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A proposito del Pd, Aldo Ragni ci scrive

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Gentile Direttore,

non c’è alcun dubbio che la fase che ha accompagnato le elezioni primarie del 14 ottobre è stata forse un  po’ troppo ingessata dallo schema:

Letta o Veltroni, Bindi o Letta, Veltroni o Bindi.

La necessità di doverti schierare per questo o quel candidato ci ha fatto perdere di vista l’obiettivo principale al quale si stava lavorando: la nascita in Italia di un grande partito riformista e maggioritario.

Credo di poter dire che l’appuntamento delle primarie è stato vissuto da molti di noi più come un passaggio operativo obbligato così da far restare la politica in “stand by”.

Adesso, archiviata la divisione sulle liste (che da molti sono state vissute più che altro come un mezzo di trasporto verso le assemblee costituenti), anche con quella trasversalità da molti invocata, e giustamente, dovrebbe essere possibile restituire al confronto tra “visioni” politiche diverse lo spazio che fin qui non c’è stato.

Io penso che sia importante cercare di riflettere su alcuni nodi del percorso che abbiamo davanti a noi.

Anche se ulteriori scadenze organizzative incombono e di queste dovranno farsi carico i componenti delle assemblee costituenti.

Si è aperta una discussione sul partito dei con o senza tessere.

Il punto vero secondo me più che nelle tessere sta nella partecipazione.

La sfida sta nel rendere la maggior parte di quegli oltre tre milioni di fondatori del Partito Democratico non solo in elettori del PD ma anche in partecipanti.

L’altra Domenica abbiamo eletto con voto diretto e popolare il leader nazionale del PD ed i leader regionali.

E’ stata una grande prova di democrazia che forse ha funzionato meglio del previsto.

Il prossimo passaggio dovrebbe essere quello dell’elezione dei dirigenti locali (provinciali e comunali) del nuovo Partito.

Leggo di ipotesi di selezione con metodi diversi, e cioè non con il voto diretto degli iscritti ma con una procedura di secondo grado, tipo assemblee dei delegati su base provinciale per eleggere un segretario di transizione.

Tutti sanno però che i segretari di transizione sono quelli che solitamente durano più a lungo.

Posso dire che è una ipotesi che non mi convince? Perché se si è scelta una via, quella via credo vada seguita.

Almeno fino al livello (rilevante) dei coordinatori o segretari provinciali e comunali.

Altrimenti come spiegare che sul piano nazionale e regionale la fonte della legittimazione è massima mentre per gli altri livelli è mediana o minima?

Così come per le candidature alle elezioni comunali, provinciali, regionali e nazionali le primarie devono diventare lo strumento di selezione delle classi dirigenti a partire dalla candidatura per il prossimo Presidente della Provincia.

Perché tutti devono sentirsi in discussione. Non esistono posizioni di rendita acquisite per sempre.

Dove sta scritto che un Presidente di Provincia o di Regione, un Sindaco, un Parlamentare deve essere per forza ricandidato a quella carica?!

Penso che sostenere questo non sia solo una questione di principio ma di coerenza e forse la maniera migliore per dare un senso ai quei tre milioni e mezzo di cittadini che domenica scorsa hanno fatto la fila e pagato per partecipare alla fase costituente di questo nuovo e grande partito.


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