Nei verbali di una recente inchiesta antimafia, il pentito racconta l’ossessione del boss dei montanari per la vittima della strage di San Marco e le alleanze costruite in carcere.
“Voleva picchiarlo, voleva ammazzarlo”. È una delle dichiarazioni più pesanti rese dal collaboratore di giustizia Marco Raduano ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Bari. Il riferimento è a Enzo Miucci, detto “U’ Criatur”, figura di vertice della criminalità garganica, e a Mario Luciano Romito, ucciso nella strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017.
Nei faldoni di una recente inchiesta sulla mafia in Capitanata emergono particolari sui rapporti tra i protagonisti della mafia garganica e quelli della Società foggiana. Al centro del racconto di Raduano ci sono i propositi omicidiari attribuiti a Miucci, la rivalità con Romito, i contatti con Roberto Sinesi e il ruolo che il carcere avrebbe avuto nella costruzione di rapporti tra esponenti di organizzazioni criminali differenti.
Le dichiarazioni sono contenute nell’interrogatorio del 22 aprile 2024, davanti ai pubblici ministeri Cardinali e Silvestris.
L’ossessione di Miucci: “Voleva eliminare Mario Romito”
Il pubblico ministero Cardinali chiede a Raduano di chiarire il contenuto degli incontri settimanali con Miucci. La risposta del collaboratore introduce immediatamente il tema degli omicidi.
“L’organizzazione dell’omicidio di Notarangelo Angelo e di vari omicidi. Lui parlava anche di Romito, di Ricucci. Diciamo la sua ossessione era l’omicidio di Romito Mario, in via principale voleva eliminare Romito Mario”.
Il magistrato interviene per precisare l’identità della persona indicata. Raduano conferma che si tratta di Mario Luciano Romito. Alla successiva domanda su Ricucci, indica Pasquale Ricucci detto “Fic secc”, ammazzato nel 2019. Poi viene chiamato in causa anche Matteo Lombardi alias “A’ carpnese”, oggi al 41 bis. “Anche di Lombardi sì, si è occupato anche di farlo pedinare”, afferma Raduano.
Secondo il collaboratore, dunque, Miucci avrebbe maturato un progetto diretto contro Romito, individuato come il principale bersaglio. Ricucci e Lombardi sarebbero stati coinvolti, con modalità differenti, nelle iniziative che il boss intendeva portare avanti.
Si tratta di dichiarazioni accusatorie rese nell’ambito delle indagini, non della prova che quei progetti siano stati effettivamente realizzati.
“Se avesse eliminato Romito, avrebbe sistemato le faccende”
I magistrati chiedono a Raduano di spiegare le ragioni dell’ostilità nei confronti di Romito.
“Per l’eliminazione. Diciamo, lui inizialmente diceva che se avrebbe eliminato Romito Mario, con Ricucci e Lombardi avrebbe – secondo la sua ottica – avrebbe sistemato le faccende perché lui diceva: ‘Sono sempre parenti alla lontana, sono sempre di origini montanare…’”.
Cardinali cerca di chiarire il significato di quelle parole: “Cioè avrebbe fatto la pace con loro?”. “Secondo lui avrebbe fatto la pace”, risponde Raduano.
Il quadro descritto dal pentito è quello di una strategia criminale nella quale l’eliminazione di Romito avrebbe potuto modificare gli equilibri tra gruppi contrapposti, aprendo, almeno nelle intenzioni attribuite a Miucci, la strada a una ricomposizione dei rapporti con altri esponenti della criminalità garganica un tempo appartenenti proprio ai Li Bergolis-Miucci prima della scissione.
Alla domanda della pm Silvestris se Romito rappresentasse il principale ostacolo, Raduano non ha esitazioni: “Lo scoglio principale era Romito, assolutamente sì”.
La strage di San Marco in Lamis
Le dichiarazioni assumono particolare rilievo alla luce della successiva uccisione di Mario Luciano Romito.
Il 9 agosto 2017, lungo la strada provinciale che collega San Marco in Lamis ad Apricena, un commando armato assassinò Romito e suo cognato Matteo De Palma. Nell’agguato furono uccisi anche i fratelli Aurelio e Luigi Luciani, agricoltori che si trovavano nella zona e che, secondo la ricostruzione investigativa, assistettero involontariamente all’azione dei sicari.
Quattro morti in un episodio diventato uno dei simboli della ferocia della mafia garganica.
Il racconto di Raduano riguarda propositi attribuiti a Miucci diversi anni prima della strage. Le pagine dell’interrogatorio qui esaminate non contengono, tuttavia, un’attribuzione a Miucci della responsabilità dell’eccidio del 2017, né consentono di stabilire un collegamento operativo tra quei propositi e l’agguato. Al momento l’unico responsabile individuato, condannato in via definitiva all’ergastolo, è Giovanni Caterino detto “Giuann Popò”, uomo dei Li Bergolis.
Il tentativo di aggredire Romito durante la detenzione
Un altro passaggio significativo riguarda la convivenza carceraria tra esponenti di gruppi criminali contrapposti.
Raduano racconta che, durante un periodo di detenzione condiviso con Miucci, anche Romito si trovava nello stesso istituto penitenziario, ma in un’altra sezione.
“C’era un’incompatibilità, stava isolato, veniva accompagnato”, spiega il collaboratore.
Secondo il suo racconto, Miucci avrebbe cercato di organizzare un incontro nei corridoi del carcere.
“Voleva – diciamo – far conciliare un incontro in corridoio perché diceva che se l’avrebbe preso in corridoio, nonostante era accompagnato…”.
Cardinali gli domanda esplicitamente che cosa intendesse fare.
“Voleva picchiarlo, voleva ammazzarlo”, risponde Raduano.
Il magistrato chiede quindi se l’incontro con Romito sia effettivamente avvenuto.
“No, non è mai avvenuto”, chiarisce il collaboratore, aggiungendo che le guardie carcerarie avrebbero evitato il contatto tra i detenuti.
Il tentativo descritto da Raduano, dunque, non si sarebbe concretizzato.
Miucci e Roberto Sinesi, i colloqui in carcere
Il verbale apre anche uno spaccato sui rapporti tra la mafia garganica e la criminalità foggiana.
Raduano racconta che, durante la stessa detenzione, Miucci si appartava frequentemente per parlare con Roberto Sinesi, esponente di primo piano della Società foggiana, vertice del clan Sinesi-Francavilla, storicamente alleato ai montanari.
Il periodo indicato dal collaboratore è quello compreso tra il 2011 e il 2012.
“Si mettevano e discutevano, comunque Roberto Sinesi era una persona rilevante, si notava. Lui cercava di non destare sospetti perché le guardie comunque potevano notare, però si mettevano a parlare”.
Quando il pubblico ministero gli domanda quali fossero gli argomenti affrontati, Raduano ammette di non conoscerli.
È un dettaglio importante: il collaboratore sostiene di aver osservato personalmente gli incontri, ma non riferisce il contenuto delle conversazioni.
Il messaggio del figlio Francesco e gli aiuti durante l’isolamento
Raduano aggiunge un elemento sul rapporto di fiducia tra Miucci e la famiglia Sinesi.
“Roberto Sinesi aveva avuto un’ambasciata dal figlio dicendo che Miucci è una persona di fiducia”, racconta il collaboratore.
Alla richiesta di identificarlo, indica Francesco Sinesi.
Secondo il verbale, Francesco sarebbe stato successivamente trasferito in un’altra sezione dopo l’applicazione di una misura di isolamento.
In quella circostanza, Miucci gli avrebbe fatto arrivare il necessario per affrontare la detenzione.
“Gli mandò tutto il necessario per poter affrontare – diciamo – l’isolamento: tegami, pentole, mangiare”.
Un episodio che, nella ricostruzione del collaboratore, testimonia la vicinanza tra Miucci e i Sinesi.
“Se parlavo con Sinesi, significava che eravamo alleati”
Raduano spiega ai magistrati anche il significato che determinati comportamenti potevano assumere nell’ambiente carcerario.
“Comunque in carcere quando una persona… se sarei stato visto io a parlare con Roberto in disparte in più di un’occasione significava che comunque ero vicino a quella persona, quindi diciamo… in chiave di lettura nostra significava che erano alleati”.
Cardinali gli domanda se quel comportamento fosse interpretato dagli altri detenuti come il segnale di un’alleanza.
“Sì”, risponde Raduano.
È la lettura che il collaboratore offre delle relazioni tra i gruppi criminali: non un accordo di cui riferisce contenuti o condizioni, ma una vicinanza che, nel linguaggio e nelle consuetudini dell’ambiente mafioso descritto, avrebbe avuto un preciso significato.
Il pentito ricorda inoltre di essere stato in cella con Grilli, Tarantino e Miucci, prima del trasferimento a Monte Silvano e poi a Vieste, dove sarebbe stato avvicinato da Giovanni Caterino.
I rapporti proseguiti dopo il carcere e il riferimento a Girolamo Perna
Nella parte conclusiva dei passaggi esaminati, Cardinali chiede a Raduano se, dopo una nuova carcerazione, i rapporti con Miucci fossero proseguiti.
“Tramite il carcere di Foggia, sì, riuscivo ad avere qualche informazione”, risponde il collaboratore.
Aggiunge poi un riferimento a Girolamo Perna detto “Peppa Pig”, ucciso nel 2019, sostenendo che Miucci avrebbe continuato a frequentarne l’abitazione.
“In quel periodo è stato latitante quindi è stato a casa sua e a Monte Sant’Angelo”, afferma Raduano.
Il riferimento alla latitanza e alle frequentazioni è contenuto nelle dichiarazioni del collaboratore e va letto come parte della sua ricostruzione investigativa.
Le parole del pentito delineano così una rete di rivalità, propositi di vendetta e rapporti tra esponenti della mafia garganica e della Società foggiana, con il carcere descritto non soltanto come luogo di detenzione, ma anche come spazio di contatto tra figure criminali di primo piano.
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