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4 Aprile/ LE DUE FACCE DELLA MORTE

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La morte è il lato della vita rivolto dall’altra parte rispetto a noi, è il lato non illuminato da noi. 

RAINER M. RILKE

Nel silenzio del Sabato santo (che di solito si colloca in questo pe­riodo dell’anno), quando anche Cristo è un muto cadavere nel se­polcro offertogli da Giuseppe d’Arimatea, lascio la parola a un gran­de poeta che ha avuto un rapporto esaltante e tormentato con la fede cristiana, l’austriaco Rainer M. Rilke (1875-1926). In una lettera indi­rizzata «al signor Witold von Hulewicz» egli illustrava il volto na­scosto della morte. Noi ne vediamo solo il profilo tragico e tenebro­so che indica dissoluzione, fine, silenzio. Ma c’è un’altra dimensione che «è rivolta dall’altra parte rispetto a noi» e che si affaccia sul mi­stero, sull’eterno e sull’infinito.

Cristo è venuto per far balenare davanti ai nostri occhi anche quest’altra faccia della morte, il suo profilo illuminato dalla luce della Pasqua. Certo, non viene meno il volto tenebroso, fatto di solitudine, di lacerazione, segnato persino da un urlo lanciato a un Dio distante e assente.

Ma all’alba del mattino pasquale il velo si squarcia e si in­tuisce l’oltrevita, l’altro viso della morte, un viso immerso nella lu­minosità divina. Come dice l’Apocalisse, al di là c’è «la dimora di Dio con gli uomini… Là non ci sarà più la morte, né lutto, né lamen­to, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (21,3-4).

Biso­gna, allora, saper guardare anche «dall’altra parte», come suggeriva il filosofo russo Pétr J. Caadaev (1794-1856): «Perché tra voi e il cielo vedete solo la pala del becchino? Perché non comprendete che l’eter­nità è la vita stessa dell’uomo giusto?».

Gianfranco Ravasi


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