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La teoria di Amato sull’immigrazione: «Non può esserci integrazione se c’è illegalità»

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 «Parlo solo di integrazione e non mi occupo di lavastoviglie». Il ministro Giuliano Amato, a Firenze per la conferenza nazionale sull’immigrazione, tronca così ogni richiesta dei giornalisti sulla questione dei lavavetri.

Poi il titolare del Viminale ha spiegato la sua idea di integrazione e le modalità per realizzarla. «Se ci chiudiamo all’immigrazione, vuol dire che, in un mondo che cambia, l’Italia ha scelto il proprio declino demografico, culturale e politico», ha evidenziato Amato che nel suo discorso ha spiegato meglio cosa intende. «Conservare la nostra identità senza ulteriori addizioni, significa conservare un’identità declinante». Secondo Amato per gestire i flussi migratori «è sbagliato affidarsi solo alla domanda delle imprese, ma servono serie politiche per la casa. Non bisogna fare come accade in certi comuni del nord dove, finché lavori 8 ore al giorno sei il benvenuto; poi devi sparire e non hai più diritti, neanche la casa». Ha ricordato il ministro: «È accaduto mille volte in passato e può accadere ancora. Se non vogliamo che questo accada, dobbiamo impegnarci in politiche che consentano l’integrazione e l’interazione». La strada indicata da Amato è quella di lavorare «per favorire l’immigrazione regolare», anche perché «non ci può essere integrazione se c’è l’illegalità». E più avanti: «È ovvio che dobbiamo combattere l’illegalità. Ma l’immigrato clandestino non ha un Dna  che lo fa delinquere più del regolare. Tuttavia, siccome è vero che il clandestino delinque più dell’immigrato regolare vuol dire che, in quanto illegale, è sottoposto al ricatto di chi lo usa come manovalanza del crimine». La teoria di Amato però non trova d’accordo il suo predecessore al Viminale. «I clandestini sono i responsabili principali dell’aumento della delittuosità e dell’aumento dei reati nel nostro paese», ha detto Giuseppe Pisanu. «Per fronteggiare questo allarme – ha proseguito l’ex ministro dell’Interno – occorre trovare le risorse e mobilitare quelle che già ci sono». Poi, intervenendo sul dibattito relativo al maggior potere per i sindaci in materia di ordine pubblico, ha sottolineato «io per primo ho parlato di sicurezza partecipata, ma la sicurezza è unica e indivisibile. Uno è il Codice di procedura penale e una l’autorità di pubblica sicurezza, che èil ministero dell’Interno». Di diverso avviso Claudio Martini, presidente della regione Toscana. «Penso – ha detto Marrtini – che nel profondo dell’animo della gente, le insicurezze spesso siano alimentate più dalle divisioni all’interno del nostro governo nazionale, che dalle cifre reali della microcriminalità. Serve un cambio di direzione rispetto alla Bossi-Fini, una legge che, per combattere la clandestinità, ha finito anche per indebolire la regolarità, creando di conseguenza una nuova clandestinità». Intanto, fuori da Palazzo Vecchio, si svolgeva il corteo organizzato da varie sigle e movimenti della sinistra radicale per porotestare contro l’ordinanza per i lavavetri, mentre don Alessandro Santoro, ha iniziato da venerdì uno sciopero della fame contro l’ordinanza dell’assessore Graziano Cioni.


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