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Le Sentinelle di Padre Pio nella città di Pompilio

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…E le sette buddiste del Kashmir dell’assessore Nicastro, Silvio forever, il termovalorizzato Vendola, C’c’r’nèll  e la suèrt p na kep come na sartàs’n.

 

 
          San Giovanni Rotondo. Poliambulatorio Giovanni Paolo II. Ore 6.10. Parcheggio la macchina. Salgo le scale interne. E’ seduta, mi fissa, m’interroga: “E’ della sicurezza?”. Io, in piedi, la fisso e rispondo all’interrogazione aggiungendo una domanda: “No, perché Lei è della sicurezza?”. Lei: “No”. Capisco che ci rincontreremo in Neurologia. Il bar è chiuso e decido di prendere un caffè al bar dell’ospedale. Per strada uno strano personaggio mi ferma. Traduco la Sua colta osservazione espressa con un’interrogazione, preliminare alla richiesta di 1€: “Che cosa va facendo in giro alle 06.30 di mattina?”. Rispondo con una domanda: “Pure tu in Neurologia?”. Mi lascia. Chi mi raggiunge è un volatile. Non mi caga addosso. L’effetto Monti si sente per lo stomaco del piccolo passerotto che intona: "Silvio forever sarà,/ Silvio realtà,/ Silvio per sempre!/ Silvio fiducia ci dà,/ Silvio per noi/ futuro e presente!".
[http://www.youtube.com/watch?v=m6P7OuUJaKA]
          Il giorno dopo. Sono le 8.30 di mattina e il pullman della Sita fa il suo ingresso nella città di San Giovanni Rotondo. Alla prima fermata in Piazza Europa, uno sprovveduto chiede all’autista un passaggio per il Convento dei Cappuccini. La risposta è in dialetto foggiano: “chesònutaxì!”, l’approfondimento è in italiano: “sono già tante le responsabilità che ho, devo pure prendermi le responsabilità degli altri!”. Al capolinea l’autista ci presenta le “Sentinel d’ PadrPiy indacittà d’ Pompilie” [Sentinelle di Padre Pio nella città del sindaco Pompilio]. A San Giovanni Rotondo, gli insistenti elemosinanti adottano una tattica militare. A gruppi di tre presidiano Viale Padre Pio, Viale Cappuccini e Piazzale Forgione. Anticipo le amazzoni: 1€!
          Al III piano della Casa Sollievo della Sofferenza, Risonanza Magnetica, tocca all’efficiente tecnico prendere la parola: “Viti, placche metalliche, peace maker, ponti?”.  Lo guardo e penso:”Ma vaffancul”. Poi rispondo: “Niente da dichiarare”.
          Non iniziò nel migliore dei modi: “Sul rifiuto zero, però, per i dati in mio possesso, pare che questa formula magica riescano ad ottenerla due sette buddiste del Kashmir”, “Io non ne sarei capace, non ho nessuna difficoltà a dirlo”. E l’intervista non finì nel migliore dei modi:” La realizzazione di alcuni termovalorizzatori consentirà alla Regione Puglia la chiusura del ciclo dei rifiuti”. Quando ho visto il video su YouTube ho pensato: “il dott. Nicastro sta all’ambiente come io sto all’esplorazione spaziale su Marte” [ http://www.youtube.com/watch?v=9VRyRB7Mjb8 ].
Le contraddizioni sono cosmiche
[ http://www.youtube.com/watch?v=NPmR_siC76I&feature=related ].
La galassia delle associazioni e dei movimenti di sinistra contraria alla valorizzazione privatistica dell’incendio dei rifiuti solidi urbani, sempre più necessaria quanto più gli amministratori pubblici sono incompetenti e l’opinione pubblica è indifferente, è relegata nel virtuale inoffensivo di facebook. Sempre a sinistra, gli astuti aspiranti alla pianificate carriere di partito non osano la collisione con il termovalorizzato Vendola.
Kazzenger: “Il  dott. Nicastro dove ha preso i dati?”   
          Nuova Zelanda. Golden Bay. Bassa marea. Faccio una passeggiata per raccogliere i pesci nelle reti dei locali che mai avrebbero pensato che uno da Vieste gli stava rubando la cena. Allassagrèso il mare risale dai canyon laterali. I locali mi salvano in cambio della consegna dei loro pesci. Invitato a cena a casa loro, mi prendono in giro per tutta la serata ma io m’ song abb’gnet.
          Nuova Zelanda, Farewell Spit. Le Dune. Entro in una zona vietata e cammino per molti chilometri. Salgo su una duna altissima. Cado e dopo cinque minuti di ruzzolamenti mi rialzo e mi trovo davanti una bella ragazza con una strana divisa. Penso: “Che figa”. Lei: “what are you doing here?”. Io: “Che strano modo di presentarsi!”. E’ della Polizia. Che Kum’naziòn! Mi propone un passaggio ma prima deve arrivare all’estremità del Farewell Spit. Io: “Let’s go C’c’r’nèll! Durante il tragitto mi chiede di parlare in dialetto: “Damm nu bùff’l d’àcqù ‘nganguler”. Mi dà un bacio. Mi tolgo la giacca ed esce fuori ù Lambtìn di Sant’Antonio!
          Nuova Zelanda, nei pressi di Farewell Spit. Sto dormendo nel mio letto nella camera Gelsomino di un bellissimo ostello. Allassagrèso una fanciulla di New York si fa spazio nel mio sacco a pelo. Ai miei primi strìss’m, lancia un grido che sveglia tutta la camerata, si alza e ripetendo “He’s raping me!” fugge via. Io: “Che nzalanùt!”. Con chi ritorna? Con la poliziotta del giorno prima: “YOU!”. Io: “YOUAUCAZZ!”. Rispondo alle accuse: “P’ tant savòrt che stànn, potevo mai scegliere una suèrt p na kep come na sartàs’n”. Grazie alla testimonianza di un ex Attorney General USA, in giro per la Nuova Zelanda in bicicletta, la fanciulla mi chiede scusa e mi chiede il significato di nghyòn. La sera dopo C’c’r’nèll e la suèrt p na kep come na sartàs’n mi invitano a cena.  Io accetto e penso: “Con due donne a cena non c’ kummàtt”. Durante la cena, l’americana: “You eat a lot”. Io: “Maramè i ke m song mangiet”. In realtà volevo dire: “m’ sòng add’kriet”. Non potevo certo dirle che avevo una fame da lupo e che per la prossima cena al ristorante da 50 $ avrei dovuto aspettare chissà quanto tempo! Dopo la cena, alla presenza di C’c’r’nèll e della suèrt p na kep come na sartàs’n, leggermente avvinazzato, mi lascio andare in una riflessione ad alta voce: Agghy fatt u uadàgn d’Mariya fr’gnòtt, staser non c’ kummàtt”. Traduco e collassano dalle risate. Allassagrèso elenco i verbi del dialetto viestano che i miei amici, except Giorgio Russo, usano per descrivere la fase post corteggiamento: “’Ndursà, akkal’kà u chyùv, akkappà, arr’zza i pulp”. Scateno il panico. L’americana si scioglie e offre da bere per tutta la serata. All’alba decido di chiamarla con l’ossimoro Cek’ì – Cek’ì Pretty Girl! Sempre l’americana: “Does George like girls?”. Capisce i tempi e mi lascia con C’c’r’nèll. Calo le reti. Mi stoppa: “You’re catholic, what about ù Lambtìn di Sant’Antonio?”. Con il sole nascente, si lascia andare e canticchia i verbi dell’amore in salsa angloviestana.
          Sei mesi dopo rientro a casa e mia madre mi accoglie con la solita ironia: “Assomigli a nù ken skurcet”.
          Se quand’ero piccino, la Gillette avesse inventato anzitempo il Mach III, i tagli alle cosce delle bimbe, oggi diventate adulte, sarebbero visibili sulle spiagge d’estate. Il ritardo tecnologico aiuta a tenere la pelle sana.
          Se quand’ero piccino, l’Apple avesse inventato anzitempo l’iPhone, sarei diventato un professionista del crimine. Col passare degli anni, gli studi, la famiglia e gli amici hanno deciso per la mia carriera di disoccupato, per definizione non raccomandato: tra arresti, sequestri e confische dei beni e qualche fucilata, preferisco la precarietà e un piatto di pasta Benedetto Cavalieri a casa di Kumbà Pierino. Non conviene delinquere, anche se chi ha pagato 10.000.000 delle vecchie lire oggi lavora e si erge paladino della legalità.
          L’influenza di Dragut sul Dna è forse individuabile nella scarsa propensione dei viestani alla pratica degli sport acquatici. O, forse, più realisticamente, è soltanto una scusa storica per giustificare l’ozio sotto il sole. Il popolo di camerieri ha lasciato il business della vela agli istruttori che vengono dalle montagne del Trentino e il business della mountain bike ai tedeschi.
                    C’è una relazione tra il soprannome viestano “Occhio Bianco” e il film Geronimo. Dallo studio dei soprannomi emerge una certezza: i viestani sono una tribù di indiani.  
 
 
Lazzaro Santoro


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