra la batteria di Mario Luciano Romito e i montanari Li Bergolis. Dopo una fase di collaborazione criminale, i due gruppi si separarono, dando origine a una contrapposizione destinata a insanguinare il territorio.
Nelle motivazioni, i giudici individuano a partire sostanzialmente dal 2008 una nuova fase, segnata dall’esistenza di due organizzazioni contrapposte, entrambe eredi di una precedente realtà criminale ma ormai dotate di una propria struttura e di obiettivi autonomi.
Non si trattava più soltanto di controllare traffici e attività illecite. Alla conquista del territorio si aggiungeva un altro progetto: l’annientamento del gruppo rivale.
È in questo contesto che la Corte colloca l’evoluzione dell’organizzazione riconducibile ai Lombardi, agli Scirpoli e a La Torre. Un gruppo capace, secondo la ricostruzione giudiziaria, di utilizzare armi, violenza e intimidazione, ma anche di costruire una rete di interessi economici e di sostegno ai propri affiliati.
I giudici richiamano inoltre una pronuncia della Cassazione del 2026 relativa al filone del processo celebrato con rito abbreviato. In quella decisione erano stati evidenziati gli elementi caratteristici del sodalizio: disponibilità di armi, estorsioni, attentati, distribuzione dei ruoli, assistenza ai detenuti e capacità di condizionare le attività economiche.
Il potere della paura: imprenditori condizionati anche senza minacce esplicite
Uno dei passaggi più significativi delle motivazioni riguarda la forza intimidatrice del clan.
La Corte descrive un’organizzazione capace di imporre la propria presenza attraverso aggressioni, minacce e violenze, ma anche grazie alla reputazione criminale accumulata negli anni.
Il risultato, secondo i giudici, era un sistema nel quale alcuni operatori economici potevano sentirsi obbligati ad adeguarsi alle pretese del gruppo persino prima di ricevere una richiesta esplicita.
È un aspetto fondamentale per comprendere il funzionamento della mafia garganica: il controllo non aveva sempre bisogno di manifestarsi attraverso una minaccia diretta. Bastavano la conoscenza degli uomini del clan, la loro capacità di colpire e il timore delle conseguenze di un rifiuto.
Nella sentenza vengono ricostruite estorsioni, occupazioni di terreni, furti di bestiame e pressioni sulle attività imprenditoriali. Un sistema che, per i giudici, aveva trasformato la forza criminale in uno strumento di condizionamento dell’economia locale.
La pesca a Manfredonia, gli affari e il ruolo di Michele Lombardi
Una parte particolarmente ampia della sentenza è dedicata al settore ittico di Manfredonia, considerato uno degli ambiti più rilevanti per gli interessi economici dell’organizzazione.
La Corte analizza le vicende di due imprese, Primo Pesca e Marittica, attraverso testimonianze, intercettazioni, documenti societari e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Il quadro ricostruito è quello di un mercato nel quale l’assenza di una struttura pubblica di commercializzazione del pescato lasciava un ruolo centrale ai magazzini all’ingrosso e ai rapporti diretti con i pescatori.
In questo contesto, secondo i giudici, il clan aveva trovato lo spazio per inserirsi nelle attività economiche, esercitando pressioni e costruendo posizioni di controllo.
Un ruolo di primo piano viene attribuito a Michele Lombardi, figlio di Matteo, condannato a 11 anni e 10 mesi di reclusione. La sentenza dedica centinaia di pagine alla sua attività e alla gestione della cooperativa Marittica, esaminando diverse contestazioni estorsive legate agli operatori del settore.
La Corte ha disposto la confisca dell’intero patrimonio aziendale della Marittica, ritenendo sussistenti i presupposti previsti dalla normativa antimafia.
Diversa, invece, la conclusione sulla cooperativa Wojtyla, per la quale è stata disposta la revoca del sequestro e la restituzione del patrimonio aziendale.
Primo Pesca, l’assoluzione di Gibilisco e i limiti delle accuse
Le motivazioni contengono anche un passaggio importante sul piano delle garanzie processuali.
I giudici hanno assolto Sebastiano Gibilisco, ritenendo non dimostrata la sua responsabilità nell’associazione mafiosa contestata. La Corte ha inoltre disposto la restituzione dei beni sequestrati nei suoi confronti, comprese le quote riconducibili alla sua posizione nei patrimoni aziendali di Primo Pesca e Ittica SA.
La distinzione è sostanziale: secondo la Corte, i rapporti e le vicende economiche esaminate non consentivano di attribuire automaticamente a Gibilisco una partecipazione all’organizzazione.
Nelle motivazioni viene chiarito che questa assoluzione non mette in discussione l’esistenza del clan, ma riguarda la valutazione delle prove relative a una specifica posizione individuale.
È uno degli aspetti che spiegano la differenza tra l’impianto generale dell’accusa, sostanzialmente riconosciuto nella sua dimensione mafiosa, e l’esito dei singoli capi d’imputazione.
La vendetta dopo la strage di San Marco in Lamis
Un altro capitolo centrale riguarda il tentato omicidio di Giovanni Caterino, considerato vicino al gruppo Li Bergolis e successivamente condannato all’ergastolo per il suo coinvolgimento nella strage del 9 agosto 2017, quando furono uccisi Mario Luciano Romito, Matteo De Palma e i fratelli Luigi e Aurelio Luciani.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, il 18 febbraio 2018 Caterino fu vittima di un agguato in via Pulsano, a Manfredonia.
Gli aggressori, a bordo di un’Alfa Romeo Giulietta e armati di fucili d’assalto, speronarono la Fiat Punto sulla quale viaggiava. L’obiettivo era fermarlo e ucciderlo, ma Caterino riuscì a proseguire la marcia e a sottrarsi all’attacco.
L’auto utilizzata dal commando rimase danneggiata e gli aggressori, per fuggire, dovettero impossessarsi di un’altra vettura.
Per questa vicenda la Corte ha riconosciuto le responsabilità di Matteo Lombardi e Pietro La Torre, indicati come mandanti. Tra gli esecutori figurava Marco Raduano, l’ex boss di Vieste diventato collaboratore di giustizia, mentre Massimo Perdonò, esponente della criminalità foggiana, era già stato condannato definitivamente per gli stessi fatti.
La vicenda mostra anche i collegamenti tra le organizzazioni criminali del Gargano e la Società foggiana, in un contesto nel quale alleanze e interessi potevano superare i confini dei singoli territori.
La rete dei detenuti e il sostegno agli affiliati
Per i giudici, la solidità dell’organizzazione emerge anche da ciò che accadeva quando i suoi uomini finivano in carcere.
La sentenza dedica un ampio approfondimento all’assistenza economica e legale garantita ai detenuti, alle relazioni tra gli affiliati e alla circolazione delle informazioni.
Si tratta di elementi che la Corte considera significativi per dimostrare l’esistenza di un vincolo associativo stabile: non soltanto persone coinvolte in singoli reati, ma una struttura capace di mantenere rapporti, garantire sostegno e conservare una propria organizzazione anche durante la detenzione dei componenti.
In questa parte del provvedimento vengono esaminate, tra le altre, le vicende riguardanti Andrea e Antonio Quitadamo, entrambi successivamente diventati collaboratori di giustizia.
Le condanne ai vertici e le confische patrimoniali
La pena più elevata è stata inflitta a Pietro La Torre, detto “U’ Muntaner”, già al carcere duro a Vigevano, condannato a 30 anni di reclusione.
Per Matteo Lombardi, detto “A’ Carpnese”, già ergastolano e detenuto al 41 bis a Opera Milano, la Corte ha stabilito 24 anni.
Francesco Scirpoli, detto “il lungo”, anche lui al 41 bis a Rebibbia, è stato condannato a 12 anni e 6 mesi, mentre per Michele Lombardi la pena è stata fissata in 11 anni e 10 mesi.
Tra i vertici venivano annoverati anche Pasquale Ricucci detto “Fic secc” e Francesco Pio Gentile detto “Passaguai”, entrambi uccisi nel 2019.
La sentenza ha inoltre disposto importanti confische patrimoniali. Nei confronti di La Torre figurano immobili, veicoli, una trattrice agricola e rapporti bancari. Per Michele Lombardi è stata ordinata, tra l’altro, la confisca di un immobile in costruzione a Manfredonia e di rapporti bancari. Nei confronti di Matteo Lombardi il provvedimento riguarda anche un immobile a Malnate, in provincia di Varese, rapporti bancari e un motociclo.
La Corte ha esaminato la sproporzione tra le disponibilità economiche e i redditi leciti, soffermandosi, per Matteo Lombardi, anche sulle spese sostenute per la realizzazione di due villette abusive in località Siponto, quantificate dai consulenti in circa 220mila euro.
Secondo i giudici, quelle uscite non trovavano adeguata giustificazione nelle entrate dichiarate dal nucleo familiare.
Il verdetto e il prossimo passaggio processuale
Oltre alle condanne dei vertici, il processo si è concluso con pene comprese tra un anno e sei mesi e oltre dieci anni per numerosi altri imputati.
Tra quelle più rilevanti figurano gli 11 anni e 6 mesi per Hechmi Hdiouech, i 10 anni e 6 mesi per Catello Lista, i 10 anni per Leonardo D’Ercole, i 9 anni e 2 mesi per Gaetano Vessio, gli 8 anni per Mario Scarabino e Bruno Renzulli e gli 8 anni e 7 mesi per Pasquale Lebiu.
Per altri imputati la Corte ha escluso specifiche aggravanti o singole contestazioni, ridimensionando in parte le richieste formulate dalla DDA.
Le motivazioni depositate aprono adesso la fase nella quale accusa e difese potranno valutare le impugnazioni.
Ma il valore giudiziario e storico del documento va oltre il solo esito delle condanne. Le 3.375 pagine di “Omnia Nostra” raccontano come una lunga guerra tra famiglie criminali si sia trasformata in un sistema mafioso organizzato, capace di incidere sull’economia, sulla libertà degli imprenditori e sulla vita di intere comunità del Gargano.
Una ricostruzione che, pur ancora soggetta al vaglio dei successivi gradi di giudizio, aggiunge un capitolo fondamentale alla storia processuale della mafia garganica.
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