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Il libro del giorno/ L’Espressionismo secondo delli Santi

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Gaetano delli Santi è artista a tutto campo, dalle arti figurative (pittura, scultura) a quelle letterarie (poesia, ma anche prosa: in prosa c’è un suo voluminosissimo Faust in attesa e in continua espansione). Con una sperimentazione linguistica senza pari, è stato, negli anni Novanta del Novecento, una delle figure di punta del movimento della Terza Ondata (una formula inventata a quei tempi da Bettini e Di Marco e accolta anche da Barilli: oggi purtroppo accaparrata dalla pandemia…). Il suo Fra’ Giordano Bruno redivivo è approdato al teatro nel 2003 per la regia di Claudio Pappalardo e la performance di Giacinto Palmarini (lo si può vedere in filmato). delli Santi Non ha trascurato nemmeno l’aspetto teorico-critico, basti vedere il suo libro sul Barocco (La forza generativa del Barocco), montato come un vero e proprio ipertesto, anche grazie all’impaginazione dinamica dell’editore Fabio D’Ambrosio. Con il medesimo editore, che è suo collaboratore costante, delli Santi pubblica ora un altrettanto impegnativo Saggio sopra l’espressionismo, anche questo realizzato con l’apporto decisivo delle immagini in un’ottica interdisciplinare che supera i confini non solo delle dimensioni ma anche della pagina stessa fino a riempirne i lati di note e di brevi indicazioni segnaletiche per orientare la lettura.

Il saggio parte dal lato più specifico dell’Espressionismo che è quello della pittura in area tedesca, ma si allarga da subito, seguendo una logica di associazioni e linee di collegamento, in una sorta di impulso digressivo, per espansioni nello spazio e nel tempo. Così sulla pittura convergono altre arti, la poesia, la musica, il teatro, anche l’architettura; mentre la ricerca dei precursori (in primis Van Gogh) discende di ramo in ramo al romanticismo e giù giù, fino al gotico. Un punto di verifica tocca giustamente Dante e, nell’opera dantesca, la cantica infernale e la poesia “petrosa”. Né potevano mancare i collegamenti con le altre avanguardie novecentesche, Futurismo, Dadaismo, il Surrealismo di Artaud, la poesia visiva e sonora, ecc. Insomma, dai percorsi capricciosi del saggio ‒ del resto, la forma del saggio è quella più soluta dalle regole accademiche del trattato sistematico ‒ emerge una teoria generale delle “scritture devianti”, formula cara all’autore. Sul finire di questo libro davvero imponente leggiamo una indicazione di taglio generale:

Il linguaggio lirico avanguardistico vuole concordanza e discordanza fra parole, vuole suonare all’orecchio in modo spiacevolmente gradevole o gradevolmente spiacevole, generando una fruizione straniante. (…) La ricettività uditiva cerca il dissonante e il dissomigliante per emergere dallo straordinario e dall’insolito. (…) In siffatto linguaggio, è la parola fuori casta a ad acquistare un corpo: il singulto della emarginazione, la volgare espressività della strada, le concrezioni di una collettività alienata, la vertiginosa temporalità del presente si cercano, si annusano, si compenetrano per suggerire la precarietà del mondo su cui l’uomo ha edificato la circolarità di facciata della sua morale.

L’Espressionismo è il modello migliore di una avanguardia senza leader e senza organigrammi, senza dogmi né tabù, sorta per intreccio e sinergia di linee e di tensioni.
Caratteristica davvero singolare di questo libro non è soltanto il percorso sinuoso tra i riferimenti che l’ampia competenza dell’autore espone di volta in volta; è soprattutto il passaggio nella posizione del soggetto delle nozioni stesse. Frasi come «L’Espressionismo ci visualizza quasi sempre…», «Il colore espressionista ci parla…», «La parola espressionista ci offre…», sono all’ordine del giorno e indicano l’estrazione dal singolo artista di una tendenza che si fa comune attraversando anche altre opere e assumendo così funzione di autentico enunciatore, nonché di potenziale nuova attuazione. È in questo modo che il saggio, da descrittivo di un fenomeno storico del passato, diventa un concentrato teorico ricco di indicazioni pratiche propositive per l’oggi. Delli Santi entra nel bel mezzo della tecnica, ad esempio nelle pagine dedicate al “colore”, in questo modo:

un colore violento, nell’Espressionismo, ha diverse valenze: turba e suscita inquietudine; mette in agitazione e pesta i piedi agli occhi di chi lo guarda; un colore violento prorompe in tonalità sforzate, fatte sprizzare usando la forza; il colore violento, spremuto con sfrontatezza e assenza di pregiudizi,’ deve far violenza sia su se stesso sia su altri colori (col divenire persino gestuale). La sua forza cromatica e gestuale deve essere usata a danno di un altro colore: lo deve o fiaccare o snervare; guastare o farlo agire ‒ a contatto sia con se stesso sia con altri colori ‒ malamente); un colore violento può anche apparire violentato da se stesso, o da altro colore, o da un gesto (in quest’ultimo caso devono comparire sul colore, matericamente, le tracce di gesti disdicevoli e declamatori); un colore violento instilla impressioni che attizzano una commozione ostile; (…).

Ma la tecnica non sarebbe nulla se non venisse animata o, per meglio dire, travolta da una spinta vitale che delli Santi, riprendendo in opposizione l’endiadi nietzscheana, riporta al dionisiaco, con tutto ciò che comporta di corporeo, ebbro, pagano. Oppure, ancora, circola nel saggio una sorta di vocazione al Brutto, contrapposto alle estetiche classiche dell’armonia e proporzione del Bello; il Brutto si prende la sua rivincita dall’esclusione in quanto si dimostra come nel Bello si vdaa a deprimere la vitalità e il dinamismo («Il Brutto vive nel vivo, il Bello nel morto. Il Brutto si muove, corre, pensa per poter pensare, pulsa di ombre e di luci, accoglie in sé il mondo senza trasfigurarlo, è diveniente. Di contro, il Bello non si muove, è statico, sta fermo, non pensa perché ha già pensato, pulsa solo di luce, accoglie in sé solo un mondo trasfigurato, idealizzato, ed è divenuto»). Proprio la versatilità conduce a ribaltare la visione puramente negativa del Brutto come carenza, difetto, peccato, e la converte nella inventività caustica del Grottesco. La teoria dell’Espressionismo coincide qui, dunque, con una teoria del Grottesco e delli Santi, trattandone in più punti, aiuta a precisare maggiormente una nozione che è stata spesso citata genericamente e qui invece viene delineata con forti e precisi contorni:

Il Grottesco sventra il linguaggio e lo ingoia con tutte le sue frattaglie: uccidere la convenzionalità del Bello.., è legale; attingere materiale linguistico alla verbosità insofferente di una lingua caduta tra i rumori infernali e i suoi urli.., è legale; fare in modo che dalle parole trapeli il disumanizzato e la dissoluzione della rettilineità sintattica.., è legale; ed è legale, per il Grottesco, anche l’assunzione di una forma violentemente de-strutturata. In tutte le opere che prendon vita dal formalismo spiccatamente espressionista, tutte le parti anatomiche (se prendiamo ad esempio le figure) sono state dissociate: il corpo si muove col gestualismo di una struttura anatomica irrisolta anche sul piano strutturale: l’organizzazione strutturale è fatta di parti che si congiungono straniate, svilite a corpo disorientato, incentrato sull’estraneità a se stesso.

Il libro, come accennavo, è magmatico e torrenziale. Si può estrarre da esso, di emergenza in emergenza, tutta una serie di termini fondanti che vanno a formare una costellazione alternativa. Vediamoli uno per uno: l’impurità («L’impurità cromatica si insinua nella forma a tal punto da strapazzarla»); l’imperfezione (l’imperfezione si rifà alla natura dell’uomo, perciò dev’essere in essa evidente la materia organica delle sue visioni cerebrali e corporali»); il disordine (il “linguaggio del caos”); la virulenza («E allora perché non contrastare la violenza della storia con la violenza della parola?»); l’asimmetria («Nel simmetrico v’è l’eterno, nell’asimmetrico v’è il transeunte»); la dissonanza («È l’ostilità della natura che nella dissonanza viene in risposta ai quesiti dell’uomo»); la spezzatura («Nell’arte e nella letteratura espressionista, l’integrità formale subisce un’effrazione; fluisce nella drammaticità di una linea spezzata»); l’eccesso («Il troppo è nauseante: i suoi effetti formali sopraffanno la materia di una visione serena, straripa dalla possanza bruta, aggredisce lo spazio»).
Tutti questi punti, come altri, sono attraversati, direi proprio innervati, da un materialismo di fondo che riguarda il livello della tematica (le tematiche corporee, fino alla degenerazione e al cadavere) altrettanto che quello della parola. La parola è agitata e “babelica”; scrive delli Santi:

La parola ride, urla, s’arrabbia, parla attraverso la corporalità della propria sonorità, si rompe, sbatte a terra, minaccia di uccidersi, si uccide, uccide, consegna il discorso al capriccio degli eventi, è corpo, è gesto, è difficoltà ad intendersi, è segnale, è la lingua di chi non riesce a esprimersi o di chi parla, ininterrottamente, come se sapesse ch’è destinato a tacere per sempre.

Questa animazione descrive puntualmente lo stile stesso del saggio che si può considerare a sua volta saggio nel senso di “prova”, ossia un vero e proprio saggio di scrittura espressionista. Ed è nello stesso tempo l’enunciazione della poetica dell’autore.
Da questo ultimo punto di vista il libro di delli Santi suona come risposta al realismo oggi in auge. L’unico realismo “autentico” ‒ sembra dire ‒ è quello che rende un paesaggio «degenerato e guasto», «una realtà che s’è sfracellata». Nello stesso tempo, indica l’avanguardia ancora praticabile come un progetto di deformazione: non lo svuotamento che lascia le cose some stanno, ma un movimento distruttivo-costruttivo, una “sfigurazione” energica e tendenziosa.

Fracesco Muzzioli

CHI E’?

 Basterà qui un elenco dei libri pubblicati nel corso del tempo:

Come leggere Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, Mursia, 1975; Paul Éluard, La Nuova Italia, 1977; Teoria e critica della letteratura nelle nuove avanguardie degli anni Sessanta, Enciclopedia italiana, 1982; Michelstaedter, Milella, 1987; Malerba, la materialità dell’immaginazione, Il Bagatto, 1988; Pascoli e il simbolo, Lithos, 1993; Le teorie della critica letteraria, La Nuova Italia Scientifica, 1994; La poesia di Cesare Ruffato, Longo, 1998; Le teorie letterarie contemporanee, Carocci, 2000; L’alternativa letteraria, Meltemi, 2001; Le strategie del testo, Meltemi, 2004; Scritture della catastrofe, Meltemi, 2007; Quelli a cui non piace, Meltemi, 2008; Letteratura come produzione, Guida, 2010; L’analisi del testo letterario, Empiria, 2012; Gruppo 63, istruzioni per la lettura, Odradek, 2013; Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABeditore, 2014; Di traverso il Novecento, Fermenti, 2015; Ironia, Guida, 2015; L’allegoria, Lithos, 2016; Un colpo di pistola nel concerto, Odradek, 2016; Mario Lunetta, La scrittura all’opposizione, Odradek, 2018.

Aggiungo quelli di tenore (pseudo)creativo; Il bizzarro caso dell’uomo ameboide, Latium, 1991; Materiale comune, Fermenti, 1999; Recitazioni, Le impronte degli uccelli, 2000; Kilkoa, Oèdipus, 2002; L’urbana nettezza, Oèdipus, 2007;  Alla corte del corto, Le impronte degli uccelli, 2008; Il corto, la scorta, le escort, Le impronte degli uccelli, 2011; Come smettere di scrivere poesia, Lithos, 2011; Verbigerazioni catamoderne, Tracce, 2012; Il richiamo del comunismo, Robin, 2014; Terminal text, Il Funambolo, 2015.

francescomuzzioli.com

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Gaetano delli Santi

Gaetano delli Santi è nato a Vieste (Foggia) nel 1959. Opera nel campo della scrittura come poeta, narratore e critico; e in quello delle arti visive come scultore e pittore.

Ha animato diverse riviste (come “Dee Zee Beeee” e “Kiliagono”) e manifestazioni culturali. Fa parte della redazione di “Terra del fuoco”. Ha partecipato alle iniziative del movimento “Terza Ondata”.

Suoi testi di poesia sono: Nel trovare la faccia di legno all’uscio, Milano, Laboratorio delle arti, 1988; Il resto ve lo dirò dal mànfano. 1988-92. Poesie, prefazione di Filippo Bettini, Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1995. Fra’ Giordano Bruno redivivo, 2001, tragedia, Milano, fabio d’ambrosio editore.

Nel campo della prosa, ha pubblicato: Defungi scelere, Napoli, Terra del fuoco, 1992; Monologhi e mottetti di uno schizoide, 1984, saggio introduttivo di Francesco Muzzioli, Milano, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1999.

Di genere critico: L’aforisma insofferente (atipicità del microtesto nella scrittura di Domenico Cara), Milano, Istituto Bibliografico Lombardo, 1992; Le descrizioni della sorpresa o della poièsis di Carmine Lubrano, Napoli-Parigi-New York, Edizione Alice, 1992. Ha in corso di pubblicazione un grande romanzo che reinterpreta la figura di Faust.

Nel 1993 vince il Premio Feronia per la prosa. Vive a Milano dove insegna, tiene conferenze, seminari e laboratori di scrittura ed educazione visiva.

La complessità dei testi di delli Santi è duplice: vi è una scelta lessicale che recupera termini desueti dall’italiano antico e dalle contemporanee parlate gergali; una volta che si sia riuscita a sciogliere (se vi si riesce) la prima difficoltà di questo arduo plurilinguismo, ci si trova di fronte a un testo “surrealista” che procede per accostamenti sorprendenti e slittamenti semantici. Qual è il senso di tutto ciò? Indubbiamente sottolineare l’attuale impoverimento della lingua (per cui termini perfettamente italiani sono diventati incomprensibili agli stessi italiani) e invertire l’ideologica facilità dei messaggi delle comunicazioni dominanti. Tuttavia il testo può essere accostato anche per un’altra via, senza ricorrere al vocabolario, ma sentendolo nel suo movimento “gestuale”, apprezzandone quindi la forza di invettiva e di sarcasmo, che tradiscono una immediata pulsione politica.

Link utili:

https://www.qlibri.it/saggistica/arte-e-spettacolo/i-conflitti-del-barocco/