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INTERVISTA A GIOVANNA PACILIO, ARCHEOLOGA DELLA SOPRINTENDENZA DI TARANTO

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«SE DA PARTE DEL COMUNE NON C’E’ UNA PROMESSA FORMALE
E QUESTO MATERIALE DEVE RIMANERE BUTTATO NEI DEPOSITI,
ALLORA LO PORTO VIA»

«E' un ritrovamento importante, forse eccezionale, in grado di riscrivere parte della storia della Daunia ed in particolare del Gargano». Dallo scorso luglio Giovanna Pacilio, archeologa della soprintendenza di Taranto, segue i lavori di scavo della tomba di età ellenistica venuta casualmente alla luce nel cortile interno del Municipio. Dal sepolcro sono venuti alla luce decine di corredi funerari integri, composti non solo da ceramiche, ma anche di oggetti in bronzo, ferro, vetro ed anche oro. Per avere maggiori dettagli, fare il punto sui lavori e sulla futura destinazione dei reperti, martedì scorso 14 novembre Gaetano Simone ha intervistato l'archeologa per Ondaradio nel corso della sua  trasmissione mattutina "Ipnagogico".

 

 

«E' un ritrovamento importante, forse eccezionale, in grado di riscrivere parte della storia della Daunia ed in particolare del Gargano».

Dallo scorso luglio Giovanna Pacilio, archeologa della soprintendenza di Taranto, segue i lavori di scavo della tomba di età ellenistica venuta casualmente alla luce nel cortile interno del Municipio. Dal sepolcro sono venuti alla luce decine di corredi funerari integri, composti non solo da ceramiche, ma anche di oggetti in bronzo, ferro, vetro ed anche oro. Per avere maggiori dettagli, fare il punto sui lavori e sulla futura destinazione dei reperti, martedì scorso 14 novembre Gaetano Simone ha intervistato l'archeologa per Ondaradio nel corso della sua  trasmissione mattutina "Ipnagogico".

«Si tratta di un sepolcro cosiddetto a semicamera con copertura a falde, — ha spiegato la Pacilio  — unica nel suo genere in Puglia, poiché mai era stata rinvenuta una tomba con caratteristiche simili. A Gravina avevo trovato una struttura con tetto spiovente a falda, però era completamente vuota, senza né ossa né frammenti ceramici. Così quando abbiamo iniziato gli scavi a Vieste ero un po' demoralizzata vista quell'esperienza precedente. Invece qui è successo che è venuto fuori ciò che non ci saremmo mai aspettati in una sola tomba».

Vista la grande quantità di ossa e quindi di inumati si tratta di una tomba di grande importanza?

«Ho già chiesto la collaborazione a miei colleghi dell'Università di Bari, antropologi o studiosi del dna, perché quando finalmente il materiale osseo riuscirà ad arrivare a Bari ci forniranno notizie su chi erano gli inumati. Per ora credo si possa parlare di una tomba familiare così come oggi ci sono le cappelle cimiteriali. E' stranissima però questa sepoltura così ricca di inumati: al massimo se ne sono trovate con due o tre, sempre della stessa famiglia».

Per quanto è possibile desumere attualmente si può avere una datazione precisa degli oggetti ritrovati e la provenienza degli inumati?

«Per la prima sepoltura, quella denominata "degli ami", in base agli oggetti depositati accanto all'inumato possiamo datarla nel II secolo a.C. Questa sepoltura ci indica anche che probabilmente non si tratta di un viestano perché uno dei vasi recuperati non è mai stato ritrovato sul Gargano se non nella "tomba della Anfore" di Arpi. Invece un gran numero di questi vasi sono stati rinvenuti nel tarantino e ma anche in Emilia Romagna. Ciò vuol dire che non si tratta di una produzione locale ma che veniva da fuori».

In quell'epoca Vieste era già ben popolata?

«Certo, tanti inumati, almeno 25 ce ne sono all'interno, non potevano certo essere di passaggio. Altre tombe sono ritrovate in viale XXIV Maggio, come in località San Salvatore, sito ricchissimo di sepolture. Per i viestani non è comunque una novità il ripetersi di luoghi di sepoltura».

Quando finiranno i lavori?

«Lo scavo vero e proprio della tomba è terminato, però noi stiamo continuando perché abbiamo sentore, ci sono delle tracce evidenti sul terreno, che ci possa essere intorno qualche altra cosa. La nostra permanenza ulteriore a Vieste riguarda proprio la ripresa complessiva degli scavi archeologici. Nello stesso tempo nell'archivio del Comune stiamo effettuando un primo momento di restauro perchè alcuni oggetti avevano bisogno di essere puliti e rimessi a posto. Poi inizierà tutto il periodo di studio, anche su altri reperti ben più importanti dei vasi. Ad esempio abbiamo trovato un cristallo di rocca con l'incisione di un cane, simile ad un sigillo che fa parte della famosa "collezione degli Ori" di Taranto ed è proveniente da Egnazia».

Questi lavori vanno avanti da luglio. Quanti sono gli addetti agli scavi? Quanti dovrebbero essere? Come vi state muovendo qui su Vieste?

«Su Vieste come personale tecnico-scientifico della Soprintendenza siamo soltanto in tre persone che però devono lavorare per trentatré! Non è assolutamente pensabile di lavorare ai ritmi con cui stiamo andando avanti. Non tanto per me… mi sorregge la passione, ma quanto per i miei collaboratori. Così c'è l'assistente che sta facendo il geometra, il disegnatore, il capo cantiere, il capo operaio,… di tutto di più. C'è il fotografo che non solo fa le foto, ma si occupa del computer, scarica le foto, le "pulisce" ed allo stesso tempo durante tutta la giornata fa anche l'operaio cioè colui che è piegato nella tomba che scava poiché è un lavoro delicato che va fatto in una determinata maniera. Ho già fatto riferimento a sette persone impegnate, il minimo… ma a noi ce ne mancano quattro! Siamo solo in tre!».

Accettate dunque l’aiuto di volontari per questi lavori?

«Nella prima fase di questi lavori, nel caldo afoso di luglio, abbiamo avuto tantissimi volontari che abbiamo accettato con piacere sempre specificando che si trattava solo e soltanto di volontariato. Perché molte volte si viene come volontari e poi si hanno delle pretese… e questo noi non lo possiamo fare, perché anche un volontario avrebbe bisogno di un'assicurazione, ma non abbiamo queste risorse. In quella fase ci sono stati tanti volontari che abbiamo ringraziato anche pubblicamente nel corso di incontri con il sindaco e l'assessore al ramo… Poi dopo, non ho capito perché, c'è stato un momento di abbandono, i volontari sono scomparsi. Poi addirittura siamo stati accusati di non aver più chiamato nessuno. Ma se si tratta di volontari non possiamo certo chiamarli, non sarebbe più tale… Il volontario viene, si propone e noi lo accettiamo. Non lo si può obbligare… Il soprintendente ha detto vai, vedi e poi si decide. Io non volevo che ci fossero tempi per così dire memorabili, anche se poi sono diventati tali per la quantità di oggetti rinvenuti. Noi non abbiamo la possibilità di stare a Vieste tre mesi. Siamo dipendenti statali e sappiamo quali siano le condizioni delle finanze dello Stato».

Chi sovvenziona questi lavori? Da chi prendete fondi? C'è bisogno di ulteriori risorse?

«Sicuramente c'è tantissimo bisogno di risorse, umane ed economiche. Noi quello che adesso siamo riusciti ad avere sono semplicemente 30mila euro, dico semplicemente perché sono un goccia nel mare, datemi dalla Soprintendenza. Abbiamo avuto un'ospitalità, ringrazio, dal Comune, però non abbiamo altro…».

E' stato formalizzato qualche tipo di accordo con il Comune di Vieste?

«No, sono io che sono andato dal Soprintendente, ho spiegato la situazione e mi ha dato i primi 15mila euro con cui abbiamo lavorato dieci giorni, perchè naturalmente abbiamo bisogno di operai… Per le attrezzature abbiamo usato quelle personali: io ho portato il mio computer da casa, il fotografo ha portato la sua macchina dall'ufficio da cui l'abbiamo per così dire sottratta dall'ufficio ormai da due mesi e mezzo. Il restauratore, che ha quarant'anni d'esperienza, ha portato il suo materiale da casa sua perché è in pensione… Tutto… solo perché avevamo voglia di fare qualcosa di bello».

Alcuni hanno pensato anche se si può fare una raccolta fondi, una colletta per questi lavori?

«Sono queste le cose che a noi fanno piacere, non nel senso della colletta perché porta soli, ma per la sensibilità delle persone che vogliono aiutarci in tutti i modi. Certo una colletta serve perchè ogni giorno in più che noi riusciamo a scavare o a restaurare il materiale vuol dire accrescere la storia di Vieste. Torno a dire: io posso andar via, può venire una persona qualsiasi, per me va anche bene. L'importante è che la storia di Vieste venga conosciuta e non dimenticata».

A tal proposito, cittadini ed associazioni, come il Lions Club locale [vedi "Il Faro" n.41/2006], temono che questi reperti vadano via da Vieste come è successo in passato. Quale assicurazione può dare oggi che tutto resterà a Vieste?

«Sicuramente io l'avevo già promesso nelle prime fasi di scavo, non è mia intenzione portare via nulla. Però, se questo materiale deve rimanere buttato negli archivi o nei depositi, poichè mi interessa anche da un punto di vista professionale, io lo porto via perché io sicuramente sto già cercando fondi per la pubblicazione di questo materiale. Quindi se, e il mio è un pensiero ipotetico, da parte del Comune non c'è una promessa formale e fattiva che questo materiale noi lo potremo studiare, che questo materiale potrà diventare di godimento pubblico allora… Per quanto riguarda la questione che del materiale è stato portato via, si parla ormai agli anni '70 ed '80. Il Ministero è nato nel 1975, doveva organizzarsi, l'unico ufficio era quello di Taranto, non c'erano persone che venivano sul Gargano, perché c'era un solo funzionario. Oggi forse chi parla così non sa che in ogni provincia c'è un ufficio preposto. Io mi occupo del territorio del Gargano dal 1993 ed ho organizzato il museo di Vieste. Tutto il materiale che è lì in esposizione fa parte di scavi che la mia collega aveva fatto precedentemente e che erano depositati all'interno dell'archivio comunale. Sempre con la mia grandissima squadra, lasciatemelo dire, siamo venuti l'abbiamo inventariati, lavati, restaurati, studiati, così oggi è possibile vederli. Sono stanca di sentirmi dire "vi siete portati…". Quello che è successo prima del 1993 purtroppo è successo… c'era un solo funzionario, in qualche modo bisognava far fronte alla situazione».

Dunque se il Comune non provvederà, pur di valorizzare i reperti…

«Come sono riuscita a contattare l'antropologo, così ho fatto per il numismatico… Se il Comune ha questa grande possibilità di tenerci qui a Vieste per quattro, cinque mesi, ospitandoci in maniera decente, allora ben venga… fissiamo subito il periodo per comunicarlo ai miei colleghi per le varie specializzazioni. Questo però al Comune di Vieste verrebbe a costare non so quanto. Se il Comune mi dice in prima persona e mette per iscritto al soprintendente che un certo giorno di marzo, aprile, maggio o giugno ha intenzione di presentare alla popolazione, agli studiosi questo materiale, c'è la mia promessa in questo momento che anche se io dovessi portar via il materiale… perché lo debbo studiare, non posso stare qui quattro mesi, fissa, ho anche un mia vita familiare… la mia promessa è che cinque, dieci giorni prima di questo evento io, con la mia squadra, tornerò con tutto il materiale rinvenuto con gli studi fatti, per metterlo in esposizione. Sono a disposizione di chiunque, fino alla prossima settimana che starò a Vieste, ad esempio di associazioni, di scuole, come ad esempio quella attigua agli scavi in cui gli insegnanti mi hanno contatto per parlare con i bambini. Sono ben felice di ciò, voglio che tutti voi viestani, perchè noi andiamo via, godiate di questo bene che è vostro».

Ora i reperti sono sotto la formale responsabilità della Soprintendenza o del Comune?

«Diciamo che ce la dividiamo questa responsabilità. Finchè siamo qui ne sono responsabile, quando andiamo via il venerdì riconsegno le chiavi a personale di fiducia del Comune. Io ho avuto, lo dico con molto dispiacere, qualche brutta ipotesi, voglio dire solo ipotesi, non di certezza, di qualcosa che quando io non c'ero non è andata… Però facciamo finta che non me ne sono accorta, facciamo finta che non ho visto, che non ho saputo… Però ho detto, io ho fiducia nelle persone finchè questa fiducia non cade».

Quando si avranno delle prime pubblicazioni sul ritrovamento, il Comune avrà una partecipazione diretta, sarà coinvolto?

«Certamente. Questo materiale è di proprietà statale, questo è sicuro, perché tutto il materiale che viene rinvenuto nel sottosuolo appartiene allo Stato. Però i Comuni possono farne formale richiesta per esposizione. Allora, se il Comune vuole fare delle visite guidate, delle pubblicazioni, sempre sotto l'egida della Soprintendenza, lo può fare. Nessuno toglie niente a nessuno. Non c'è nessun interesse, né personale né della Soprintendenza di togliervi questo vostro bene».

 


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