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Copenaghen/ Cina protagonista

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Avanti i lavori tra accese polemiche. Pechino sprona i Paesi ricchi.

 

Copenaghen, 10 dicembre – (Dall’inviato) – Si è chiusa nervosamente la terza giornata di lavoro dei delegati caratterizzata dalle sessioni plenarie della COP –Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – e della COP/MOP – Conferenza tra le parti per il Protocollo di Kyoto – oltre che da numerose consultazioni informali sui temi caldi strettamente connessi alla riduzione di CO2 quali tecnologia, finanza, mitigazione e adattamento.

Il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel febbraio del 2005 – dopo la ratifica anche da parte della Russia – non annovera ad oggi tra i Paesi firmatari gli Stati Uniti che sono responsabili di più di un terzo delle emissioni mondiali di gas serra. Mentre i Paesi in via di sviluppo, e tra questi in particolar modo la Cina e l’India, si dimostrano particolarmente legati al testo di questo trattato che li svincola dagli obblighi del protocollo poiché attribuisce ai Paesi del Nord una responsabilità “storica” per l’accumulo di CO2 nell’atmosfera.

La delegazione cinese, tramite il suo vicedirettore Su Wei, aveva già dichiarato martedì – nel corso di una conferenza stampa – che Stati Uniti, Unione europea e Giappone devono compiere sforzi maggiori per la riduzione delle proprie emissioni rispetto a quelli proposti per i colloqui sul clima a Copenaghen aggiungendo che, alla base del successo della conferenza in corso sul cambiamento climatico, vi è soprattutto l’impegno degli Stati Uniti al sostegno finanziario per i Paesi in via di sviluppo e per il contenimento della CO2 .

Su Wei ha inoltre rigettato la proposta dell’Unione europea secondo cui anche i Paesi emergenti si devono impegnare a ridurre le emissioni e a pagare parte del finanziamento pubblico per le aree più povere del mondo in quanto la Cina ha già avanzato obiettivi pienamente in linea con la UNFCC (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti cimatici) e il Protocollo di Kyoto non impegna i Paesi in via di sviluppo ad occuparsene.

Ieri a tenere banco nelle contestazioni cinesi è stato addirittura lo stesso logo blu e bianco – il pianeta rappresentato da fili intrecciati – simbolo della conferenza. “Questo logo mi mette a disagio” ha dichiarato durante la plenaria lo stesso Su Wei “poiché dà l’impressione che il Protocollo di Kyoto non esista o sia scomparso”, auspicando che “i prossimi loghi siano progettati con maggiore attenzione”.

A fornire dettagli più precisi sulla posizione cinese è intervenuto anche il capo negoziatore della delegazione, Xie Zhenhua, che ha dichiarato in un’intervista la volontà della Cina e dei Paesi in via di sviluppo di aderire ad accordi sulle emissioni di lungo periodo – per il 2050 – solo se i Paesi ricchi si impegnano ad effettuare tagli consistenti entro il 2020 e a fornire aiuti tecnologici e finanziari in linea con le loro richieste, puntualizzando che la Cina è dell’avviso che serva una riduzione da parte delle nazioni ricche pari ad almeno il 40% rispetto ai livelli del 1990.

Miriam Spalatro

Quotidiano ENERGIA


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