Al casello dell’A14 di Poggio Imperiale la protesta contro il caro carburante e il crollo dei prezzi dell’extravergine. Durante Agorà, Michele Cannarozzi, titolare dell’omonima azienda olivicola di Carpino, e un altro rappresentante del presidio degli olivicoltori del Gargano si cospargono le mani d’olio, lo versano a terra e si inginocchiano per denunciare la crisi di un’intera comunità.
«Moriremo di fame». È un grido di disperazione, ma anche una richiesta di ascolto, quello lanciato dagli olivicoltori di Carpino e del Gargano, protagonisti di una mobilitazione che punta a richiamare l’attenzione sulla crisi del comparto olivicolo e sul futuro di un territorio la cui economia è profondamente legata alla coltivazione dell’olivo.
La protesta, nata dalla crescente insostenibilità dei costi di produzione e dalla svalutazione dell’olio extravergine d’oliva, è arrivata anche all’attenzione della trasmissione Agorà di Rai 3. Ma, secondo i manifestanti, lo spazio dedicato alla loro battaglia non avrebbe restituito pienamente il senso della mobilitazione e soprattutto la gravità della crisi che stanno vivendo i produttori locali.
Il gesto che ha attirato l’attenzione
A rendere particolarmente forte la protesta è stata la scena che ha visto protagonisti Michele Cannarozzi e un altro rappresentante del presidio. I due si sono cosparsi le mani d’olio, lasciandolo cadere a terra, per poi inginocchiarsi e gridare: «Moriremo di fame». Un gesto simbolico, carico di significato, che trasforma il prodotto più rappresentativo del territorio in una testimonianza concreta della sofferenza di chi lo produce. Quell’olio che dovrebbe garantire reddito, lavoro e continuità alle aziende agricole diventa così il simbolo di un sistema che, secondo gli olivicoltori, non riconosce più il giusto valore ai sacrifici sostenuti nei campi. L’obiettivo era portare nelle case degli italiani una realtà che, denunciano i manifestanti, rischia di restare ai margini del dibattito nazionale: quella di agricoltori che temono di non riuscire più a vivere del proprio lavoro.
«Si è parlato di tutto, tranne che della nostra battaglia»
L’arrivo delle telecamere e dei giornalisti della Rai era stato accolto come un’occasione importante. Dopo 5 giorni di presidio e mobilitazione, i produttori speravano di poter raccontare a un pubblico più ampio le difficoltà specifiche dell’olivicoltura garganica, la protesta contro le politiche agricole che stanno piegando il settore, dove a fronte di ricavi dimezzati si registrano costi raddoppiati. “Siamo al collasso, siamo stanchi, siamo disperati”.
La delusione, però, è stata espressa apertamente dal presidio in un messaggio diffuso sui social. Durante la trasmissione si sarebbe parlato soprattutto del caro carburante, dell’aumento del costo della vita e delle difficoltà economiche generali, senza dare sufficiente spazio al problema centrale della protesta: il prezzo dell’olio extravergine e la redditività delle aziende agricole.
Temi che, per i produttori, sono strettamente collegati, ma che non possono essere ridotti a una generica emergenza del costo della vita. L’aumento del gasolio agricolo, dell’energia elettrica, dei fertilizzanti, dei fitofarmaci, dei materiali per la raccolta e dei servizi di frantoio ha infatti inciso direttamente sui bilanci aziendali. A questi fattori si aggiungono la siccità, gli eventi meteorologici estremi e le oscillazioni delle rese, che rendono difficile programmare ricavi e investimenti. La richiesta è quella di poter continuare a lavorare, vendere il proprio prodotto a un prezzo adeguato e sostenere le aziende.
Una rivendicazione che mette al centro non soltanto il reddito degli agricoltori, ma anche la dignità professionale di chi continua a custodire una tradizione produttiva tramandata da generazioni.
Teresa Maria Rauzino
Il reel di Foggiatoday



