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Vieste – CI HA LASCIATO «GIUANNIN» NOTARANGELO

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Lo scorso luglio aveva spento per il suo compleanno ben 103 candeline. Ieri si sono svolti  i funerali di Giovannino (all’anagrafe Giannantonio) Notarangelo. Il suo ultimo genetliaco l’aveva festeggiato non nel giorno del suo compleanno, il 31 luglio, ma qualche giorno prima, in  ricordo della moglie Cristina, con la semplicità che l’ha sempre contraddistinto in casa con i due figli Angelo, il maggiore, e Bruno, i parenti e gli amici più cari. Nè in quell’occasione nè negli anni precedenti si era fatto coinvolgere in quella mania, ormai troppo diffusa, di andare sempre fuori casa, a ristorante, per una qualsiasi ricorrenza. Certe occasioni devono restare ed essere vissute in casa proprio per dare un senso più vero e non frivolo all’evento. Ora ci ha lasciato.

Era uno degli ultimi rappresentanti  di quella classe commerciale che, con varie figure, rappresentò un esempio di vera e propria istituzione sociale per la comunità viestana.
Giovannino (Giuannin) fu per tante generazioni di viestani, con il suo negozio di merceria, nella piazza sotto il Municipio di Vieste, un riferimento  imprescindibile.
Nel 1951 prese le redini del negozio del padre per un’attività che risaliva al 1896. Oltre ai classici articoli da merceria aveva anche l’agenzia della Società Italia e del Loyd Triestino. Mandava i viestani, emigranti, nel Nord America, in Australia e nel Sud America. “Ne ho mandati a migliaia: facevo il biglietto e tutte le pratiche necessarie per l’espatrio”, ci raccontò al compleanno dei cent’anni.
A dicembre del 1986 aveva lasciato ufficialmente l’attività ma avrebbe potuto ancora portarla avanti con la stessa diligenza ed efficienza degli anni prima.
Ciao, Giovannino.

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— dal IL FARO settimanale del 31 luglio 2005 —
«Se dovessi stare nel negozio ci starei ancora» — Una vita di serietà e disponibilità — Niente festa al ristorante, a casa con i figli
IL SIGNORE DEI BOTTONI E’ DIVENTATO CENTENARIO
Domenica 31 luglio. A metà mattinata il caldo è già intenso. A S.Giuseppe Operaio sta per terminare la messa. C’è una strana agitazione. Dopo «l’andate in pace» un po’ tutti si attardano ad uscire e si raccolgono intorno ad un signore Saluti, baci, abbracci, auguri.
Agile e scattante come un giovanotto Giovannino (all’anagrafe Giannantonio) Notarangelo si lascia coccolare dagli amici e conoscenti. E’ un’occasione non da poco: Giuannin, il singore dei bottoni (ed affini) per tante generazioni di viestani, con il suo negozio di merceria, ha compiuto cent’anni. Ma a vederlo in quello stato di salute eccezionale, sia fisico che mentale, si resta davvero estasiati. Lui, sempre schivo e poco propenso alla pubblicità, vuole tornare a casa e si affianca ai due figli Angelo, il maggiore, 67 anni, funzionario delle Ferrovie in provincia di Ancona, e Bruno, 60 funzionario Inps in pensione, residente a Teramo.
Ci avviciniamo a Giuannin, gli facciamo gli auguri e lo seguiamo verso casa, cercando di vincere la sua ritrosia a parlare di sè e poter fare una chiacchierata. Con agilità sale le scale (Angelo ci racconta che anni fa un cardiologo gli fece una visita e, guardando il tracciato, gli disse: «Lei ha un cuore di un cinquantenne. E’ un caso raro, eccezionale»).
Ci fa accomodare in casa. 
Quando ha iniziato come era allora fare svolgere quell’attività?
«Ho iniziato davvero a fare l’attività di commerciante, proprio io, da quando è morto mio padre… prima stavo nel negozio ad aiutare».
In che anno?
«Dal 1951 io stavo con mio padre nel negozio».
Il 1951 ha aperto l’attività?
«No, da prima… da mio padre subito dopo sposato».
«Dal 1896 è stata aperto il negozio!», precisa il figlio Angelo.

 

Era già merceria?
«No, mio padre faceva solo il sarto nei primi anni, poi mano a mano si è messo a vendere articoli di merceria, ma cuciva ugualmente. Poi dal 1951 sono entrato io nel negozio, mi occupavo io di tutto».
Come andava allora l’attività?
«Prima si vendeva poco perché i clienti non consumavano assai, ora si fanno tanti vestiti, tante cose, ma prima… Le persone non uscivano come oggi, si facevano una veste ogni tre o quattro anni.»
Vendeva anche i corredi?
«Sì, la biancheria, i fazzoletti, asciugamani…, tutte queste cose…».
Per integrare l’attività preparava anche i pacchi per l’America?
«No, tenevo proprio l’emigrazione, mandavo i passeggeri nel Nord America, in Australia e nel Sud America, ne ho mandato a migliaia, facevo il biglietto e tutte le pratiche necessarie per l’espatrio».
«Aveva l’agenzia della Società Italia e del Loyd Triestino», ricorda il figlio Angelo.
Il negozio era frequentato quasi esclusivamente da donne. Quando capitava un uomo perchè lo serviva subito?
«Lo sbrigavo subito perchè gli uomini avevano da fare. Le donne invece, anche se stavano un po’ di più avrebbero solo cucinato in ritardo».
Le sue clienti le chiedevano qualche consiglio, le raccontavano i loro problemi?
«Sì, certo, mi parlavano di un po’ tutti i problemi della famiglia: del mangiare, del vestire…».
Per il fatto di avere a che fare in negozio con tante donne, sua moglie Cristina non era gelosa?
«No, io non le guardavo nemmeno in faccia. L’interessante era che acquistavano e pagavano».
«Una persona seria», chiosa il figlio Bruno.
Sua moglie non le ha mai fatto una scenata di gelosia?
«No, no, mai».
«Erano cose fuori dal tempo e dalla logica», sottolinea il figlio Bruno.
Le donne di allora erano, per così dire, più serie di quelle di oggi?
«Un poco di più sì… quello lo sanno tutti. Vuoi mettere le donne di prima…».
C’era qualcosa di diverso fra i primi e gli ultimi anni di attività?
«Diversità no, solo che però negli ultimi anni che sono stato in negozio vedevo che la gente consumava molto, molto di più. Nei primi anni c’era poco vendita».
Veniva anche qualche turista?
«Qualcuno…, specialmente qualche viestano che si ritirava fuori, poi d’estate si veniva a rifornire di merce».
Come è stato, dopo tanti anni di attività, il momento in cui ha smesso di stare in negozio? Che impressione le ha fatto?
«Non mi ha fatto nessuna impressione perché io, con tutto che ho venduto, continuavo comunque ad andare al negozio, non avevo dove andare e mi trattenevo lì ad aiutare Carla [Carla Troia, dal gennaio del 1987 ha rilevato l’attività]».
Oltre al negozio, l’altra grande passione era la campagna…
«Certo, pure la campagna… Noi avevamo tre campagne e le coltivavamo tutte noi perchè non le avevamo affittate. Il periodo che c’erano da fare i lavori, papà stava in negozio ed io andava in campagna ad assistere gli operai».
E’ vero che non appena aveva un attimo libero, andava in campagna con la sua piccola scure?
«Sì, certo. Ad esempio la legna che cadeva dagli alberi la tagliavo tutta io, anche quella più grossa».
Ora continuate a fare qualche passeggiata in campagna?
«Sì, vado con mio cugino, il generale D’Amato, che è del 1917, con cui mi incontro tutti pomeriggi… Ci vado sempre, perché sono nato in campagna».
Cosa vi ha detto in questi giorni la gente che vi ha fermato per farvi gli auguri?
«Che volete che mi hanno raccontato… quelli sono tutti clienti miei, clienti secolari di prima».
Un po’ di anni fa c’era solo la sua merceria?
«No, c’erano alte due o tre: le signorine Rosiello, la «Presidente» e Ciccillo Patrone. Questi erano oltre a me gli altri negozi di merceria… ma allora si lavorava poco…».
Negli ultimi tempi va a trovare Carla al negozio?
«Come no… Faccio sempre una visita, le dò qualche consiglio…».
Attività del genere oggi ha ancora un futuro?
«Per chi ci sa sa fare, c’è da guadagnare là».

 

Come era Vieste subito dopo la seconda guerra?
«La gente era difficoltà per sopravvivere e tirare avanti… un vestito forse si faceva solo a Santa Maria!».
A proposito di Santa Maria: in quel periodo si vendeva di più?
«Certo perché allora le sarte cucivano, la si faceva fare i vestiti ed io vendevo più merce».
Che tipo di vestiti si facevano allora? Come vestivano le donne?
«Vestivano come vestono adesso, solo che ora le gonne sono più corte. Come oggi la moda cambiava ogni anno. Le sarte avevano i modelli ed in base a quelli cucivano».
Solo a Santa Maria le donne si facevano il vestito nuovo?
«Certune se lo facevano ogni due o tre Santa Maria, perché uscivano poco e non c’erano soldi».
Se lo facevano anche gli uomini?
«Certo, anche perché gli uomini consumavano più delle donne.
Anche per i bambini c’era l’abitudine di rifare il vestito?
«Sì, per i bambini pure. Per i bambini molti li compravano già belli e fatti ma qualcuno se i faceva fare dai sarti di Vieste».
Il 31 dicembre 1986 ha lasciato ufficialmente l’attività. Dal giorno dopo come ha trascorso la giornata?
Per me non sembrava niente, perché andavo lo stesso al negozio e davo un aiuto a quella che l’aveva comprato.
«Andava ancora ad aprire lui il negozio, Carla arrivava dopo!», ricorda Angelo. «E’ stato così per quattro o cinque anni, a tempo pieno!», precisa Bruno.
Il passaggio non è stato brusco?
«No, non è stato brusco perchè non mi sono ritirato completamente. Sono rimasto ancora nel negozio anche se non era più mio ma di Carla che l’aveva comprato».
Ora come trascorrete la giornata?
«Sto in casa, a leggere sempre».
Cosa legge?
«I romanzi, i giornali».
«Soprattutto i libri del Papa, la Divina Commedia», spiega Bruno. «Si è letto le opere di Palo VI, venti volumi. Quando li portai mia madre gli disse: «Chissà se fai in tempo a leggerli». Li ha letti già due volte». Incalza Angelo: «Ogni volta che c’è un libro del Papa… Adesso gli ho portato quello di Papa Ratzinger, Papa Bendetto XVI. Lui legge attivamente…».
«Quelli che mi piacciono assai lo rileggo pure due o tre volte…»
«Ogni volta che vengo gli compro sempre «Il Faro» e se lo legge subito, fresco, ogni venerdì», dice Angelo. «Poi legge anche la rivista «50 & Più» della Confcommercio, legge i quotidiani, soprattutto quando veniamo noi a Vieste», precisa Bruno.
Antonio Troia


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