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Vieste – Le Metamorfosi di Saverio Sciancalepore

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Diciotto splendide tavole in acrilico, fuori testo, verrebbe da dire, tutte di centimetri 83X83 di lato perimetrale, vanno a formare la terza cantica del poema pittorico-scientifico a cui, da anni, lavora il poeta e artista Saverio Sciancalepore.

L’immaginazione, la sua immaginazione gli impone di rappresentare l’Arte e la Scienza con un solo teorema, sembrandogli, queste, strutturate entrambe  sulla sintassi dell’unica attività poietica, intesa soprattutto come armonia. Tanto più che il Nostro, studioso  di storia dell’arte con la passione per la biologia,  e la cosmologia, apprezza la teoria del “numero, Natura di tutte le cose” del pensiero pitagorico. Una teoria che, all’alba della scienza moderna, Galileo rimodulò affermando che la natura è un libro scritto in caratteri geometrici e matematici.  
           Ora, se da una parte si dà per scontato, soprattutto da parte degli antropologi, che l’immaginazione sia una delle vie percorse dall’uomo per affermarsi e progredire lungo il suo itinerario, dall’altra, per meglio aderire alla sensibilità e alla cultura di Sciancalepore, bisognerà ricorrere alla sinestesia, che è la <<sovrapposizione di una stimolazione vera e di una, di qualità uguale o diversa, che in realtà non c’è>>. Di questa doppia esperienza sensoriale, di cui sono capaci pochi esseri umani, tra cui si annoverano musicisti, scrittori, poeti, pittori, Arnaldo Benini, neuroscienziato e filosofo della scienza, ci dà qualche elemento in più per la comprensione e la decodificazione del prodotto artistico. <<La sinestesia – scrive lo studioso -, a differenza dell’immaginazione, è involontaria e insopprimibile. Si sente, ad esempio, un suono e si vede una macchia, o si percepisce un odore. Un  numero, una lettera o una parola, letti, sentiti o solo anche pensati,  sono associati costantemente ad un colore, … . La sinestesia più frequente è la cromostesia: si vedono colori sentendo suoni, …>>.
           Ovviamente, quanto appena letto è solo un esercizio teoretico e non vincola il talento di nessuno e tanto meno quello di Sciancalepore, che è e resta il solo proprietario del linguaggio dei suoi colori;  però se Benini, nella sua autonomia di scienziato e di intellettuale si attarda a indagare sulle note della musica che ispirò Kandinsky, il grande iniziatore della pittura astratta, io mi posso provare a dare uno sguardo alla filosofia pitagorica, perché da questa sapienza Sciancalepore ha tratto ispirazione lungo tutto l’arco della sua vita artistica, e in particolar modo per la costruzione della terza cantica. Me ne ha fatto cenno in un breve colloquio avuto con lui nella sua bottega di Via Trieste.  
          Pitagora di Samo, dove nacque intorno al 590 a. C., fu un “personaggio enigmatico”. Lo definisce così, nel suo libro (Le origini del pensiero scientifico), Giorgio de Santillana,  fisico di formazione nella Scuola Romana degli Anni Venti, e, dopo qualche sosta nei dipartimenti di fisica di Parigi, Milano e Roma, docente, dal 1936, di storia e filosofia della scienza al MIT, la prestigiosa Università americana del Massachusetts. Giunto in Magna Grecia, dalle parti di Crotone, sui quarant’anni, Pitagora, venuto a contatto con il mito di Orfeo e dei suoi ritmi magici, che imperavano in tutta l’Italia meridionale, si pose il problema  di come questa musica potesse avere influenza sull’anima al punto da diventare <<uno strumento d’ordine già verificato da antichi legislatori>>. La soluzione,  nella formulazione che ne dà  il nostro fisico, è stupefacente,  perché ci riporta a quanto abbiamo appena appreso dal neuroscienziato Arnaldo Benini,  e alla moderna linguistica scientifica (in estrema sintesi: “Il bambino cresce non impara”) che fa capo all’eminente filosofo americano Noam Chomsky, ancora attivo ai nostri giorni, che dal 1955 e per lunghissimi anni è stato un famosissimo docente del MIT (Istituto di Tecnologia del Massachusetts).
           Il riferimento a Chomsky, qui,   vuole solo supporre la conoscenza diretta di Santillana, da parte dello scienziato americano, per averne sicuramente seguito le lezioni, ma soprattutto per averne letto i libri, tra tutti, di certo, il bellissimo testo citato, pensato e scritto in inglese, nel 1961, con il titolo The Origins of Scientific Thought.  La relazione  stabilita da Pitagora tra la musica e l’anima, intesa come soluzione del problema che si era posto, sembra proprio un punto di partenza della grammatica generativa di Chomsky, che tanta influenza ha avuto e ha sulla scienza linguistica e sulla filosofia del linguaggio. Eccola, la relazione,  nella versione di Giorgio de Santillana: <<Possono esservi nel principio della vita stessa, e nell’anima dell’uomo e della natura universale accordi tali da rispondere al tocco armonioso>>.  Di qua segue, direttamente,  che l’Harmonia si spiega come <<l’adattamento di parti in una trama complessa e, in particolare, l’accordo di uno strumento musicale>>.
           A questo punto, archiviata la parentesi Chomsky,   è bene continuare seguendo il libro del filosofo italo-americano, per evitare fraintendimenti e per isolare il nocciolo della questione che ha interessato Sciancalepore. <<Ora l’originale scoperta di Pitagora – nel campo della fisica, il punto di partenza della fisica matematica, fu che gli intervalli della scala musicale possono essere esattamente espressi in termini di rapporti semplici. … I numeri ricorrenti in questi rapporti sono 1, 2, 3, 4, la somma dei quali è 10, il numero perfetto. Così perfetto e potente, in verità, che Pitagora lo adorò come la Tetractys Divina Non Generata, … il simbolo della Unità Superiore nella quale si dispiega l’Uno>>. E l’Uno, sempre sul filo del pensiero di Pitagora, << generò il Due, e il Due generò il Tre e il Tre generò tutte le cose>>.  E la  Tetractys, dal canto suo, rappresentata da Santillana come un triangolo formato da dieci monadi, <<era un numero triangolare>>, che, a sua volta, fu <<concepito come generatore di tutte le altre combinazioni di numeri e figure che costituiscono quello che si chiamò Kosmos, o bell’ordine>>.
            Con queste espressioni Giorgio de Santillana scrive la più bella introduzione all’arte di Sciancalepore e ci accompagna per mano alla sua mostra. Le diciotto tavole, infatti, informate tutte al numero triangolare, sono il racconto di questa affascinante avventura epistemologica, sorretta da una raffinatissima ricerca cromatica. E sono proprio i colori,  che animano le tante combinazioni geometriche, a simbolizzare “il bell’ordine” e le metamorfosi dei miliardi di galassie dell’universo, che forse è ancora più grande di quello che noi pensiamo. E che forse si estende fino ai confini del nulla.             
           Al contrario  degli storici delle idee, degli scienziati,  degli storici e filosofi della scienza, primo fra tutti Albert Einstein, che hanno rivendicato e rivendicano il giusto riconoscimento all’immaginazione per il suo apporto al sapere scientifico, proprio nel campo dell’arte, e in particolare nella pittura,  gli addetti ai lavori sono molto severi e non apprezzano granché  l’immaginazione degli altri, forse perché troppo ardita, forse perché fuori dagli schemi già codificati, o semplicemente perché è degli altri. Le stroncature senza  appello di grandi artisti non si contano.  Una di queste, attribuita al critico e storico dell’arte Roberto Longhi, ce la  fa conoscere Arturo Carlo  Quintavalle alla pagina 31 de  La Lettura del Corsera di domenica 8 novembre 2014. <<Ecco la pittura di Giorgio de Chirico rinvenire inaudite Divinità  nelle sacre vetrine degli ortopedici, ed eternare l’uomo nella lugubre fissazione del manichino d’accademia o di sartoria>> – e più avanti – <<Accostamenti talmente orridi di antipodi civili, che soltanto gli incroci dell’arte barocca con quella del Giappone al tempo dei missionari di Papa Borghese potrebbero fornire un altrettanto sgradevole risultato>>.  La pittura sotto accusa era quella universalmente nota come Metafisica,  soprattutto attraverso il  dipinto Le Muse Inquietanti del 1917,  di cui a Longhi sarebbe sfuggito, secondo le parole dello stesso Quintavalle,  “il conflitto del vivere che De Chirico rappresenta”.
         E dire che il ciclo della grande pittura geometrica di Sascianca, mi si perdoni l’abbreviazione,  parte proprio da quelle muse, che, nella inquietante prospettiva metafisica di De Chirico, proponevano, e propongono,  di “guardare il mondo in maniera differente” “al di là dei miti progressisti”. E questo, secondo il critico e storico dell’arte, Vincenzo Trione, “per scoprire l’enigmaticità del vero, rivelandone il lato notturno, l’aspetto spettrale”.  Questo “lato notturno” e questo “aspetto spettrale”, che traducono in parole possenti i colori della metafisica, studiata da Trione in tutte le avanguardie del Novecento, con particolare riguardo all’arte di De Chirico, nel pensiero di Sciancalepore si fanno convinzione che la realtà e la verità coincidono soltanto nell’unica dimensione possibile, nell’autenticità della morte. E  di questa posizione è testimonianza un esercizio propedeutico eseguito a china su carta nel 1972, mai esposto e conservato con molta cura. Vi si scorge la grande Musa nei panni della Gran Signora a padroneggiare il mondo della realtà e il mondo della verità, in atteggiamento di maestra d’armonia, appoggiata a un antico strumento a corde, sul cui manico è fissata, a far la parte del pirolo, l’inequivocabile falce.
           Quest’opera è importante perché la  Gran Signora, provocando un profondo iato nel senso della vita, fa sentire pressante, nell’artista,  il bisogno di colmare quel  vuoto inducendolo a pensare la vita stessa come scienza e come arte, nel continuo processo metamorfico della scienza che si fa arte e dell’arte che si fa scienza.  
            A questa impresa non di poco momento Sciancalepore ha dedicato studi e ricerche per oltre quarant’anni, producendo 73 opere in acrilico, apparse a Vieste tra il 2012 e il 2016. Le prime 25 tele denominate Possibilità Impossibili sono state dedicate alla biologia e agli studi di genetica; il secondo turno, nel 2013,  è toccato alle  Realtà Parallele (30 dipinti tra tele e tavole) che  hanno avuto come  riferimento la realtà che l’uomo vive giorno dopo giorno, sempre in divenire e mai la stessa;  e la realtà della complicata e difficile meccanica quantistica, dei cui fenomeni, in questa sede, si può dire che “le previsioni sono in generale solo di tipo probabilistico”, come ci suggerisce il fisico Vincenzo Barone.   
           Ultime, in questa mostra del 2016, giungono all’attenzione dei visitatori e dei critici le tavole dedicate alle Metamorfosi, di cui si è già parlato.  
           Convinto che i modelli matematici non trovino facile applicazione nelle scienze sociali, Scincalepore si spinge oltre l’etica e ripone tutte le sue speranze di salvezza del nostro Pianeta e dei suoi abitanti nella Bellezza. Un po’ romanticamente come fece Johann Wolfgan Goethe, secondo la cui prospettiva, nella lettura del filosofo Mario De Caro,  <<La bellezza … è un ideale a cui l’artista si approssima asintoticamente. L’arte diventa insomma  lo strumento più nobile per ricongiungere il singolo alla totalità infinita, alla dinamica organicità del tutto>>;  e un po’ scientificamente,  come auspicava il fisico Paul Dirac, premio Nobel 1933 (insieme a Erwin Schrödinger), segnalando la bellezza dei teoremi della matematica e della fisica “nella descrizione della natura”. L’impresa è difficile, ma il pittore e poeta ci prova lo stesso. Si fa audace  e  propone la sua opera come una Aesthetica more geometrico demonstrata, con il permesso del grande  Baruch Spinoza, si capisce, e adducendo a discolpa il grande amore che lo tiene avvinghiato al mondo dello spirito e al mondo della natura.
           In una delle sue ultime poesie, dopo aver dato sfogo a questo suo sentimento, Sciancalepore scrive, nell’ultima strofa, che <<Impetuoso/l’Essere si imbatte/nel sapere assopito,/risoluto nella conoscenza:/il cuore si risveglia/>>.

Giovanni Masi


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