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RICORDO VIESTANO DEL MAGISTRATO CHE ISTRUI’ IL PROCESSO MATTEOTTI

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Quando negli anni scorsi la televisione italiana trasmise il film di Florestano Vancini, Il delitto Matteotti, parlandone con più di un giovane — dico giovani più che ventenni, anche forniti di titoli di studio — mi resi conto che nessuno, almeno dei miei occasionai interlocutori, aveva mai sentito parlare del magistrato che istruì quel processo, alla cui figura nel film è dato notevole rilievo, Mauro Del Giudice. Il quale negli Anni Trenta e Quaranta era notissimo a Vieste, poichè viveva qui.
Egli era un nostro conterraneo. Nato a Rodi Garganico il 20 maggio 1857, si era allontanato dal Gargano dopo la laurea per seguire la carriera di magistrato, ritornandovi dopo il pensionamento per stabilirsi a Vieste.

I viestani che anno raggiunto o varcato la soglia dei sessant'anni, lo ricordano come l'eccellenza Del Giudice o più semplicemente il giudice, che era il modo con cui veniva nominato dalla gente. Era qui nel 1929, proveniente da Catania dove era stato trasferito cinque anni prima, allorchè fu esonerato dall'occuparsi del processo per l'assassinio del deputato Matteotti, reo, al regime, di non aver voluto allentare l'intransigenza nelle indagini.
A Vieste visse presso il fratello Luigi, che faceva il medico. Alto, vestito sempre di scuro, la barba bianca, bastoncino a cui appena si appoggiava, aveva una figura che era la dignità fatta persona. Schivo di carattere, non era però solitario. Amava la compagnia di scelti amici: l'arciprete don Luigi Ruggieri, l'avvocato Berardino Medina, il sacerdote don Salvatore Latorre, l'impiegato comunale Sante Nobile. Sedeva spesso con l'uno o l'altro di essi davanti alla sala barba che allora si chiamava Salone Americano, al principio del corso Fazzini, e che ora si chiama da Giuseppe [attività oggi cessata, ndr].
Sebbene si diceva che fosse soggetto a vigilanza da parte dei carabinieri, era tuttavia rispettato da tutti, compresi i fascisti, i quali, nel loro generale, non furono mai violenti nè particolarmente faziosi, come non lo furono gli antifascisti di prima e di dopo. A chi lo salutava — e nel "ventennio" v'era chi lo faceva alzando il braccio nel saluto romano, divenuto saluto fascista —, egli rispondeva togliendosi il cappello. Ricorda Vincenzo Medina, allora giovane avvocato, entrato a far parte dopo la guerra del piccolo cerchio delle amicizie di Mauro Del Giudice, che se gli si rivolgevano delle domande sul processo Matteotti, non aveva difficoltà a rispondere. Una volta che Medina gli chiese: «Eccellenza, voi a chi davate il voto prima del fascismo? A Matteo Imbriani — rispose — e sono rimasto repubblicano».
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, nel 1939, quando Mussolini, dubbioso della nostra preparazione militare, dichiarò la non belligeranza dell'Italia (in pratica, la neutralità), egli commentando con l'arciprete Ruggieri tale decisione esclamò: «Questa è la prima cosa buona che fa!».
Caduto il fascismo nel '43, non si lasciò andare a pubbliche espressioni di esultanza. Rimase quell'uomo discreto e composto che era sempre stato. Fu tuttavia vicino agli uomini del comitato di liberazione cittadino, amico e consigliere, pur senza entrare a far parte del comitato.
Ma oltre che per la dirittura morale e per l'alta magistratura, Mauro Del Giudice godette di stima e considerazione per la sua grande cultura. Di ciò che scrisse nel campo delle scienze giuridiche, ho rintracciato per una fortuita circostanza pochi anni fa alcune testimonianze. Si tratta di quattro sue pubblicazioni, che ho affidato alla biblioteca comunale. Si intitolano: La legge penale nel tempo, del 1882; Il fenomeno giuridico nella scienza sociale, del 1908; La scuola storica italiana del diritto e i suoi fondatori, del 1918; Problemi di ieri e di domani, del 1918. Non so se esistono altre sue pubblicazioni in materia giuridica. I libri suddetti li ho trovati in mezzo ad altri libri, di varia natura e autori, in una vecchia cassa scoperchiata e polverosa, giacente nel magazzino della casa del fratello Luigi, in piazza del Seggio. Una casa che fu già signorile, rimasta poi vuota e cadente sino al principio degli Anni Ottanta, che io ero andato a visitare con la persona che l'aveva acquistata col proposito di restaurarla e farne —come ha fatto — un elegante albergo in armonia col luogo, all'insegna Residence del Seggio. Ma un'altra sorpresa mi riservò quel ritrovamento librario, ed è un'orazione funebre che Mauro Del Giudice scrisse e fece stampare In memoria del dottor Filippo Medina, suo amico di Vieste. E' del 1932. In questa orazione, tutta vibrante del suo rigore morale, egli accenna velatamente alla sua vicenda personale. Ne trascrivo i passi che mi sono sembrati più significativi.
«Le sciagure e le sofferenze fisiche e morali — egli scrive — colpiscono indifferentemente il giusto e il peccatore, colui che generosamente dà opera assidua a sollevare e lenire le miserie dei propri simili, e chi trascorre la sua vita nell'empietà e nella ingiustizia. E, ciò che è spettacolo ancora più dolorante, le sventure piombano di preferenza sui buoni e risparmiano i tristi». Poi cita la Bibbia: «Queste cose, grida angosciato il sapiente Salomone, vidi nei giorni della mia vanità: il giusto perisce nella sua giustizia e l'empio vive lungamente la sua malvagità» (Ecclesiaste, VII, 16).
Tanta traboccante amarezza è comprensibile. Quando egli scrive queste cose l'Italia vive gli anni del consenso al regime fascista. Ciò non pertanto la fede cristiana e quella nella giustizia continuano a sorreggerlo, tanto che più avanti aggiunge: «Benvero lo stesso Salomone, del quale sono riportate le sconsolanti parole, aveva pure scritto in precedenza: Io ho detto nel cuor mio, Iddio giudicherà il giusto e l'empio, e quello sarà il tempo di trattare ogni cosa (Ecclesiaste, II, 17)».
Ed ecco l'accenno diretto alla sua vicenda personale. Dice Del Giudice: «Conobbi il Medina nel mese di novembre del 1929, quando, travolto anch'io nel flutto della sventura, giunsi in Vieste come naufrago in cerca di un porto di rifugio, ove avessi potuto curarmi di una grave e dolorosa infermità, dalla quale ero stato colpito circa due anni prima».
Nel significato di questo passo, credo che si debba lasciar stare la seconda parte, dove dice di essere venuto a Vieste per curarsi di una grave e dolorosa infermità, poichè Vieste non era allora, e non è nemmeno oggi, il luogo adatto per curarsi le gravi infermità fisiche. Si ponga invece attenzione alle parole: «… travolto anch'io nel flutto della sventura…». E' in queste parole il richiamo esplicito doloroso alla sua battaglia di magistrato intemerato, combattuta e persa contro il potere politico del suo tempo.
Non trovai in quella vecchia cassa altro di suo, nè memorie nè note, che la gente di Vieste supponeva egli avesse scritto sul processo Matteotti.
Confesso che anch'io, mentre rovistavo, un filo di speranza in tal senso ce l'avevo. Ma, come ho detto, non trovai nulla.
Eppure, la supposizione dei viestani — Io abbiamo saputo in anni recenti — era esatta. L'eccellenza Del Giudice, durante il suo soggiorno a Vieste scrisse di quel processo ed il documento che ne risultò, datato Vieste 9 febbraio 1947. venne pubblicato col titolo di Cronostoria del processo Matteotti, nel 1954, per le edizioni Principato. Ma, per quanto ricordo, in paese nessuno lo seppe.
Nel 1985 il libro è stato ristampato dal figlio di Matteotti, con prefazione del nostro concittadino sen. Antonio Cariglia, il quale ricorda Mauro Del Giudice con la rispettosa attenzione con cui la nostra generazione Io considerò.
E' una cronistoria dei fatti e dei personaggi che nel processo ebbero una loro parte, redatta senza reticenze e riguardi per nessuno, in cui sono chiamati per nome e cognome i ribaldi, i pusillanimi, gli acquiescenti, tutti quelli, trattati come tali nella sua narrazione, che per calcolo o per viltà non seppero stare a schiena dritta davanti al capo del fascismo.
Più che una cronistoria sembra una requisitoria.
Mauro Del Giudice se ne partì da Vieste nell'estate del 1949 e andò a stabilirsi a Roma presso una figlia adottiva. A Roma si spense il 12 febbraio 1951, all'età di 94 anni.  
Ludovico Ragno


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