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I suoni dell’Emilia Romagna, della Campania e della Lucania al Carpino Folk Festival

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10Agosto 2007: Stefano Zuffi e la Pneumatica Emiliano Romagnola, poi La Paranza di Antonio Matrone detto O’ Lione ‘e Scafati ed infine i Tarantolati di Tricarico in un crescendo di emozioni ci hanno portato i suoni dell’Emilia Romagna, della Campania e della Lucania

Per fortuna stasera non è piovuto, così come paventavano i bollettini meteo, e la penultima serata della XII edizione del Carpino Folk Festival si è regolarmente svolta ed è riuscita ad onorare le attese del pubblico: un crescendo di emozioni che da più di una settimana ci sta portando per mano fino alla serata conclusiva di domani. Si sono succeduti sul palco di Piazza del Popolo dapprima Stefano Zuffi e la Pneumatica Emiliano Romagnola, poi La Paranza di Antonio Matrone detto O’ Lione ‘e Scafati ed infine i Tarantolati di Tricarico. L’inizio della serata è stato caratterizzato dal meritevole tentativo, ancora in gran parte da realizzare, di Zuffi e del suo gruppo, di recuperare e valorizzare la musica popolare romagnola che troppo finora ha subito le pressioni inibitorie dello strapotere del liscio che, appartenente alla musica colta europea, negli ultimi decenni ha avuto come suoi unici fedeli prosecutori in Italia i Casadei che ne hanno fatto la musica popolare della Romagna. Tuttavia, anche se in quei luoghi ‘popolare’ è diventato sinonimo di ‘liscio’ perché ballo e musica di massa, in realtà la vera musica popolare, quella d’origine contadina (e non colta) è stata per anni negletta e la Pneumatica da alcuni anni a questa parte sta cercando di recuperarla per riproporla alla sua terra ed anche al grande pubblico. A seguire, le tammorre di O’ Lione hanno riempito e coinvolto attivamente Piazza del Popolo per circa un’ora riscaldando gli animi a cui Antonio Matrone si è continuamente rivolto. Oltre alla formazione dei Cantori di Carpino, la Paranza di Scafati è stato l’unico gruppo di artisti che in questa XII edizione del Festival ci ha fatto ascoltare il suono pulito del tamburello. Gli assolo ritmati a suon di tammorra sono il battito profondo della terra vulcanica da cui emerge il più grande tamburo del mondo, il Vesuvio, dal ritmo lento ma devastante. Il leone è uscito dalla tana e il potente Antonio Matrone ci ha proposto un viaggio virtuale attraverso i luoghi di culto delle tammurriate, dall’agro nocerino-sarnese alla sommese, alla giuglianese. Fedele custode della tradizione, Antonio Matrone ci ha confessato: “i nostri vecchi ci hanno detto ‘questi sono gli strumenti della nostra musica, tammorra, putipù e triccaballacche, se volete suonare non avete bisogno di altro, altrimenti starete facendo un’altra cosa, ma non più la nostra musica’, ed è così che mentre tutti gli altri gruppi di musica popolare vanno in un senso, io vado nel senso opposto, controcorrente, vado da un’altra parte, torno indietro, verso la tradizione”. In effetti le tammurriate campane, dall’agro giuglianese al comprensorio vesuviano ed all’agro nocerino-sarnese hanno il privilegio di avere ancora un forte seguito spontaneo nella popolazione perché legate al culto mariano in luoghi dove la religione cattolica è molto sentita e partecipata. Così, mentre in altre parti d’Italia si organizzano feste popolari ad opera di enti, fondazioni e associazioni culturali, nel comprensorio campano e fino alla provincia di Salerno, Avellino e Caserta  le manifestazioni ‘spontanee’ tradizionali saturano quasi totalmente l’espressione musicale popolare della tammurriata. In questi luoghi, detto in altri termini, la tradizione musicale popolare è ancora giovane, porta forse diversi lustri in meno rispetto al resto d’Italia e per questo vive di vita propria, non ha cioè nemmeno ancora bisogno di contaminazione per rilanciarsi, di riproposizione per non morire. Lo si vede anche dai suonatori e cantatori. Se sono ancora attivi vecchi cantatori come Zi’ Giannino del Sorbo (per citarne solo uno), tantissimi – anzi la gran parte – sono invece giovani e giovanissimi. Ma ben oltre la cadenza religiosa delle pratiche musicali tradizionali, la tammurriata eterna è senza tempo – senza inizio e senza fine – perché è la voce di Dioniso, è l’espressione viva del paganesimo soggiacente a duemila anni di cristianesimo. Già in epoca romana alcuni affreschi raffiguravano tammorre e balli sul tamburo, a testimonianza che questa musica affonda le radici nell’autoctonia primigenia mediterranea e che attraverso i corpi arsi e ruvidi dei contadini e le curve abbondanti delle loro donne si è conservata fino a noi oggi.

Laddove non ci sono più mediazioni culturali, griglie comportamentali e interpretative, la tammorra ha il suo potere e ci trasporta dove non arriva il pensiero razionale e il calcolo, fin giù in fondo alle viscere della terra. Con una bellissima fronna di saluto scritta ad hoc per Carpino e gli organizzatori del Festival, O’ Lione ha lasciato il palco ai Tarantolati di Tricarico che hanno concluso più che degnamente la serata. La Basilicata, così come è stato affermato dal palco, è una terra bella ma dimenticata, che lotta per sopravvivere a se stessa. La solitudine che accompagna gran parte delle campagne ormai quasi del tutto svuotate e abbandonate, vittime dell’emigrazione, si trasmette inevitabilmente nella musica in forma di sonorità spesso malinconiche ma forti perché ancora ravvivate dalla forza di chi continua a lottare. I Tarantolati ci hanno così proposto suoni dal repertorio lucano consapevolmente rielaborati in un format coeso e suggestivo che, privilegiando al contempo il ritmo e le voci forti dei due non più giovanissimi cantanti, ci ha dato il senso di cosa vuol dire fare consapevole musica di riproposizione in terra meridionale.

 

Amedeo Trezza


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