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Nicola Pinto e Giuseppe Maratea assolti con formula piena (2) [Audio]

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Il pianto di Pinto e Maratea accompagna alle 15.30 la lettura della sentenza assolutoria di primo grado. Per loro è la fine di un incubo iniziato la mattina dell’li gennaio 2008, quando alle porte di casa dei due noti politici garganici bussarono i poliziotti per arrestarli e porli ai domiciliari, con l’accusa di concussione per aver intascato 20mila euro di mazzette, tra il 2006 e il 2007, per non bloccare il progetto di cablaggio di parte del Gargano relativo alla connessione wireless. Nicola Pinto , 62 anni, di Rodi, esponente dello Sdi, presidente della Comunità montana del Gargano; e Peppino Maratea, 71 anni, di Vico, indipendente, assessore alla cultura dell’ente, sono stati assolti perchè il fatto non sussisté dall’accusa di corruzione, così riqualificato dai giudici l’iniziale reato di concussione contestato dal pm Enrico Infante, che chiedeva la condanna a 4 anni ciascuno dei due imputati.

Il verdetto è stato pronunciato ieri pomeriggio dai giudici della prima sezione penale del Tribunale di Foggia (presidente Antonio De Luce , a latere Elisabetta Tizzani e Carmen Corvino), che «bocciano» la ricostruzione della Procura: non solo non ci si troverebbe davanti ad una concussione (l’estorsione compiuta dal pubblico ufficiale) ma ad una corruzione, ma non ci sono prove che ci sia stato un passaggio di soldi tra il grande accusatore dell’inchiesta, l’imprenditore abruzzese Gino Verrocchi, e gli imputati. Fu la denuncia di Verrocchi ai carabinieri prima ed ai pm foggiani dopo a portare all’arresto dei due noti amministratori del Gargano, rimasti ai domiciliari sei mesi; quindi al processo iniziato nell’aprile del 2008. «Verrocchi mente o dice la verità? Il processo è tutto qui, e Verrocchi non mente», aveva esordito così in requisitoria il pm il 19 ottobre scorso, chiudendo l’intervento con la richiesta di condanna. «Verrocchi mente o dice la verità? Il processo è tutto qui, e Verrocchi mente» avevano concordato solo nella premessa gli avv. Michele Cnrtotti, Bernardo Lodispoto (difensori di Pinto), Raul Pellegrini e Vincenzo Palumbo (legali di Maratea). Verrocchi fa parte di una società – diceva l’accusa – che sviluppa progetti relativi a bandi della Comunità europea da presentare da parte di enti pubblici per accedere ai relativi finanziamenti. In questa inchiesta la Comunità montana del Gargano fece proprio il progetto di cablaggio predisposto dalla società di verrocchi e finanziato dall’UE con l’imprenditore abruzzese che aveva interesse all’approvazione del piano per poter poi essere nominato direttore esecutivo. Pinto e Maratea nel giugno 2006 – diceva l’accusa, sconfessata dalla sentenza – avevano preteso da Verrocchi 20mila euro di mazzette, altrimenti l’ente montano non avrebbe dato seguito al progetto. Verrocchi aveva subito e versato nelle mani di Pinto la tangente in tre tranche: 5 luglio 2006 a Rodi; 27 febbraio 2007 in autostrada vicino un casello abruzzese; 23 maggio 2007 al casello autostradale di Poggio Imperiale. E che Verrocchi dicesse la verità – la tesi del pm – lo dimostravano i tabulati telefonici di imputati e vittime, che dimostravano la presenza di Pinto e Maratea nei luoghi e negli orari indicati dall’imprenditore.
Verrocchi mente ed è un calunniatore, il leit motiv delle arringhe difensive, e per rendersene conto basta mettere in ordine le versioni sempre differenti fornite nel corso delle indagini e nel processo in aula, sulle date e sui contenuti dei presunti incontri avuti con i due amministratori garganici, smentiti dai tabulati telefonici, dai telepass autostradali, dai testimoni (Maratea a colloquio con un giornalista il 14 giugno 2006 a Foggia, quando invece Verrocchi sosteneva d’averlo incontrato insieme a Pinto). Soltanto al processo in aula, e soltanto in occasione del controinterrogatorio della difesa, Verrocchi – altro argomento difensivo – aveva tirato fuori un’agenda sulla quale sosteneva di aver annotato le date degli incontri, in cui gli era stata imposta la tangente. Ma quell’agenda era falsa, ennesima prova – dicevano i legali di Pinto e Maratea – dell’inattendibiità del molto presunto grande accusatore.

 

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