The news is by your side.

Vieste, non solo mare negli insediamenti dell’antica Uria un tuffo nella storia. Un ricchissimo patrimonio finora poco conosciuto che va dalla necropoli della Salata all’isolotto di Sant’Eufemia

48

Vieste è la capitale pugliese del tu­rismo. Negli scorsi anni ha raggiun­to il record di due milioni di presen­ze. Quest’anno è ancora un’incogni­ta. Ma per Vieste come per altre lo­calità turistiche della Puglia è giun­to il momento per ripensare anche la propria offerta, articolandola e valorizzando il patrimonio cultura­le. Un percorso, in verità, intrapre­so da Vieste già da alcuni anni, gra­zie alla sensibilità degli attuali am­ministratori della città. La maggior parte dei turisti, infatti, forse igno­ra che Vieste è anche una realtà ar­cheologica di straordinario interes­se.

È per questo che proprio da Vie­ste, l’antica città di Uria, parta il viaggio che propongo nei siti archeologici pugliesi, anche quelli meni noti e quindi ancor più capa­ci di suscitare sorpresa. In un’esta­te italiana dominata dall’emergenza sanitaria ci sarà finalmente l’oc­casione per molti viaggiatori, in­nanzitutto gli stessi pugliesi, di sco­prire pezzi di storia sconosciuti. Che il Gargano sia uno dei territo­ri più ricchi di presenze archeologi- che preistoriche è forse noto a tut­ti.

Ma che a Vieste sia stata scoper­ta e a lungo indagata da un’équipe dell’Università di Siena, una minie­ra di selce, cioè quel tipo di pietra durissima e tagliente fondamenta­le per la realizzazione di armi e vari manufatti, forse è noto a pochi. Ri­salente a 7.000 anni fa, è inaccessi­bile al normale visitatore, conside­rato che anche gli archeologi devo­no praticamente strisciare per po­terla indagare, ma reperti, docu­menti e filmati sono nel locale bel museo archeologico. C’è invece uno sito altrettanto straordinario, risalente a un perio­do più recente, all’età tardo antica (V-VII secolo d.C.), che è facilmente raggiungibile e che lascerà i visita­tori a bocca aperta (visite guidate a cura del Polo museale).

È la necro­poli rupestre della Salata, alcuni chilometri a nord di Vieste, nei pressi del santuario della Madonna di Merino, anch’esso interessante sito archeologico per la presenza nell’area della chiesa dei resti di una importante villa romana, con imponenti impianti per la produzione del vino (non a caso l’agrono­mo romano Varrone ricorda le viti di Uria, caratteristiche perché bas­se e sorrette da forcelle di legno), scavata negli anni ’50 e ancora oggi in proprietà privata e non adegua­tamente valorizzata.

Ma torniamo alla Salata. Ebbene lungo tutto il costone roccioso si snoda un insieme di grotte intensamente occupate da sepolture: centi­naia di tombe ad arcosolio, loculi, fosse, occupano il fronte roccioso un tempo affacciato sul mare, in un’area umida salmastra.

Spettaco­lare, infatti, è il contesto paesaggi­stico, di grande interesse anche sot­to il profilo geologico, botanico (con una vegetazione tipica della macchia mediterranea, non senza una rarissima colonia di crescione d’acqua) e faunistico (rane, tartaru­ghe, bisce d’acqua, anguille e an­che vari uccelli, come il barbagian­ni, il colombaccio e altri ancora), ti­pico di un ambiente umido, ancora attraversato da due ruscelli di ac­qua purissima e molto salata. Insomma, un vero ecosistema ricco di cultura e di storia. In antico que­sto tratto di costa doveva avere an­cor più i caratteri della zona umida, forse anche per l’estrazione del sa­le e la salagione del pesce (di qui for­se anche il toponimo).

Tutto il Gargano è costellato di ci­miteri ipogeici rupestri di età paleocristiana (Monte Pucci, Grotta Spa­gnola, Pantanelle, Coppa del Princi­pe, Parco della Chiesa, S. Venanzio e molti altri ancora), riferibili evi­dentemente ad abitati di altura ar­roccati ancora poco noti, in una fa­se, quella tardoantica e medievale, che conobbe in Puglia straordina­rie manifestazioni dell’habitat ru­pestre.

Il vivere in grotta è stato pra­ticato a lungo e diffusamente sul Gargano, ricco di anfratti utilizzati per millenni come abitazioni, cimi­teri, luoghi di culto, stalle e ricoveri di pastori. Sempre a Vieste un altro interessante complesso rupestre, da poco sottratto a privati che lo uti­lizzavano illegittimamente come stalla, è quello di San Nicola di Myra: un cimitero paleocristiano e una chiesa medievale dagli interes­santi resti di affreschi del XIII-XIV secolo, purtroppo ancora al mo­mento non facilmente visitabile.

Vieste e il suo territorio riserva­no anche altre sorprese archeologiche. L’altro complesso più spettaco­lare si trova sull’isolotto di Sant’Eu­femia, di fronte alla città, nei pressi del faro. Si tratta di parte di un san­tuario rupestre che in età romana era dedicato a Venere Sosandra, co­me testimoniano alcune iscrizioni incise sulle pareti rocciose e come sembrerebbero confermare alcuni versi di Catullo, che tra le località collegate al culto della dea menzio­na anche Uria. Si tratta di uno dei vari santuari frequentati dai mari­nai nel corso dei secoli, per ingra­ziarsi la protezione della divinità dai pericoli della navigazione e an­che per rifornirsi di acqua (sull’iso­la è infatti presente anche una sor­gente) e di altre scorte.

In Puglia so­no noti anche altri santuari costieri marittimi, ad esempio nel Salento il santuario di Grotta Poesia a Roca e la grotta di San Cristoforo a Punta Matarico, la Grotta Porcinara a Pun­ta Ristola. Numerosi sono poi nel Mediterraneo i santuari di Venere, spesso associati alla pratica della “prostituzione sacra”.

In età tardoantica e altomedieva­le è molto probabile che il santua­rio abbia conosciuto una trasforma­zione in senso cristiano, come documentano le decine di croci e di altri simboli presenti sulle pareti. Inda­gini, ancora in corso, da parte di ar­cheologi delle Università di Bari e Foggia, tra cui chi scrive, e di spe­leologi dell’associazione Asso di Ro­ma, hanno finora portato a censire circa 120 iscrizioni con testi di varia epoca, in lingua greca e latina di età romana, tardoantica e medie va le oltre a un gruppo di testi databili tra Ottocento e Novecento lasciati dai fanalisti (l’iscrizione più recen­te è del 1926).

Un’iscrizione partico­larmente importante è quella, data­ta precisamente al 3 settembre 1002, che ricorda la sosta del doge Pietro II Orseolo durante la spedi­zione, effettuata con ben cento na­vi da guerra, in soccorso di Bari as­sediata dai Saraceni.

 

Giuliano Volpe

Ordinario di archeologia all’Università di Bari, già rettore dell’Università di Foggia e presidente del Consiglio superiore Beni culturali e paesaggistici del Mibact.

repubblicabari


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright