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Auguri alle donne rifugio e nutrimento

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Oggi è la festa della donna. Ma proprio oggi possiamo dire che le donne stanno perdendo qualcosa. Qualcosa di grande: la fertilità. La fecondità da intendere non in senso biologico, ma come numero di figli. Fertilità che si è tristemente piegata alle crude leggi del mercato del lavoro.
L’interruzione del lavoro, persino provvisoria, o un cambiamento d’azienda, dovuto alla perdita del lavoro, riducono la fertilità, come dimostra una ricerca condotta dal Cepr (Centre for Economic Policy Research) in collaborazione con l’University of Essex (Gran Bretagna), l’University of California (Stati Uniti) e l’Università di Linz (Austria). La disoccupazione e l’inizio della carriera in un’altra azienda risultano condizionare notevolmente la fertilità delle donne.
E nonostante gli economisti abbiano avuto come campione di ricerca il mercato del lavoro femminile dell’Austria, Paese che tutela e sostiene considerevolmente le donne lavoratrici (facile quindi ipotizzare una situazione peggiore in Italia). Ma alla crescente infertilità non biologica, emersa dallo studio, s'aggiunge poi un altro desolante risultato. Quello di una donna ormai fermamente contraria a considerare, quale alternativa all’impiego perso o sospeso, il dedicarsi completamente alla famiglia. Un’indisponibilità preoccupante in quanto spesso fondata non su motivazioni legate al reddito familiare. Motivazioni che da sempre sono esistite, ma che sinora soggiacevano fermamente all’identità insita in ogni donna: quella di essere innanzitutto madre.
L’inviolabile istinto materno da questo studio sembra invece iniziare a piegarsi totalmente alle leggi del mercato del lavoro. Leggi in grado però di incidere su un istinto naturale che nessuna legge scritta tutela. L’istinto alla maternità perciò, plasmato o totalmente soffocato come emerge dalle leggi del mercato del lavoro, non deve affatto lasciare indifferenti le donne. Che rischiano così di perdere l’unica, indiscussa identità femminile.
È quella identità che non necessita affatto di un colletto bianco per essere sentita come propria, in quanto con l’istinto materno ogni donna nasce. La donna è madre da sempre. Sin da bambina. Sin da bambina infatti invade ogni cosa di sé. Invade ogni bambola delle sue treccine preferite, dei suoi vestitini preferiti, dei suoi profumi preferiti, delle sue pappe preferite. E invade ogni foglio delle sue tracce di colore a spirito, di fiori, di arcobaleni, di bimbi sull'altalena, di principesse dai riccioli d’oro, di cavalli alati, di cuori rossi e pulsanti.
La donna sin da bambina sembra voler lasciare addosso a tutto un segno: il segno distinguibile di sé. Il segno che rappresenta il meglio per sé, che è il meglio per la sua bambola e per tutto il mondo che le ruota intorno. Un segno che nell’adolescenza diventa poi il sorriso, la complicità e la disponibilità ad esser scrigno di intimi segreti. E più tardi ad esser un rifugio sicuro.
Un rifugio ed un nutrimento per i figli, e non solo. Per i compagni, i mariti, gli amici, le sorelle, i genitori. Che cercheranno sempre in ogni donna una madre capace di lasciare il proprio segno. Una madre perciò fertile. Feconda. E non sterile come la nuova identità femminile sta rischiando di diventare, piegata alle sterili leggi del mercato del lavoro.
 Concita Leozappa


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