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VIOLENZA DEI GIOVANI O VIOLENZA SUI GIOVANI ?

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L’Italia dovrebbe porsi questa domanda.

Dal pubblico al privato, il nostro Paese è “occupato” da anziani. Nelle istituzioni, nelle banche, nelle aziende pubbliche e private è assai infrequente trovare un giovane con un ruolo di responsabilità. L’Italia ha così deciso di invecchiare sempre di più. E di essere uno Stato stanco e claudicante.Cent’anni fa, l’età del ritiro dall’attività lavorativa era fissata (dalla borghesia) tra i quaranta e i cinquant’anni, consacrando una buona parte della vita ad altro.Oggi, se si è fortunati, si comincia a lavorare sul serio a quarant’anni. L’egoismo di coloro che, grazie all’altruismo dei loro padri, hanno iniziato molto prima a ricoprire ruoli di responsabilità (che non vogliono ora lasciare ai giovani) finirà col cancellare un’intera generazione, il cui potenziale inespresso sta già pesando come un macigno sulla capacità di rinnovamento del nostro Paese. Chi giudica i giovani d’oggi come degli incapaci e degli irresponsabili evidentemente non ha ricordo di com’era all’età di vent’anni. Un ragioniere di sessantaquattro anni mi racconta che, subito dopo il diploma, trovò impiego in un’azienda di medie dimensioni. Allora – non si vergogna a riconoscerlo – non sapeva scrivere neppure una lettera commerciale. Il suo datore di lavoro era, però, comprensivo. Gli diceva: sbaglierai la prima, la seconda, la terza lettera, la quarta ti riuscirà sicuramente meglio. Quel ragioniere conserva ancora la sua prima lettera. Ogni tanto la rilegge e dice a se stesso: se la scrivesse un giovane d’oggi, sarebbe immediatamente licenziato. E già, ai giovani d’oggi si richiede la “perfezione” e tanti tanti titoli di studio. Un modo tutto italiano per tenerli “a parcheggio” quanto più possibile e permettere agli anziani (anche con la complicità di certe leggi) di rimanere in servizio fin oltre l’età pensionabile. Intanto, i capelli dei giovani si ingrigiscono. Al non lavoro, alla deresponsabilizzazione consegue inevitabilmente una forte carenza di esperienze esistenziali, di emozioni, di un'intensità di vita. I giovani d’oggi sono di fatto derubati della gioia di vivere da adulti, di progettare, di costruire, di compiere scelte responsabili, di segnare il tempo. Non è azzardato ipotizzare che le ultime manifestazioni di violenza e di intolleranza dei giovani altro non sono che un’esplosione dell’apatia indotta dalla nostra società, un rifiuto dell’insignificanza e della loro inutilità.Né è assurdo temere che in molti giovani si possa sviluppare un atteggiamento di totale chiusura rispetto alla vita stessa. Il tema non è di poco conto. Anche il nostro Presidente della Repubblica, nel suo primo discorso di fine anno, l’ha sfiorato, auspicando un ringiovanimento della nostra società, a cominciare dalla classe politica (da decenni composta dalle stesse persone).Per fortuna che non dappertutto è così. Già nella vicina Spagna è normalissimo incontrare giovani (non figli d’arte) a capo d’imprese di dimensioni non trascurabili ed al governo delle amministrazioni pubbliche. Non lamentiamoci, poi, se l’economia spagnola ci fa inghiottire polvere. E’ il nostro Paese a non volere essere veramente competitivo.

 
Alfonso Masselli