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Vieste – CESA (UdC): “IL PAESE HA BISOGNO DI PAROLE DI VERITA'”

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Ecco il testo del discorso con cui il Segretario Nazionale dell’UDC Lorenzo Cesa ha chiuso la Convention sulle Donne organizzata a Vieste dal Dipartimento Pari Opportunità dal titolo "Senza quote né recinti, donne protagoniste della politica e del lavoro".

Care amiche,
comincio sempre i miei interventi ringraziando gli organizzatori delle diverse manifestazioni per la loro ospitalità. Voglio ringraziarvi con tutto il cuore per la splendida organizzazione di questo incontro che conferma la qualità politica delle donne dell’UDC e, insieme, il profondo radicamento e la vitalità del nostro partito…..

Avere di fronte tante donne intelligenti, motivate e anche belle (il che non guasta mai) dà a me e al nostro partito la certezza di aver seminato bene e di essere oggi in condizione di raccogliere i frutti del nostro impegno.
C’è un elemento che voglio subito sottolineare perché mi ha molto colpito ascoltando i vostri interventi: le donne dell’Udc hanno identificato, secondo me, il vero nocciolo del problema che riguarda la loro condizione: troppo spesso i nemici delle donne sono le donne stesse.
La vostra intuizione, amiche dell’Udc, un’intuizione che avete resa esplicita nel titolo di questa manifestazione, è di aver capito che troppo spesso regole pensate, in buonafede, per tutelare le donne, si sono trasformate in realtà in una trappola e in una ghettizzazione delle donne stesse.

Le quote e i recinti di cui parlate nel titolo di questo manifestazione, all’apparenza possono servire a proteggere le donne dalle aggressioni esterne, ma troppo spesso finiscono invece per chiudere le donne in ambiti angusti e privi di prospettiva.
Sta in questo, care amiche, la vostra e la nostra forza: aver compreso che le donne emergono, si difendono e si affermano in un rapporto sociale aperto e paritario piuttosto che nella ricerca di regole di autotutela che si sono rivelate, fino ad ora, assolutamente inadeguate.
Pochi giorni fa leggevo uno studio condotto nelle università inglesi sul ruolo e sulle aspettative delle donne nella società contemporanea.
Ebbene emergeva un quadro profondamente diverso da quello che ci si poteva aspettare: le donne intervistate non puntavano più, come oggi, a ruoli di competizione diretta con gli uomini ma a recuperare una propria identità sociale legata alla famiglia, rispetto alla quale lo Stato doveva ripensare profondamente tutti i propri interventi in termini di politiche sociali.
L’idea della donna rampante, della donna che compete con l’uomo sul lavoro ma che poi, rientrando a casa, deve recuperare anche le funzioni più tradizionali di madre e di moglie, non attrae più, genera ansie, preoccupazioni, difficoltà.
Mi pare si tratti di una intuizione sulla quale le donne dell’UDC erano arrivate da tempo.
È una prova della vostra intelligenza e di capacità di analisi e proposta di cui non ho mai dubitato.
Per questo dico che il vostro contributo alla definizione delle politiche sociali che l’Udc tende ad elaborare e proporre è assolutamente fondamentale.
Io credo che il tempo della donna "multiruolo", che la vede sovraccarica di lavoro, con responsabilità lavorative e familiari eccessive, debba trasformarsi.
Dobbiamo, cioè, lavorare per garantire alle donne dignità e possibilità di scegliere autonomamente e consapevolmente il proprio futuro.
L’UDC non deve impegnarsi a garantire tutele ma parità, non privilegi ma equità, non recinti ma pari opportunità.
Per questo siamo qui ad ascoltarvi: per comprendere sempre più e sempre meglio come rendervi protagoniste delle nostre strategie politiche e dello sviluppo della società italiana.
Solo qualche giorno fa abbiamo tenuto la nostra festa nazionale a Chianciano. Già allora dissi che l’UDC aveva dimostrato una capacità di iniziativa non comune.
Oggi posso dirlo con forza ancora maggiore: siamo l’unico partito che alla ripresa dell’attività politica ha avuto la sensibilità e la forza di organizzare una convention nazionale di donne e sulle donne.
Credo sia un segnale di grande importanza per noi e per gli altri.

Riassumendo a questo punto i risultati dei vostri incontri vorrei ripercorrere e confermare rapidamente gli impegni che intendiamo assumere ed onorare come partito.
Uno dei problemi che abbiamo intenzione di affrontare e combattere in modo deciso e determinato è quello delle violenze e delle molestie che quotidianamente tante donne nei posti di lavoro subiscono.
Purtroppo i dati sono approssimativi perché la maggior parte di esse subisce in silenzio, senza denunciare, perché teme ritorsioni: è una vergogna che deve finire.
C’è poi il capitolo amaro delle discriminazioni nell’accesso al mondo del lavoro.
Voglio ricordare in proposito il Rapporto Cnel del 15 luglio dell’anno scorso, in cui si indica in modo chiaro che, oltre al solito e preoccupante dualismo territoriale dove nel Sud lavorano solo 31 donne su 100 mentre nel nord si raggiunge quasi la media europea, "ad influire sulla minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, e di conseguenza sulla loro minor occupazione, è una specificità di genere legata all’evento maternità e alle esigenze di cura e di assistenza".
A confermare questa condizione drammatica di profonda ingiustizia ci sono anche i dati Isfol Plus 2006, secondo i quali 1 donna su 9 è uscita dal mercato -per scelta o per necessità- del lavoro in seguito alla maternità.
Anche in questo caso occorrono regole di tutela che permettano alle donne di scegliere cosa fare e non di obbedire a criteri di pura necessità.
L’esempio di come muoverci viene dagli altri Paesi comunitari: nel resto d’Europa, infatti, tutto ciò non avviene perché occupazione femminile e un numero maggiore di figli vanno di pari passo.
Il che dimostra che le donne possono conciliare diversi ruoli a due condizioni: essere in condizioni di scegliere liberamente; disporre di uno Stato che metta in campo politiche di sostegno reali.
E’ esattamente la linea che vogliamo seguire, fedeli come siamo ad una visione europeistica dei problemi e delle loro soluzioni.

In Italia, oggi, assistiamo ad un assurdo fenomeno: l’occupazione femminile più elevata riguarda le "persone isolate" ovvero le donne single o divorziate senza figli, che nelle classi centrali hanno tassi di occupazione non troppo distanti da quelli maschili. Questo è inaccettabile perché significa incentivare, di fatto, quel calo della natalità di cui poi ci si lamenta.
Noi dobbiamo batterci invece in Parlamento, concretamente, per realizzare una vera politica di sostegno.
Dobbiamo dimostrare che per una ripresa della natalità occorrono fatti concreti e non chiacchiere o lamentazioni.
In Europa l’occupazione femminile è elevata laddove è maggiormente diffuso il part time, che è lo strumento per eccellenza della conciliazione tra lavoro e famiglia. Allo stesso modo dobbiamo fare in Italia, attraverso iniziative di sostegno come il quoziente familiare, una migliore rete dei servizi, la valorizzazione dello strumento del congedo, del part time, del reingresso dignitoso nel mondo del lavoro, dopo la maternità.
Tutti dicono che la maternità non deve essere penalizzata, ma essere fonte di arricchimento per l’intera società, perché è proprio la famiglia il nucleo fondamentale della società, ma anche dell’economia di uno Stato che si reputa civile.
Noi dobbiamo pretendere che dalle enunciazioni di principio, che non costano nulla e che valgono ancora meno, si passi a provvedimenti reali e operativi.

La scuola è l’altro punto cardine del nostro programma.
Il Ministro Gelmini è lo specchio di questo Governo che con una mano dà e con l’altra prende, che sa fare benissimo propaganda ma nasconde troppo spesso, dietro gli slogan, verità amare per gli italiani.
Ministro, lei ci deve dire con parole semplici cosa vuole fare veramente. Ha reintrodotto delle regole che ci convincono, come il voto in condotta, per restituire dignità ad una scuola sempre più demotivata, e questo ci sta bene.
Ma il tempo pieno? Chi lo paga? Ci sono o no più di 100 mila insegnanti che andranno a casa?
Per ora l’unica cosa certa sono i tagli indiscriminati, che lei ha accettato, chiesti da Tremonti, tagli che tradotti in pratica significano meno insegnanti e dunque meno strutture al servizio degli studenti e delle loro famiglie.
Anche in questo caso, come per la sicurezza, il Governo deve decidersi: o sviluppa delle linee coerenti di riforma e di rilancio di settori strategici per il futuro del Paese, come la scuola appunto, oppure si presta a dare il colpo di grazia alla nostra scuola.
Le due cose, insieme, non possono stare.
Ricordo semplicemente che i Paesi più avanzati, così come quelli che vogliono emergere, proprio nei momenti di difficoltà e di crisi hanno sempre concentrato le loro risorse sull’istruzione e sulla formazione, perché hanno capito che solo la nascita di una nuova classe dirigente, all’altezza delle sfide planetarie che i tempi impongono, può sciogliere i nodi della crisi economica.

Insomma, care amiche, non credo sia il caso di andare oltre perché sto dicendo cose che conoscete meglio di me e che avete ribadito tante volte nei vostri convegni.
E allora, per essere sintetico, direi che il punto fondamentale sul quale voglio concentrare l’iniziativa politica dell’UDC -al di là dei singoli interventi- è questo: creare, come nel resto d’Europa, un nuovo rapporto tra lo stato e le donne.
Quando noi parliamo di famiglia ci chiedono spesso di essere concreti, di spiegare cosa intendiamo fare.
Ebbene io vi dico che per favorire concretamente la famiglia, lo Stato deve orientare buona parte delle sue risorse, una volta per tutte, nei settori che le donne considerano strategici.

Mi avvio ora rapidamente alla conclusione con qualche considerazione di carattere generale.
Care amiche, con il vostro sostegno l’Udc affronta una stagione politica difficile ed impegnativa, probabilmente decisiva.
Le debolezze speculari del Pdl e Pd stanno emergendo in tutta la loro evidenza.
Il Pdl che nasce nel freddo studio di un notaio, attraverso la definizione di quote tra le proprie componenti interne, rappresenta, secondo me, uno spettacolo preoccupante, la negazione della politica come strumento di partecipazione e di crescita democratica.
Allo stesso modo il partito democratico, che non riesce ad uscire dalla propria crisi di identità, rappresenta una profonda alterazione del rapporto tra maggioranza e opposizione e, dunque, del buon funzionamento delle istituzioni democratiche. In questo quadro, come ho già detto a Chianciano, emerge sempre più chiaramente un deficit di libertà e di garanzie democratiche rispetto al quale assume valore crescente la nostra battaglia per rafforzare -attraverso la fase costituente – l’area centrale e moderata della politica italiana.
Intendiamoci, noi non vogliamo essere conservatori ma garantire vere riforme.
Abbiamo sempre sostenuto la necessità di superare la frammentazione e la proliferazione di partiti e partitini, pronti al ricatto, che aveva raggiunto nella passata legislatura livelli insostenibili.
Ma la cura, consentitemi di dirlo, si sta rivelando peggiore del male. All’eccesso di partiti si sta cercando di contrapporre una soluzione uguale ed opposta (il bipartitismo) che è assolutamente innaturale per la storia politica del nostro paese e per questo assai pericolosa. Ad una forzatura si sta rispondendo con un’altra forzatura.
Per questo, sperando di trovare maggiore ascolto, rinnovo l’appello a cercare un punto di equilibrio, abbandonando l’idea di un bipartitismo forzato per arrivare ad un modello di bipolarismo mite, di tipo europeo, che contrapponga non due partiti-mostro, ma due coalizioni semplificate costruite da forze politiche omogenee per tradizione e per scelte programmatiche.
E’ questa la nostra ambizione, il nostro orizzonte, la sfida che lanciamo e che dobbiamo sostenere insieme, nella massima unità: ritrovare la via della politica e della ragionevolezza contro le tentazioni di una finta semplificazione che altera, in profondità, il patrimonio genetico della nostra democrazia.
I segnali, purtroppo, non vanno nella direzione giusta ed è per questo che devo rinnovare l’invito alla mobilitazione sulla proposta che abbiamo identificato a Chianciano come la nostra bandiera: la difesa del voto di preferenza.
Il tentativo di eliminarla anche alle elezioni europee, dopo averlo fatto a quelle politiche, diviene una sorta di spartiacque, un limite invalicabile.
Amiche, la posta in gioco deve essere chiara: sulla riforma per le europee si gioca una battaglia di libertà per il paese e la possibilità di fermare (o rendere irreversibile) la deriva antidemocratica che serpeggia nel Paese.
Quando il cittadino elettore guadagna potere la democrazia è salda e si arricchisce. Quando, al contrario, il cittadino perde potere a favore delle oligarchie di partito, allora ognuno di noi è tenuto a reagire con la massima energia.
Ed è esattamente questo che noi faremo: solleciteremo la reazione indignata e la mobilitazione degli italiani che non vogliono farsi mettere i piedi in testa ma che -al contrario- intendono ragionare e scegliere con la propria testa.
Qualche elemento incoraggiante c’è se è vero, come è vero, che molti esponenti politici del centrodestra, in dissenso dagli organi di scuderia di Palazzo Chigi, si stanno esponendo a difesa del voto di preferenza: mi riferisco, ad esempio, al sindaco di Roma Alemanno.
Credo insomma che stiamo sulla strada giusta della coerenza e della determinazione e che davvero, se saremo costretti, dovremo lanciare la nostra campagna di primavera nel nome delle preferenze.

Il vostro ruolo, amiche dell’UDC, sarà come sempre fondamentale perché non esiste nulla di più convincente di una donna che fa politica (come voi la fate) non per ottenere benefici ma per difendere con convinzione idee e valori.
Hanno tentato di soffocare in ogni modo la tradizione democratico cristiana che noi rappresentiamo, ma non ci sono riusciti.
Perché noi siamo radicati profondamente nel tessuto di questo Paese e per questo abbiamo retto al maremoto elettorale.
Oggi, ne sono convinto, la forzatura contro il voto di preferenza sta aprendo gli occhi a tanti italiani sonnacchiosi che fino ad ora non avevano compreso la gravità della minaccia che incombe sugli equilibri democratici del Paese.
Da Vieste, dunque, ripartiamo con una certezza un impegno ed una promessa. La certezza siete voi: le donne dell’Udc, un esempio raro di abnegazione, determinazione, forza, coraggio.
Ce lo dimostrate tutti i giorni, lo avete dimostrato con la vostra numerosa ed entusiastica partecipazione a questa convention.
Per questo io vi chiedo un ulteriore sforzo e un impegno sul territorio, magari candidandovi in prima persona ai prossimi appuntamenti elettorali, per tenere alte le nostra bandiere.
L’impegno, appunto, è quello di percorrere il Paese senza sosta per dire agli italiani parole di verità e di responsabilità mentre, intorno, prevalgono la propaganda e l’inganno.
La promessa solenne è di compiere ogni sforzo, senza risparmio, per difendere le nostre idee e i valori in cui crediamo, nell’interesse degli italiani, della libertà, della democrazia.
Amiche, insieme ce la faremo. Insieme ogni battaglia, anche la più difficile, può essere vinta.
Lo dico con convinzione perché la prova è sotto gli occhi di tutti noi: se non fosse davvero così, oggi non saremmo qui. E allora avanti, con forza e fiducia nel futuro e in noi stessi.

Viva le donne, viva l’Italia, viva l’Udc.

Ufficio Stampa UDC Vieste


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