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Una giornata nella prigione migliore d’Italia

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Un detenuto sta spazzando il posteggio per visitatori del carcere di Bollate, uno dei luoghi più puliti dell’hinterland milanese; nel resto nella prigione i 582 detenuti e i 372 agenti di polizia penitenziaria fanno la raccolta differenziata. Dal carcere di Opera, a fine febbraio, quando sono arrivate a Bollate le prime 35 donne ognuna ha trovato un fiore in cella e, dopo tanto tempo, uno specchio. Solo dettagli? «Anche l’attenzione alla qualità della vita fa parte del progetto Bollate», spiega Lucia Castellano, la bella signora napoletana che, dal 2002, dirige la Casa di reclusione di Milano-Bollate per il recupero socio-lavorativo dei detenuti. Il progetto più innovativo e ambizioso nell’ignobile panorama delle nostre carceri (nei 211 istituti di pena solo 4.765 celle sono in regola con la normativa europea).
Prigioni degradate e vetuste dove la maggioranza dei 40 mila detenuti passano le giornate a oziare. Ma invece d’investire nell’edilizia carceraria (per le ristrutturazioni nel 2000 erano stati previsti 400 milioni di euro) e puntare su una politica non solo segregativa-assistenzialistica nell’estate 2006, visto il sovraffollamento, il Parlamento ha varato l’indulto per 22 mila detenuti. Con mille nuovi ingressi al mese (in media) entro Natale si sarà tornati ai livelli del 2006. «La vera risposta alla domanda di sicurezza dei cittadini? Lavorare sul recupero e il reinserimento delle persone», sostiene Castellano dalla trincea di Bollate, il carcere più moderno e bipartisan d’Italia, inaugurato nel 2000 dall’allora ministro della Giustizia, il ds Piero Fassino; reinaugurato nel 2002 dal suo successore, il leghista Roberto Castelli che, più volte, l’ha citato come modello assai «lumbard».

Cultura del lavoro
Personalizzazione della pena, autoresponsabilizzazione del detenuto, nuovo concetto di «sicurezza integrata» e, soprattutto, cultura del lavoro. Luigi Pagano, provveditore regionale degli Istituti di pena, ebbe l’intuizione di creare un circuito metropolitano di carceri da San Vittore (detenuti in attesa di giudizio) Opera, dove sono rinchiusi pericolosi boss come Riina e Bollate, carcere a «custodia attenuata», per detenuti con pene definitive (dai 4 ai 10 anni) che accettano di provare a costruirsi una via di legalità. Pusher e rapinatori (30% gli stranieri; marocchini, albanesi, romeni), 58 giovani-adulti arrivati dal carcere minorile Beccaria e un reparto di «sex offenders» (stupratori, pedofili). Sarà un caso ma il pioneristico carcere è affidato a tutte donne, Lucia Castellano, la vice Cosima Buccoliero (in maternità è sostituita da Gabriella Lusi) e Alessandra Uscidda, laurea in legge alla Cattolica, comandante della polizia penitenziaria.

«Abbiamo agenti straordinari», dice Castellano che comunica via mail con i capi reparto. Chiudere le sbarre è certo più facile ma Bollate, carcere aperto al territorio («Regione, Provincia, Comune e in più da Assolombarda, molte imprese e la Fondazione Cariplo ci aiutano»), prigione da dove ogni giorno escono 54 detenuti ammessi al lavoro esterno e dove entrano – in un flusso controcorrente – educatori, psicologi e decine di volontari (chi tiene la biblioteca, chi insegna italiano, chi fa teatro o corsi di poesia. Un ex presidente della Corte costituzionale, Valerio Onida, dirige lo Sportello giuridico) è l’immagine consolante di un’ Italia non buonista ma solidale. Il muro di cinta (lungo un chilometro) che circonda il carcere più grande d’Europa e fors’anche il più sicuro (in sei anni soltanto due fughe con gli evasi ripresi dopo poche ore) non è sorvegliato; oltre i cancelli nei cortili tra i reparti è un rifiorire di gerani, piante e orti coltivati dai detenuti di «Cascine Bollate», la coop presieduta da Susanna Magistretti figlia del famoso architetto, Vico.

La stanza degli affetti
Quelli del sesto reparto, i venticinque «sex offenders» (li segue il criminologo, Paolo Giulini) sono i meno integrati nella frenetica vita di un carcere dove le celle restano aperte dalle 8 alle 20 e ogni detenuto, munito di un badge, si può muovere per seguire il programma concordato con l’equipe multidisciplinare del suo reparto. C’è chi si guadagna la giornata nel call center appaltato da una ditta esterna e chi lavora nella coop «Abc» di catering (pasti per detenuti, servizio di pizza express in cella e anche eventi in città). Cento detenuti, in maggioranza stranieri, seguono le scuole elementari e medie; nel 2007 i primi cinque diplomati del carcere; nove sono studenti universitari: Bodgan è al secondo anno della facoltà di Comunicazione digitale alla Statale, Mohamed, al terzo di Giurisprudenza. I colloqui si tengono nella «Stanza dell’affettività» (sono stati i detenuti a dipingerla e arredarla): un locale dove, sorvegliati da telecamere, i detenuti incontrano moglie e figli. D’estate i colloqui avvengono all’aperto; i detenuti-falegnami hanno fatto un grande scivolo per i bambini.

L’agente Francesco Mondello ci apre il cancello del quarto reparto a «trattamento avanzato». Pareti colorate dai detenuti, piante verdi. Dietro una porta la redazione del giornale «Carte Bollate»; poi la palestra e la sala musica (insonorizzata con contenitori di uova) dove provano gli «Ariadura», la band del carcere. Memorabile esibizione, giugno 2007, al concerto «Sing Sing». «Ai detenuti che si costituiscono in coop affidiamo la gestione dei servizi, dalla mensa alla manutenzione degli impianti elettrici», spiega Castellano che, per il business plan, si avvale della consulenza di un ingegnere Pirelli in pensione. «Questo carcere deve essere una risorsa anche economica; alle aziende spieghiamo che qui si trasmette la cultura del lavoro. Business non assistenzialismo». Coraggio, una rete di competenze e creatività femminile.

Ma Bollate è un modello replicabile? Lucia Castellano ammette: «Non è facile convincere a lavorare per 700 euro al mese chi, in un solo giorno di spaccio, ne guadagnava 1000. Ma la vera sfida è nostra: la cultura del carcere è ancora troppo autoreferenziale». 110 detenuti di Bollate, tutti privati del diritto al voto, il 15 marzo hanno simulato le elezioni: Berlusconi con il 29,2% ha vinto nel carcere di Bollate prima che nel resto d’Italia. «La nostra speranza», hanno commentato il risultato i detenuti sul loro giornale, «è che i vari schieramenti tengano conto che abbiamo bisogno di politici che si prendano a cuore la disastrosa situazione delle carceri e della giustizia e vogliano metterci mano in modo serio».

CHIARA BERIA DI ARGENTINE


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