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Il petrolio «made in Italy» in Puglia già 14 trivellazioni

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Ricerca del petrolio in Italia. per Legambiente si tratta di una vera e propria corsa folle all’oro nero. Una ricerca spasmodica che non sembra risparmiare neanche le nostre bellezze naturali. Non a caso, così come emerso nel corso di un’iniziativa pubblica a Monopoli (con Stefano Ciafani, responsabile scientifico Legambiente, Simone Andreotti, Responsabile Protezione civile Legambiente, Fabiano Amati, assessore Protezione civile della Regione Puglia, e Emilio Romani, Sindaco di Monopoli). organizzata per l’arrivo in Puglia di Goletta verde, tra le ultime istanze presentate c’è la richiesta della Petroceltic Italia di permessi di ricerca nello specchio di mare prospicente Tremiti. «Nei nostri mari – spiegano da Legambiente – oggi operano 9 piattaforme per un totale di 76 pozzi. A terra si estraggono idrocarburi in Basilicata, storica sede dei più grandi pozzi dai quali si estrae oltre il 70% del petrolio nazionale».

È in atto una ricerca forsennata per individuare ed estrarre le 129 milioni di tonnellate che, secondo il ministero Sviluppo economico sono recuperabili da mare e terra italiani. E così in Italia è partita una «lottizzazione» senza scrupoli proprio quando l’attenzione internazionale è concentrata sul disastro nel Golfo del Messico. Le istanze e i permessi di ricerca vengono valutati secondo un procedimento unico. Se l’area in questione è su terra, oltre lo Stato vengono coinvolti anche gli Enti locali (Regioni, Province e Comuni), mentre se il permesso è per eseguire ricerche sul sottofondo marino è previsto solo il parere da parte dello Stato. Proprio la facilità delle procedure e il mancato coinvolgimento delle comunità locali sono, insieme al costo del barile tornato a livelli importanti (tra 75 e 80 dollari per barile), tra le cause principali della proliferazione di istanze per permessi di ricerca in mare.

«Il gioco non vale la candela – dice ancora Legambiente – neanche dal punto di vista occupazionale. Le ultime stime di Assomineraria parlano di un risparmio di 100 miliardi di euro nelle importazioni di greggio dall’estero nei prossimi 25 anni e la creazione di 34mila posti di lavoro. Numeri che non reggono se confrontati con un investimento nel settore della green economy e delle rinnovabili».

C’è poi il dato geografico. La folle corsa al petrolio italiano compromette tutta la Penisola, ma si concentra soprattutto a Sud dove la Puglia è una delle Regioni più minacciate. «Sul fronte del territorio – ribadiscono da Legambiente – la superficie complessiva sacrificata agli idrocarburi è di 4.086,50 kmq, equivalenti al 21% delle territorio regionale. In mare, invece, tra istanze di permesso di ricerca, permessi di ricerca e permessi di coltivazione i chilometri quadrati minacciati in mare sono quasi 10 mila. Per avere una fotografia più puntuale del fenomeno basti pensare che il suolo pugliese è stato trivellato sinora da 9 pozzi di petrolio sulla terraferma e 5 sul fondo marino. Le provincie maggiormente coinvolte sulla terraferma sono quelle di Taranto, Foggia e Brindisi. La Provincia di Taranto vede sacrificato il 63% del proprio territorio agli idrocarburi, quella di Foggia il 30% e quella Brindisi il 10%. Interessate anche le Province di Barletta-Andria-Trani e Lecce, rispettivamente con 4 e 0,4% del proprio territorio».

Oltre le Tremiti, anche il tratto di fronte le coste pugliesi, da Monopoli al Salento, è interessato da istanze di permessi di ricerca. E meno male che alcune ricerche sono state bloccate dal tar sulla base dei ricorsi di Regione Puglia coi Comuni di Fasano e Ostuni. «Il futuro della Puglia – dice Francesco Tar antini, Presidente regionale Legambiente – è nella produzione di energia da fonte rinnovabile e nella promozione di un turismo sostenibile e di qualità. Per andare in questa direzione, però, è necessario mettere un freno a questa nuova corsa all’o ro nero, che rischia di ipotecare, con nuove ricerche di petrolio, il futuro del nostro territorio, spesso anche in zone sensibili e protette».


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