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Ticket sanità/ Il Tar dà ragione ai disabili

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Il Tar boccia i ticket sociali della Regione sui disabili: svuota i principi della norma nazionale.

 

  I giudici amministrativi pugliesi hanno infatti annullato quella parte di regolamento pugliese (2007 e 2008) che prevede le fasce di compartecipazione per l’accesso ai servizi dei centri diurni da parte delle famiglie dei cosiddetti disabili gravi (soggetti con handicap permanente grave o ultra-65enni non autosufficienti dal punto di vista fisico e psichico) prendendo come riferimento il reddito familiare incluse le somme non fiscalmente rilevanti, quali l’indennità di accompagnamento dell’Inps, le pensioni di invalidità, le rendite Inail.

La sentenza n. 169/2012 della III sezione (presidente Pietro Morea, relatore Pietro Amovilli) ha accolto un ricorso presentato da alcuni utenti e loro familiari, nonchè del sindacato «Sfida» (sindacato famiglie italiane diverse abilità) contro le linee guida del Comune di Bari, ispirate appunto alla disciplina della stessa Regione (entrambi gli enti condannati a pagare complessivamente 3mila euro di spese). Attualmente l’acces – so dei disabili ai centri di assistenza diurni è regolamentato attraverso differenti fasce tariffarie in base alla reddito Isee familiare, introducendo il cosiddetto «ticket sociale».

Il nodo è proprio questo: la disciplina nazionale (che risale al 1998 e che prevedeva comunque un decreto attuativo mai emesso) lascia spazio a interpretazioni – ormai consolidate nella giurisprudenza – secondo le quali il parametro economico da considerare è quello del singolo disabile per i casi più particolari (handicap grave o ultra-65enni), non il reddito familiare Isee. Il ragionamento del Tar parte dai principi della convenzione di New York sui diritti del disabile e si snoda attraverso le leggi che si sono susseguite nel tempo fino ad arrivare a quella del 1998, secondo la quale «limitatamente alle prestazioni sociali agevolate assicurate » alla persone con handicap permanente grave (art. 3, legge 104/1992) nonchè ultra 65enni non autosufficienti, doveva essere prevista un’apposita regolamentazione con «decreto del Presidente del consiglio, su proposta dei ministri per la solidarietà sociale e la sanità». Di anni ne sono passati ormai 12, di governi se ne sono susseguiti cinque e di quel decreto non c’è stata alcuna traccia.

Tuttavia, le varie sentenze dei giudici (tra cui quelle recenti del Consiglio di stato) hanno ritenuto che la norma del 1998 «pur demandando in parte la sua attuazione a un decreto, abbia introdotto un principio immediatamente applicabile» che tiene conto della situazione economica del solo assistito in riferimento «alle persone con handicap permanente grave e ai soggetti ultra sessantacinquenni la cui non autosufficienza fisica o psichica sia stata accertata dalle aziende unità sanitarie locali». Il regolamento regionale varato nel 2007 e modificato poi nel 2008 ha stabilito tre fasce di reddito ai fini dell’esenzione: 7mila e 500 euro quale soglia di gratuità, e 30mila euro limite oltre il quale la retta è a totale carico della famiglie. Fin qui nessun problema, il caso nasce per i disabili cosiddetti gravi: in tal caso la Regione ha sì fatto riferimento alla situazione del singolo, ma rapportandola comunque a quella familiare, inserendo nei calcoli anche quei redditi non fiscalmente rilevanti (assegni invalidità accompagnamento, ecc.). Principio, appunto, bocciato dal Tar.

E veniamo a a Bari. Il Comune ha individuato, nel range tra 7.500 e 30mila euro, altri quattro criteri (oltre a quelli regionali), ma non ha tutelato quei singoli gravi comunque «protetti» anche dal regolamento regionale. «Il Comune – scrive il Tar – non ha previsto casi di rilevanza della situazione del solo assistito, omettendo così di operare una valutazione e una distribuzione delle risorse diverse per i casi di disabilità più grave ». Nel caso di Bari, ci sono almeno 150 assistiti sui 300 dell’intera provincia che impattano sulla spesa (in parte la quota è anche a carico della Asl). La Regione dovrà farsi carico di tale problema soprattutto ora che si appresta ad approvare un nuovo regolamento sui servizi sociali.


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