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E’ Carpino in centro del mondo

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Presentato ieri un saggio “sulla forza creatrice” del folk festival

Questa seconda serata della XII edizione del Carpino Folk Festival ci ha offerto due interessanti punti di vista sulla realtà carpinese: se per un verso abbiamo assistito ad un lungo e ricco documentario sul fenomeno ‘Carpino’, per un altro invece ci siamo trovati di fronte a delle pagine di chi quel fenomeno lo ha vissuto anche dall’interno e ne ha fatto una primissima esperienza di scrittura.

Il testo di Giulia Marra, Dalla festa popolare al moderno folk festival, dopo aver passato in rassegna argomenti utili ad introdurre la materia delle sue riflessioni e ad inquadrare il fenomeno carpinese, ci sembra tocchi (in particolare nelle ultime sezioni del testo) alcuni temi che, benché di marca antropofilosofica e religiosa – quali appunto le riflessioni intorno alle esperienze della sensibilità e della spazialità, eccedono però i riferimenti ad Eliade e ad Arino Lombardi Satriani, innescando tutta una serie di problematiche connesse alla presa in carico dell’istanza della corporeità come nodo di senso a partire dal quale argomentare i concetti di spazio fisico e rituale, da un lato, e la tematica della sensibilità fisico-corporea dall’altra.

E dunque, stando così le cose – e in linea con una scuola di pensiero che qui limitiamo ad almeno due nomi della tradizione fenomenologica (Bergson e Merleau-Ponty), vediamo come in un moderno festival di musica popolare, così come anche nelle performance musicali tradizionali, il corpo svolge un ruolo di soggetto attivo e senziente che fa senso attraverso i cinque sensi (partecipando interattivamente e quindi tridimensionalmente all’evento), istituendo così lo spazio intorno a sé, uno spazio dell’agire e dell’abitare che prende forma intorno ad un percorso di senso collettivo tessuto proprio a partire dal corpo proprio inteso nella sua polivalenza multisensoriale.

È, infine, proprio attraverso questi canali che prendono…corpo i tentativi di risemantizzazione dell’evento festivo, assumendo valenze di volta in volta inevitabilmente differenti, pur sempre però istradati dalle potenzialità iscritte nell’istanza corporea della soggettività senziente.

Se il punto di vista del percorso di Giulia Marra è più ascrivibile a quello dell’insider, di chi cioè partecipa a vario titolo dall’interno all’evento che racconta, il lungo documentario I cantori di Carpino di Thierry Gentet per la Mira Production non può che essere assimilabile, quantomeno per ovvie ragioni geografiche, al modello descrittivo tipico dell’outsider, dell’osservatore esterno ed estraneo al mondo che intende raccontare.

Al di là dei facili commenti di elogio che questa produzione può ricevere, quanto ad esempio alla cifra stilistica della regia e della sceneggiatura, ci sembra forse più utile concentrare questa nostra breve riflessione, che cade alla fine della seconda giornata del Festival, piuttosto proprio sull’alterità, sull’estraneità di questa istanza narrante, della sua posizione di outsider, appunto.

Se prima abbiamo definito ‘descrittivo’ il modello narrativo dell’outsider, possiamo ora definirlo anche – e soprattutto – ‘cognitivo’: infatti è evidente, balzando subito ai nostri occhi, come tutta la tradizione francese razionalista seicentesca, illuminista settecentesca e infine positivista ottocentesca, trasudi nell’ideazione di questo progetto. È propriamente in questo che consiste il divario (che fonda la posizione da outsider) tra chi racconta e cosa si racconta, cioè un popolo, una terra, una musica, una tradizione che con quelle istanze filosofiche ha davvero pochissimo da condividere (si voglia per motivi storici, geografici o socio-antropologici).

Tuttavia c’è da dire che proprio questa frattura permette di far scoccare una scintilla molto feconda e che ci porta molto lontano. Quella diversa tradizione di pensiero è riuscita a dare un taglio socio-ambientale all’argomento, sottolineando e non perdendo mai di vista le istanze sociologiche (che proprio col positivismo hanno visto la luce nell’Europa moderna) che fondano usi e costumi di un paese come Carpino.

Inoltre, e per concludere, se non avessimo avuto il privilegio di uno sguardo altro, così estraneo, oggi non avremmo questo documentario. Sarebbe forse mancato lo stimolo, tant’è che finora, i fatti sono più eloquenti delle parole, un documentario simile non era ancora stato realizzato. In altri termini: la differenza crea consapevolezza. È proprio qui che risiede il grande valore delle differenze identitarie, da preservare e rispettare.

Anche questa sera, dunque, la direzione artistica del Carpino Folk Festival, inaugurando la propria autonoma attività editoriale e firmando una coproduzione così prestigiosa, ha saputo dare spazio ad un fecondo dibattito, impreziosito dalla dolcezza della voce pacata e consapevole di Giulia Marra.

Luciano Castelluccia, in uno dei passaggi del filmato, bucando letteralmente lo schermo,  ha detto: “mi sento di Carpino fino in fondo, mi sento figlio di Sacco, di Piccininno, di Maccarone…io mi sento figlio della tradizione”. Fantastico, chi ben comincia è a metà dell’opera; chi ora è figlio presto ne diventerà fedele amante, pronto a generare a sua volta nuovi figli.

 

Amedeo Trezza


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